Corpi in stato di culto. Appunti su “Cultus”

Corpi in stato di culto. Appunti su «Cultus» di Roberto Zappalà

In «Cultus» – lo spettacolo di cui Roberto Zappalà è coreografo e regista, in scena nello spazio di Scenario Pubblico – i corpi dei danzatori appaiono esposti, vulnerabili, come se fossero gettati nello spazio senza una misura stabile a cui affidarsi. Da un lato il sottofondo vocale di frammenti dai sonetti shakespeariani (Nello Calabrò ne ha curato la rielaborazione drammaturgica), dall’altro la partitura di «The Little Match Girl Passion» di David Lang cui Zappalà si è ispirato. Silenzi improvvisi, iterazioni ossessive, frasi spezzate scavano vuoti che il gesto non tenta di colmare, ma attraversa come una ferita aperta. La danza commenta la passione della parola e il dolore della musica, li subisce e li trattiene, trasformandoli in attrito fisico, in resistenza anche attraverso il cromatismo di costumi e copricapo. «Cultus» è anche questo. Da tempo le creazioni di Roberto Zappalà si sottraggono a ogni canonica definizione: non è solo danza, non è teatro musicale, non è performance. È piuttosto un campo di forze rituale, un dispositivo di attraversamento in cui gesto, voce e suoni non si accompagnano ma si mettono reciprocamente in un rapporto critico. La scena diventa così luogo di una tensione continua tra opposti – caos ed equilibrio, ieraticità e carne, dispersione e forma – che non chiede di essere risolta, ma abitata. In questo senso, «Cultus» non costruisce una narrazione univoca, bensì un’esperienza liminare: una soglia. Il riferimento al culto non va infatti inteso come semplice «cura» ma anche come evocazione del sacro, come interrogazione della sua possibilità nel presente: un tema assai caro a Zappalà (da «A. Semu tutti devoti tutti?» a «Kristo»). Come ha infatti mostrato Ernesto De Martino, il rito nasce storicamente come risposta alla «crisi della presenza»: quando l’individuo rischia di perdersi nel mondo, il rito interviene per rifondare un orizzonte condiviso di senso, per tenere insieme ciò che tende a disgregarsi. «Cultus» sembra muoversi esattamente in questa direzione, ma senza nostalgia: non ricostruisce un rito perduto, ne espone piuttosto la frattura, l’instabilità, la necessità ancora irrisolta. All’interno di questo spazio fragile e potentissimo Zappalà colloca il lavoro musicale di David Lang, «The Little Match Girl Passion», rielaborazione della fiaba di Andersen che assume la forma di una laica passione. La sofferenza della piccola fiammiferaia – corpo esposto, invisibile, sacrificabile così come quelli della compagnia sulla scena – diviene figura universale del dolore innocente, analogo contemporaneo del sacrificio cristologico. Ma qui non c’è redenzione garantita: la partitura vocale, frammentata e spoglia, procede per sospensioni. I danzatori non commentano la musica: la attraversano come una ferita aperta, trasformando il suono in uno spazio drammaturgico autonomo, capace di interrompere, deviare, disarticolare il gesto. La danza risponde a questa lacerazione non cercando un’armonia immediata, ma accettando la condizione di instabilità. I corpi non illustrano il dolore: lo incorporano come tensione, come attrito, come resistenza. È una corporeità che non si offre allo sguardo in forma spettacolare, esibita, ma che sembra costantemente sul punto di perdere la propria misura, come se la presenza scenica fosse sempre da riconquistare anche in presenza di ritmi sereni e più decisamente festaioli: mazurca o liscio poco importa. In termini demartiniani, potremmo dire che «Cultus» mette in atto anche una lotta per la presenza, una difesa estrema contro la dissoluzione. A questa dimensione orizzontale, ferita e terrena, sovrappone poi – per contrasto e per ascesi – le note della «Passione secondo Matteo» di Bach (autore continuamente esplorato si da Lang, che si rifà proprio alla celebre Passione bachiana, che da Zappalà). Qui la coreografia sembra orientarsi verso una verticalità diversa: non una pacificazione, ma una tensione alla forma, all’ordine, a una comunità possibile. La purezza bachiana non viene mai assunta come ideale astratto; è piuttosto attraversata dall’estasi e dal rischio, come se la composizione musicale offrisse ai corpi non una salvezza, ma un’ipotesi di ricomposizione collettiva, di comune resurrezione. Dopo la caduta e la dispersione, non l’individuo, ma il gruppo tenta di ritrovare una misura comune. «Cultus» vive interamente di questa polarità irrisolta: da un lato l’amore e la sofferenza, la parola del Bardo e la musica di Lang, il dolore che chiede ascolto; dall’altro una spinta verticale verso il sacro, inteso non come consolazione ma come necessità critica e ricomposizione. Zappalà sembra interrogare, ancora una volta, la funzione del «culto» nella contemporaneità: non più garanzia di ordine, ma spazio di esposizione, in cui il corpo si fa luogo di memoria, di conflitto, di senso. Un rito che non protegge dalla crisi, ma la rende visibile e condivisibile e perciò superabile. È forse proprio in questo oscillare continuo – tra carne e trascendenza, tra frammento e totalità, tra perdita e forma, tra singolarità e pluralità – che «Cultus» trova la sua forza più radicale. In un tempo in cui i riti sembrano svuotati o ridotti a simulacro, «Cultus» ce ne restituisce una dimensione più autentica e inquieta: quella di un gesto necessario, sempre esposto al rischio del fallimento ma utopicamente proteso verso la salvezza che è sempre e solo collettiva.

«Cultus»

Regia e coreografia: Roberto Zappalà | Musiche: The Little Match Girl Passion di David Lang, William Shakespeare e la tradizione popolare italiana | Interpreti e collaborazione: i danzatori della Compagnia Zappalà Danza – Samuele Arisci, Loïc Ayme, Giulia Berretta, Corinne Cilia, Anna Forzutti, Silvia Rossi, Damiano Scavo, Alessandra Verona | Set, luci e costumi: Roberto Zappalà | Drammaturgia: Nello Calabrò | Copricapo: Veronica Cornacchini | Acconciatore/parrucche: Alfredo Danese | Realizzazione costumi: Majoca | Una coproduzione Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza – Centro di Rilevante Interesse Nazionale, Fondazione Luzzati/Teatro della Tosse (Genova) e Fondazione Teatro Comunale di Modena, in collaborazione con TPE – Fondazione Teatro Piemonte Europa (Torino), Visavì Festival/Artisti Associati (Gorizia), Festival Armonie d’Arte (Catanzaro), con il sostegno di MiC – Ministero della Cultura e Regione Siciliana – Assessorato del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo.

credito fotografico: Serena Nicoletti

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