Chenier, dall’amore per la patria al sacrificio d’amore

Al Teatro massimo Bellini di Catania Andrea Chenier di Umberto Giordano, libretto di Giuseppe Illica.

In scena sul palco di Catania fino al 18 aprile, torna dopo otto anni, Andrea Chenier di Umberto Giordano, con la stessa regia di allora, curata da Giandomenico Vaccari

Direttore d’orchestra: Paolo Carignani, Costumi Mariana Fracasso, Andrea Chénier Fabio Sartori, Maddalena di Coigny  Valeria Sepe, Carlo Gérard Devid Cecconi , Contessa di Coigny Carlotta Vichi, Bersi Nikolina Janevska , Roucher  Nicolò Ceriani , Madelon Anna Malavasi Un Incredibile Cristiano Olivieri.

 

Dalla prima esecuzione alla Scala di Milano, il 28 marzo 1896, l’opera di Giordano è diventata uno dei titoli più celebri e rappresentati del repertorio italiano nel mondo. La vicenda storica dai connotati romantici, per via dell’amore assoluto sublimato nella morte (duetto finale Vicino a te s’acqueta ), per via della riflessione storicistica sui grandi eventi della Rivoluzione Francese e per via della sensibilità nella costruzione dei personaggi che fu il frutto della collaborazione tra il librettista e il musicista.

Il testo è composto su una serie di sequenze, come se fosse una sceneggiatura, carica di personaggi e situazioni dove la rivoluzione storica corrisponde con la rivoluzione dei caratteri che affrontano una maturazione e una determinazione di azione e di personalità.

In queste evoluzioni dei personaggi Giordano seppe formulare anche tutta la complessità vocale della partitura  ampia e carica di fraseggi e colori che sottolineano la parola scritta da Illica  con  un’orchestrazione compatta e stringente che deve coincidere con il respiro delle singola arie, dei duetti e dei consistenti passaggi corali. Decisamente moderna nella musicalità, caratterizzata da significativi salti di contenuto e intensità (dalla leggerezza delle gavotte del primo quadro, ai recitativi, alle lunghe arie dei protagonisti, ai sottofondi con marce militari e la citazione della Marsigliese,  ai duetti drammatici),  l’opera di Giordano è una sfida importante per gli artisti tutti, dai cantanti ai direttori d’orchestra e di coro.

La sfida è stata accolta e rilanciata egregiamente in questa nuova edizione del Bellini di Catania,  dove l’esecuzione musicale ha decisamente soddisfatto il pubblico, convinto l’orecchio più sensibile, commosso profondamente nei passaggi più toccanti, come il racconto di Maddalena del terzo quadro, La mamma morta dove la delicata ma timbrata voce di Valeria Sepe, sul violoncello che accompagna il trionfo dell’amore che riconsegna alla vita, ha reso magnificamente il pathos di un momento di radicale cambiamento. Completamente corretta l’interpretazione della Sepe, anche dal punto di vista attoriale.

A condividere la responsabilità delle scelte musicali di Giordano, Fabio Sartori nel ruolo eponimo, che, nelle romanze  (Un dì all’azzurro spazio, e Come un bel dì di maggio), e nei duetti, pur rimanendo piuttosto statico nei movimenti -forse per indicazioni della regia- ha saputo modulare i lunghi e complessi moduli vocali della partitura. Chenier è il poeta intellettuale che rimane fedele all’amore per la patria pur nell’amore per Maddalena.

Insieme a loro, il baritono Devid Cecconi, nel ruolo di Carlo Gerard, Il personaggio ispirato al rivoluzionario Jean-Lambert Tallien, che, se non può essere considerato il protagonista, è sicuramente quello che i critici letterari chiamano “commutatore” della tesi di Giordano. E’ su di lui che si apre l’opera, con il servo che si fa rivoluzionario, e si strappa di dosso la livrea per non essere come il padre che “Hai figliato dei servi”. Cecconi ha reso Gerard un uomo di impegno politico e decisa coloritura musicale e morale. L’eroe che non tradisce, che sa fare le scelte giuste,  che riconosce chi è “nemico della patria” ed è artefice del cambiamento mantenendo alti i valori che la rivoluzione, con la svolta del Terrore sta tradendo, ed è consapevole di questo fino a sottolineare “sono sempre un servo, ho mutato padrone”.

La direzione dell’Orchestra del Teatro Massimo, affidata a Paolo Cariganni, ha guidato gli strumenti e le voci anche se in alcuni passaggi, è apparsa, forse, troppo energica.

Lo spettacolo è stato costruito su una scenografia imponente (curata nell’allestimento da Arcangelo Mazza), anche se caratterizzata da pochi elementi strutturali: un doppio piano, un’imponente statua di Robespierre, qualche coccarda tricolore. Ad arricchire la contestualizzazione i costumi, curati da Marianna Fracasso, ricchi di colori dalle tonalità simboliche: tenui e gioiosi nel primo atto, colorati e da “sans culouttes” nel trionfo della Rivoluzione e poi cupi sul finale.

Una regia squisitamente didascalica, ha recuperato un allestimento già noto al pubblico catanese, rispetto al quale non ha aggiunto nessun elemento di originalità, ma ha guidato i movimenti delle masse e dei singoli personaggi nella riconsegna scenica della composizione di Giordano.

Andrea Chenier è un melodramma storico ma, da autore verista (come fa Puccini con Tosca), Giordano lo ha trasformato in un manifesto intimo sui caratteri umani, sull’intervento del destino, sul valore delle scelte del singolo. Maddalena sceglie “la morte insieme” come sacrificio d’amore e, intanto, salva la vita a una madre, si ribella a una legge ingiusta che condanna Chenier come traditore, lui che è un esempio di fedeltà ai propri valori.

Un testo che parla ancora del nostro presente, delle nostre ingiustizie, dei drammi storici che stiamo vivendo.

 

Loading