
Il male che non muore mai. «Riccardo III» di Shakespeare al Teatro Biondo di Palermo
Il male che non muore mai. «Riccardo III» di Shakespeare al Teatro Biondo di Palermo
Il sipario è già aperto quando il pubblico entra in sala. Le luci sono accese, la scena è nuda davanti agli occhi di tutti, non c’è separazione, non c’è quella rassicurante distanza tra il mondo reale e quello del palco. Poi, lentamente, le luci si spengono, e il silenzio cade come un sipario invisibile, non di velluto, ma di complicità. Da quel momento siamo già dentro il dramma, complici. Con questo gesto semplice e potente, l’adattamento di Angela Dematté del Riccardo III shakespeariano al Teatro Biondo di Palermo dichiara immediatamente la propria natura: non uno spettacolo da guardare, ma un’esperienza da attraversare. Una visione interna della scena, come lo era ai tempi di Shakespeare, quando il pubblico elisabettiano circondava il palco su tre lati e il teatro era già, per sua stessa natura, un luogo senza quarta parete. Quella parete qui non esiste. E il pubblico, che lo voglia o no, è dentro. La scena si apre su un mondo di bianco. Sedie bianche, tavolo bianco, e una bara, anch’essa bianca, issata e sospesa sopra le teste degli attori come una spada di Damocle. Il bianco non è innocenza ma vuoto, possibilità, spazio in cui il male può dipingersi di qualsiasi colore. La bara non è un memento mori generico, è la conseguenza inevitabile di ogni potere esercitato senza coscienza, l’esito scritto di ogni tradimento, di ogni manipolazione. Pende, incombe, attende. A questo bianco si contrappongono i costumi, splendidamente costruiti, che mescolano l’epoca storica con scelte cromatiche precise e deliberate. Il viola domina il palco con la sua presenza ambigua e inquietante. Nel teatro esiste una superstizione antica, radicata soprattutto nella tradizione anglosassone: il viola è il colore della Quaresima, della penitenza, del lutto spirituale. In Inghilterra, per secoli, le compagnie teatrali chiudevano i battenti durante la Settimana Santa, e il viola era il colore di quel silenzio, di quella morte temporanea delle scene. Portarlo in scena era sfidare il destino, invocare sventura. In questo Riccardo III, il viola non porta sfortuna, la dichiara, la indossa, la abita con orgoglio perverso. Centrale nel primo e nel secondo atto è un carillon, strumento antico, meccanico e infantile. La sua melodia tintinnante richiama qualcosa di profondamente intimo, le canzoncine dell’infanzia, le ninna nanne, quella zona di noi ancora piccola e vulnerabile che non ha ancora imparato a difendersi. È una scelta drammaturgica di rara intelligenza. Il male di Riccardo non nasce adulto, calcolato, freddo, nasce da qualcosa di ferito, di infantile, di irrisolto. Il carillon ci dice che ogni tiranno, ogni manipolatore, ogni Riccardo della storia ha avuto un inizio. Ha avuto un’infanzia. E quella vicinanza con il “noi infantile” è la cosa che più ci disturba, la cosa che più fa paura. Maria Paiato è un’attrice di statura rara nel panorama teatrale italiano. Diplomatasi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ha attraversato decenni di palcoscenici con la forza di chi sa che il teatro non è finzione, ma verità dichiarata ad alta voce. Più volte premiata, Premio Flaiano, due Premi Ubu, Premio Olimpici del Teatro, Maschera d’Oro, ha lavorato con i grandi della scena italiana, da Luca Ronconi a Valerio Binasco, costruendosi una reputazione da interprete duttile, potente, capace di abitare i testi dall’interno. Qui, nei panni di Riccardo III, personaggio storicamente maschile, compie un atto sovversivo e necessario. Non imita un uomo ma abita un archetipo. Rompe la quarta parete con la naturalezza di chi sa che il pubblico è già in sua mano. Si rivolge agli spettatori quasi sopprimendo un ghigno malefico, una risata amara che ci rende complici prima ancora che ce ne rendiamo conto. Questa è la magia di Riccardo, non spaventa ma seduce. E noi, come il pubblico elisabettiano, lo seguiamo, sapendo dove porta la strada, incapaci di non percorrerla. «Il peccato genera altro peccato.» Con