
Alla Sala Futura del Teatro Stabile di Catania, R.U.R. – Rossum’s Universal Robots, di Karel Čapek
Traduzione di Ottavio Cappellani, regia di Cinzia Maccagnano con Agostino Zumbo, Evelyn Famà, Rita Fuoco Salonia, Marina La Placa, Franco Mirabella, Scenografie, Andrea Taddei, luci Gaetano La Mela costumi Dora Argento, produzione Teatro Stabile di Catania.
Se la distopia diventa realtà
E’ andato in scena alla Sala Futura del Teatro Stabile di Catania, lo spettacolo R.U.R., tratto da un testo scritto nel 1920 dall’intellettuale ceco Karel Čapek (traduzione di Ottavio Cappellani), per la regia di Cinzia Maccagnano.
Suscitando il grande interesse degli artisti futuristi, R.U.R era stato rappresentato in Italia, nel 1933, da allora assente sulle scene italiane; è un testo che affronta, per la prima volta, in senso moderno, il tema dell’intelligenza artificiale e dove troviamo il termine robot, coniato dal fratello dell’autore, Josef, a partire dal termine ceco robota, “lavoro forzato”, “servitù”.
Oggi, dopo più di un secolo, si può scoprire nell’opera di Čapek, uno specchio inquietante del mondo che stiamo costruendo nel XXI secolo, ma che, nello stesso tempo, recupera un topos classico (dal Golem a Frankestein) che riguarda il profondo bisogno dell’uomo di confrontarsi con Dio, di farsi creatore: la tensione tra creatore e creatura, il peso della responsabilità scientifica, il timore di un futuro in cui ciò che era pensato per servire l’uomo diventa arbitro del suo destino. L’uomo crea la macchina, l’algoritmo che la faccia funzionare solo per lavorare e ubbidire. Poi la macchina mostra un difetto che mette a rischio la sua stessa funzionalità: non avvertendo il dolore si danneggia, distrugge parte di se stessa. Così l’uomo implementa la macchina fornendole la sensibilità al dolore. Da qui la macchina si “umanizza”. La riflessione che turba in questo passaggio del testo è questo individuare nel dolore la dimensione squisitamente umana. Non l’amore, non la ragione, non l’etica ma il dolore fa l’uomo uomo, dà identità all’uomo. Il robot che prova dolore si fa uomo, scavalca la gerarchia, si ribella e progetta la distruzione del suo creatore.
Nello spettacolo messo in scena alla Sala Futura, i temi, già presenti nel testo originale, hanno acquistato nuova e potente intensità grazie alla coraggiosa e stimolante lettura di Cinzia Maccagnano capace di far dialogare passato e presente con linguaggio contemporaneo, sensibilità teatrale e una riflessione profonda sulle paure e le aspirazioni della nostra epoca.
L’atmosfera inquietante, psichedelica ai limiti del disturbante -merito della scenografia di Andrea Taddei e delle luci di Gaetano La Mela- proietta lo spettatore in un ambiente claustrofobico che ricorda i quadri di Escher, nel quale si muovono, anzi sono richiusi, i personaggi protagonisti di una vicenda che inizia come surreale e poi diventa (pseudo)realista. Nel momento che stiamo vivendo, in cui la transizione tecnologica riguarda tutte le nostre esistenze e la presenza costante di dispositivi elettronici e algoritmi che definiscono la nostra vita, il ricorso costante all’IA comporta un costante rischio di perdita di autenticità e identità, R.U.R ci pone di fronte un interrogativo serio perché quella che poteva sembrare una improbabile ipotesi distopica nel 1920, si è rivelata sconcertante realtà dentro la quale ci stiamo annegando con le nostre stesse mani.
In questa difficile operazione che si rivela come una scommessa vinta, la regista ha potuto contare su un cast di attori versatili, eclettici, funamboli della parola e complementari.

Agostino Zumbo, nei panni di Domin, sostiene con passione e profondità i vari registri ai quali è chiamato, passando da momenti più leggeri e riflessivi a spunti di forte inquietudine scenica. Accanto a lui, una performance corale con: Evelyn Famà, presenza scenica vigorosa e versatile; Rita Fuoco Salonia, calibrata nel dosare tensione e delicatezza in diversi ruoli, automa e androgina, sprezzante col suo timbro profondo, dissacratoria (l’abbiamo da poco apprezzata nella Tempesta di Shakespeare nei panni di Calibano) e filosofa; Marina La Placa, catalizzatrice sulla scena col suo carico di fascino e maestria, un po’ bambola un po’ martire sacro con la sua aureola di circuiti elettrici, responsabile di tratteggiare il conflitto uomo-robot; Franco Mirabella, inizialmente personaggio di contorno, poi assume un ruolo robusto e riflessivo nei momenti più drammatici, fino ad assumere una posizione centrale e definitiva nel finale, dove nudo, in fondo alla scena, spiega cosa distingue l’uomo dalla macchina, il creatore dalla creatura: una scintilla fatta di intuito, natura, anima, mistero, e invoca la vita.
Molto curato l’aspetto spettacolare complessivo, anche per i costumi di Dora Argento, nel quale, si diceva, lo spettatore resta quasi rapito. Sapiente la gestualità degli attori e altrettanto sapiente l’utilizzo delle musiche che spaziano in citazioni che vanno dai Rockets a Vivaldi a Mozart in chiave rock.

Una proposta che ha riempito la Sala in tutte le repliche, uno spettacolo da vedere non solo per gli appassionati di teatro, ma per chiunque voglia confrontarsi con un classico che parla dritto alle questioni più urgenti del nostro tempo.
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