Abbiamo bisogno di Josè Saramago
” L’uomo più saggio ch’io abbia mai conosciuto
non era in grado né di leggere né di scrivere.»
Josè Saramago
(Riferendosi a suo nonno il giorno del Nobel )
C’è chi è andato fino a Mafra inseguendo le suggestioni di “Memoriale del convento”; c’è chi, dopo aver letto “Una terra chiamata Alentejo”, si è spinto in quella lontana regione portoghese; c’è chi si è fermato nella capitale lusitana dopo la lettura de “L’anno della morte di Ricardo Reis” o per la vicenda d’amore raccontata in “Storia dell’assedio di Lisbona”; c’è chi ha usato come guida per il peregrinare il suo “Viaggio in Portogallo”, riportando a casa un modo insolito di guardare ad una terra apparentemente così diversa dal proprio paese. E c’è chi ha trovato, prima di tutto, nelle opere di José Saramago uno stimolo per interpretare il nostro tormentato mondo. Il più influente critico letterario statunitense, “luminare della cultura occidentale”, come è stato definito, il temibile Harold Bloom, che considerava la letteratura «un’epifania individuale che non deve avere alcuna valenza di riscatto socio-politico», dunque proprio quel Bloom detestato da femministe, marxisti e strutturalisti per il suo approccio estetico alla letteratura, e accusato di razzismo, elitismo e sessismo, elogiò Saramago, ateo e comunista, che faceva sempre dell’impegno la sua bandiera. Diceva Harold Bloom in un’intervista al Corriere della Sera a proposito del Nobel per la letteratura «dato ad ogni idiota di quinta categoria» – e seguivano i nomi della Lessing, di Le Clézio, di Dario Fo, Toni Morrison, Isaac Singer – che gli ultimi premi dell’Accademia svedese veramente meritati erano stati quelli per Harold Pinter e per José Saramago, «con cui ho litigato perché è uno stalinista che si è fatto espellere da Israele accusandolo di aver creato una nuova Auschwitz a Gaza». In merito alla Palestina ovviamente dissentiamo totalmente dall’ebreo americano, per il suo giudizio sulle opere del portoghese no di certo. Come dimenticare anche le sue ultime, “La zattera di pietra” o “Cecità” e il controverso “Caino”, che suscitò aspre polemiche come accadde solo all’epoca della pubblicazione de “Il vangelo secondo Gesù Cristo”? Non è stato semplicemente un ottimo autore Saramago, ma uno che, a buon diritto, può essere considerato uno dei pochi scrittori della sua generazione che più a fondo è riuscito a penetrare squadernandole le contraddizioni politiche e morali del proprio tempo. Antifascista da sempre, (comunista in clandestinità fin dal pericoloso periodo della dittatura di Salazar), era diventato, dopo un periodo giornalistico, autore di decine di romanzi, poesie, drammi e saggi critici. I suoi esordi letterari furono segnati dalla sua netta adesione ai criteri del realismo, per passare poi verso un lavoro più sottile di scavo e ricostruzione del linguaggio, segno che la sua ambizione critica era diventata quella di rivelare la falsità e la corruzione di linguaggio e di dimostrare in che misura le istituzioni morali, economiche e politiche si fondassero sulla consacrazione di una retorica in cui i presunti valori della tradizione giustificavano una cultura chiusa e un sistema di dipendenza e di rapporti di sottomissione. Facendo uso dell’allegoria, Saramago scriveva romanzi partendo da avvenimenti insoliti se non impossibili, da cui faceva scaturire storie che crescevano poco a volta verso la complessità. Ciò gli consentiva di mettere in primo piano il comportamento degli uomini, che non erano mai eroi, ma semplici individui con i loro pregi e difetti che spesso la Storia metteva alla prova. Degno accompagnamento a questo contenuto erano, appunto, una lingua e una sintassi anch’esse particolari e complesse: lunghissimi periodi con punteggiatura anticonvenzionale, dialoghi non delimitati da virgolette, domande senza punti interrogativi. Nonostante lo sconcerto di molti lettori, che rischiavano di essere allontanati dalla lettura, il fascino dei romanzi di Saramago – vicino in questo allo spagnolo Goytisolo – stava in questa prova in cui la lettura, non solo la scrittura, era non solo esercizio difficile, ma necessario ai tempi che corrono. Quando alla metà dei ’60 del secolo scorso il romanzo come genere sembrava finito, dibattuto fra il formalismo estremo dei romanzieri d’élite e le soluzioni proposte dall’industria editoriale (in Occidente) e la pesantezza didattica delle formule del socialismo reale (nel mondo comunista), irruppero sulla scena mondiale – dopo la rivelazione di “Cent’anni di solitudine” di García Márquez – scrittori come Mahfuz, Gordimer, Marshall, Toer e il nostro Saramago. Una sorta di internazionale degli scrittori, attratti, come scriveva nella sua autobiografia lo scrittore afroamericano Richard Wright, «dall’analogia con le esperienze dei lavoratori in altri paesi, dalla possibilità di unire in un solo movimento popoli sparsi ma fratelli». Vicini al movimento comunista, ma mai organici ai vari regimi del socialismo reale, questi scrittori inaugurarono un movimento letterario progressista (world novel) che ebbe una grande stagione. E di cui oggi sentiamo la mancanza. «Il problema di molti scrittori oggi è che sembra che vivano in modo dicotomico: da una parte c’è lo scrittore e dall’altra c’è il cittadino e quando gli si pone la domanda sul suo impegno sociale non si sa mai se a rispondere sia lo scrittore o il cittadino. Nel mio caso lo scrittore e il cittadino sono la stessa persona ed è sempre il cittadino a rispondere». Così diceva José Saramago: uno scrittore che oggi troverebbe difficoltà ad essere pubblicato, sia per gli argomenti che utilizzava che per la complessità del suo scrivere.
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