
Il Birraio di Preston allo Stabile di Catania. Un omaggio nel centenario dalla nascita di Andrea Camilleri
Riduzione teatrale di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale. Regia di Giuseppe Dipasquale, scene di Antonio Fiorentino, costumi ripresi da Stefania Campini e Fabrizio Buttiglieri. Produzione Marche Teatro, Teatro Al Massimo di Palermo, Teatro di Roma.
Interpreti:
Edoardo Siravo –Autore e vari personaggi tra cui Fridolin Hoffer e Orlando
Federica De Benedittis – Concetta e Agatina Riguccio, Gerd Hoffer
Mimmo Mignemi – Don Memè Ferraguto, Don Pippino Mazzaglia e altri ruoli
Gabriella Casali – Pina Colombo, Effy (Opera), Zia Pizzuto
Pietro Casano – Questore Colombo, Giosuè Zito, Don Gaetanino e altri
Luciano Fioretto – Marchese M. Coniglio, Pilade Spadolini, Vidusso Catalanotti
Federica Gurrieri – Angelica Gammacurta e altri
Paolo La Bruna – Prefetto Bortuzzi, Canonico Bonmartino, Ninì Prestia, e altri
Zelia Pelacani Catalano – Giagia Bortuzzi, Gna Nunzia, Cameriera Mazzaglia, e altri
Valerio Santi – Delegato Puglisi, Tano Barreca, Cavaliere Mistretta, e altri
Vincenzo Volo – Dott. Gammacurta e altri ruoli
In una serata evento, alla presenza di importanti autorità civili e religiose, nella sera del 6 gennaio, al Teatro Stabile di Catania, all’interno del programma del Centenario Camilleri promosso dal Fondo Camilleri con il Comitato Nazionale Camilleri 100, è andato in scena Il birraio di Preston, un adattamento per il teatro dall’omonimo romanzo dello scrittore di Agrigento, con la regia di Giuseppe Dipasquale.
L’operazione di trasferire in linguaggio scenico il romanzo era stata già compiuta, per volere dello stesso autore che aveva affidato al regista Dipasquale, suo allievo all’Accademia d’Arte drammatica, l’oneroso compito, nel 1999 per la prima volta e aveva poi avuto una ripresa nel 2010.
A tanti anni di distanza, oggi, portare in scena Il Birraio di Preston significa affrontare uno dei romanzi più complessi e corrosivi di Camilleri, un testo che è insieme farsa storica, affresco sociale e riflessione amara sul potere, ed è diventato uno spettacolo che restituisce con efficacia la pluralità di voci e il caos orchestrato nella narrazione attraverso una costruzione scenica che sembra mettere ordine al caos ricorrendo a una contaminazione tra linguaggi, punti divista differenti, sovrapposizione di registri, effetti cinematografici. A fare da collante in questa stratificazione così sfaccettata, l’Autore in scena (per tutto il tempo), un alter ego dello scrittore che, come un cuntista, accompagna lo spettatore nella matassa imbrogliata del plot che procede avanti e indietro nel tempo. In questa edizione il ruolo è stato affidato a Edoardo Siravo, attore di solida formazione classica, con una lunga carriera tra teatro, cinema e televisione, austero e ironico, sembra commentare le vicende con il solo tono della voce e una postura apparentemente neutra, che accompagna e introduce i molti personaggi.
La singolare complessità di questo testo è stata padroneggiata dalla lucida visione della regia che ha gestito uno schema labirintico con una dinamicità grottesca che alterna momenti di comicità irresistibile a passaggi più cupi, in cui emerge il volto autoritario e ottuso del potere istituzionale.
Il lavoro degli attori è uno dei punti di forza della produzione. Più di dieci attori in scena danno corpo e voce a circa cinquanta personaggi, in una macchina scenica quasi perfetta, alternando i ruoli, con continui e velocissimi cambi di costume, in un susseguirsi di fotogrammi scenici che sembrano pannelli dei cantastorie o tavole di fumetto. Ogni scena potrebbe essere un corpo a sé stante che diventa tessera di un intero mosaico caleidoscopico.
L’interpretazione corale dà corpo a una galleria umana vivace e sfaccettata, in cui ogni figura, anche la più marginale, contribuisce a costruire il clima di tensione e di assurdità che conduce all’epilogo. Una compagnia affiatata e complice dove spicca il catanese Mimmo Mignemi, l’unico attore testimone di tutte e tre le edizioni, volto storico del teatro siciliano, dotato di forte presenza scenica e grande senso del ritmo. Attraverso i suoi personaggi, spesso popolari e caricaturali, ha costruito, nel tempo, per sé una maschera che ha portato in scena anche qui, evitando, però, ogni compiacimento folkloristico. Federica De Benedittis, ha offerto una prova elegante e stratificata, capace di coniugare dolcezza, durezza e malinconia. Degni di nota sicuramente Paolo La Bruna, Pietro Casano, Valerio Santi (soprattutto nei panni del Delegato Puglisi), Luciano Fioretto.
La cifra specifica di Camilleri, oltre ai costanti riferimenti alla matrice pirandelliana del paradosso, del finale a sorpresa, della sicilianità come metafora, è nella invenzione linguistica di un pastiche che assembla dialetti e inflessioni per caratterizzare personaggi e situazioni e colorisce quasi musicalmente la rappresentazione.
Le scene e i costumi evocano una Sicilia ottocentesca stilizzata, più suggerita che ricostruita, lasciando spazio all’immaginazione e al ritmo dell’azione. In questo contesto, l’opera lirica – il famigerato Birraio di Preston di Luigi Ricci – diventa simbolo di un’imposizione culturale calata dall’alto, emblema di un potere distante e sordo alle esigenze della comunità. Per questa ragione, forse oggi più di ieri, si coglie l’intento profetico dello scrittore, in quel suo sottolineare come anche la scelta di un’opera per l’inaugurazione del teatro (oggi potremmo pensare alla Direzione artistica di un Teatro d’Opera, per esempio), può diventare sintomo di un potere volutamente e ottusamente imposto e, di conseguenza, causa di malumori e contestazioni.
Questo Birraio di Preston riesce a restituire tutta l’attualità del romanzo di Camilleri: dietro la comicità e il paradosso si avverte una riflessione ancora pungente sul rapporto tra autorità e popolo, tra cultura ufficiale e identità locale. Una prova teatrale solida e coinvolgente, dove il pubblico è chiamato a partecipare attivamente, a ricomporre il mosaico degli eventi e dei personaggi.
Lo spettacolo resterà in scena a Catania fino a domenica 11 gennaio.
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