questa logica Riccardo conquista Lady Anna, vedova del principe Edoardo che lui stesso ha ucciso, mentre il cadavere del suocero Enrico VI è ancora presente sulla scena. Un’impresa che sembra impossibile, eppure accade. Accade perché Riccardo sa che le parole, usate con la giusta violenza, possono piegare anche il dolore più autentico. Fa del pubblico un alleato, un confidente, quasi un complice, perché avere il pubblico dalla propria parte, nel teatro, è tutto. Potere, manipolazione e destino sono i tre cardini di questa storia, del testo shakespeariano, della rappresentazione. Riccardo sa esattamente cosa vuole e come ottenerlo. Ma il potere, quando si fonda sul male, consuma prima gli alleati e poi se stesso. I suoi alleati lo abbandonano uno dopo l’altro, come foglie che cadono da un albero marcio. Ed è qui che lo spettacolo tocca la sua nota più contemporanea, più bruciante, il popolo non capisce quanto potere avrebbe, se solo abbandonasse il male che lo governa, lo manipola, e che alla fine rischia di distruggerlo. Nel teatro shakespeariano i sogni non sono decorazione ma sono il momento in cui la coscienza parla con la voce che non riusciamo a zittire di giorno. Nella notte prima della battaglia di Bosworth, Riccardo è visitato dai fantasmi di tutte le sue vittime. È un momento straordinario, quello in cui Shakespeare si domanda se il male possa avere rimorsi, se esista ancora, in fondo all’anima più nera, quel briciolo di coscienza che non muore mai del tutto. «Il mio regno per un cavallo!». Il grido che chiude l’opera è forse la sintesi più devastante di tutta la letteratura sul potere. Colui che ha ottenuto tutto, che ha scalato il trono su cadaveri, alla fine implora un animale. Non un esercito, non un alleato, non la gloria, un cavallo. È il momento in cui il grande manipolatore si scopre ridicolmente umano, ridicolmente solo. È il momento, forse, del rimorso. O forse soltanto della paura. Lo spettacolo non cerca analogie, le lascia affiorare, come crepe in un muro bianco. Ma chi ha occhi per vedere, vede. Vede le guerre che continuano a spegnersi e riaccendersi come focolai irrisolti. Vede la questione palestinese, il groviglio di potere e violenza che nessuna parola diplomatica riesce più a sciogliere. Vede le dinamiche di governi che polarizzano, che dividono, che nominano nemici dove non ce ne sono e ignorano le colpe dove esistono. Vede, in ogni Riccardo della storia contemporanea, la stessa grammatica; seduzione, manipolazione e potere. E allora sorge la domanda più inquietante di tutte: e se il male non fosse soltanto là fuori, incarnato in un tiranno riconoscibile? E se fosse linfa che scorre sotto pelle, qualcosa che ci tiene in vita quanto ci corrode? L’origine del male, il male che alberga in ognuno di noi, questo è ciò che Riccardo III porta in scena, questa è la vera ragione per cui quest’opera non muore, non invecchia, non smette di parlarci. Il teatro shakespeariano sopravvive perché parla alla parte di noi che non cambia. Non la parte razionale, non quella morale, non quella civilizzata, ma quella antica, quella che conosce il potere prima di conoscere la legge, quella che capisce la seduzione prima di capire il pericolo. Riccardo III, nell’adattamento di Angela Dematté e nella regia di Andrea Chiodi, porta questa verità al Teatro Biondo con la forza di chi sa che il presente non ha bisogno di essere nominato per essere riconosciuto. «Il male seduce da sempre e infatti ne siamo circondati.» (note di regia di Andrea Chiodi)
RICCARDO III di William Shakespeare, in scena al Teatro Biondo dal 14 al 22 febbraio 2026, riduzione e adattamento di Angela Demattè, regia di Andrea Chiodi con Maria Paiato e con Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo. Scene di Guido Buganza, costumi di Ilaria Ariemme, musiche di Daniele D’Angelo, luci di Cesare Agoni, trucco e parrucco di Bruna Calvaresi, foto di scena Laila Pozzo. Produzione Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo, Teatro di Roma – Teatro Nazionale.
crediti fotografici: Laila Pozzo
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