PAZZERIA DEGLI INCURABILI, al Catania off Fringe Festiva

Testo di Corrado Visone, regia di Beppe Romano, con Beppe Romano.

Dove sono nascosti i matti

Nel 1892 Anton Čechov pubblicò un racconto dal titolo La corsia  n. 6. Incentrato sulla detenzione dei malati di mente e sulle condizioni dei manicomi nella Russia degli Zar.

La corsia 6 è il reparto psichiatrico di un misero ospedale, sporco e gestito con brutale indifferenza e trattamenti violenti.

Fra gli altri detenuti è presente Ivan Dmitric Gromov, un giovane affetto da manie di persecuzione, ma uomo di cultura, internato perché ritenuto pericoloso per i suoi insegnamenti.

Da questo racconto che voleva denunciare non solo il sistema sanitario del tempo, ma l’intero sistema politico di repressione e violenza, Corrado Visone, autore e drammaturgo campano, ha tratto un monologo che ha affidato a Beppe Romano che lo ha portato in scena in questi giorni a Catania,  all’interno del Fringe Festival,  nella sala del Cortile Murgo.

Hanno dato un titolo diverso, che allude alla malattia più che al luogo: Pazzeria degli incurabili, un titolo decisamente napoletano, se ricordiamo espressioni tipiche di quella lingua, come il verbo pazziare.

In cinquanta minuti Beppe Romano porta con sé, in un palco spoglio con al centro solo una sedia, una galleria di personaggi che ruotano attorno al protagonista Gromov. C’è lo schizofrenico, c’è il vecchio ebreo, c’è l’infermiere violento, c’è il medico che viene in visita il mercoledì e il sabato.

Scalzo, con un pantalone  e una camicia neri, un aspetto fisico fuori da ogni tempo e per questo nel tempo, l’attore è narratore e personaggio, articola suoni diversi per caratteri diversi, mima le botte ricevute dai guardiani con gesti simbolici e, per questo, ancora più crudi. Con il ritmo di una fuga di Bach, si serve solo del suo corpo per costruire davanti agli occhi del pubblico un ambiente cupo, claustrofobico, dove Gromov scrosta il muro della cella per cercare di vedere il cielo.

Non cerca la fuga, ma pretende una finestra, perché anche i matti hanno il diritto di vedere il cielo.

Fra le righe della narrazione si legge il vero messaggio, che è universale: “Il confronto con il dottore rivela che entrambi sono prigionieri e che è il potere a stabilire arbitrariamente chi è matto e chi non lo è.

Il racconto mostra come il potere definisca chi è sano e chi è folle per mantenere il controllo” (sinossi di presentazione).

Anche il medico è prigioniero, pur non essendo pazzo. E’ prigioniero di un sistema che nasconde la verità, come nasconde i matti. I veri pazzi sono fuori, fuori dalla pazzeria, che è rappresentata da Romano come un luogo fisico che l’attore delimita coi suoi movimenti composti e studiati.

Quando Gromov parla di sé racconta del padre violento, con la pipa come l’infermiere che lo picchia, della madre che ha salutato con tenerezza quando lo hanno arrestato dicendogli “Lei non sta bene Gromov”. Commuove in questi passaggi Romano che dà corpo e voce al dolore umano.

Una lieve inflessione napoletana si avverte in uno dei personaggi che cerca disperatamente una sigaretta, e in quei passaggi sembra di sentire un’eco della tragicità di Edoardo.

 

In scena fino a domenica all’interno del Catania Fringe Festival

 

 

Loading