La Plaza – Studio: Elisa Sbaragli in dialogo dopo la prova aperta

La Plaza – Studio: Elisa Sbaragli in dialogo dopo la prova aperta

C’è un lavoro fatto di sottrazione, prima ancora che di scrittura. Una voce che si toglie pezzo per pezzo finché non resta che corpo. Gesti raccolti altrove, nel viavai di un mercato, nel chiacchiericcio di un bar, nell’attesa di una fila, vengono portati dentro una struttura e messi alla prova del vero. In una piazza piena, rumorosa, imprevedibile, molto diversa da quella piccola e vuota in cui questo studio aveva mosso i primi passi. La Plaza si costruisce così, si stratifica, si impacchetta e poi trova una forma, il materiale osservato, lasciando comunque uno spiraglio al caso, all’imprevisto del luogo e del momento. È un lavoro ancora aperto, che si interroga mentre accade, quanto deve restare fantasma e quanto deve farsi corpo reale nello spazio che abita. Dopo la prova aperta; presentata nell’ undicesima edizione di Teatri Riflessi, direzione artistica di Dario D’Agata e Valerio Verzin, in Piazza Umberto I a Zafferana Etnea; Elisa Sbaragli racconta a che punto è questa indagine. Hai già raccontato alcuni aspetti del lavoro, volevo chiederti: la performance portata in piazza ieri, come si è discostata dalla costruzione iniziale? Penso alla regia, ma anche ai feedback ricevuti da pubblico e critica, c’è stata una distanza tra l’idea di partenza e la sua messa in pratica? Quello che ho presentato è una struttura che abbiamo costruito con una relazione molto sottile con lo spazio, come se ci portasse sempre un po’ altrove, senza un rapporto iper diretto con il luogo che abitava in quel momento. L’ho fatto anche per capire come reagisce una piazza così, non l’avevo mai provato in uno spazio così grande, pieno di persone, suoni, rumori, quindi tante informazioni insieme. L’avevo già portato in una piazza in Germania, molto più piccola e vuota, ed era più vicina a questa prima struttura.Questo passaggio mi serve soprattutto come indagine interiore, capire come il lavoro può entrare in relazione reale con il luogo che abita di volta in volta. Ci sono possibilità che non ho ancora approfondito, ma che restano utili per capire davvero cosa è questo lavoro, quali scelte fare e verso quale finale andare. Di sicuro il luogo è già entrato dentro la scrittura, alcuni gesti raccolti nei giorni precedenti sono scritti dentro un percorso, un inizio, uno svolgimento, una fine e si connettono con gestualità e figure osservate altrove. C’è questo mix continuo, ed è necessario in questa fase per comprendere la funzione che il performer ha nel luogo, dentro questa immersione di cose che non ci sono ma che possono esistere in quel momento. Sono domande che devo ancora indagare, aprire, e poi eventualmente sciogliere.

Il concetto di casualità può entrare nel lavoro? Potrebbe, sì. Alcune persone me lo hanno chiesto, e in effetti potrebbe essere un’idea da aggiungere in questa fase. È un lavoro molto stratificato, un materiale complesso da archiviare, prendere, destrutturare e rimettere nel corpo, senza che diventi mimico ma restando vicino all’umano. Ho sentito il bisogno di procedere per passaggi, di “impacchettare” le cose, perché sto ancora confrontandomi con questo materiale e con rispetto verso chi osservo. Ho bisogno di capire prima il meccanismo, il sistema alla base, anche grazie al supporto della scrittura drammaturgica che ci accompagna in questo lungo percorso. Forse la casualità potrà entrare proprio dentro qualcosa di già scritto, come un imbuto in cui le cose entrano, si trasformano, diventano una scrittura più definita, che poi riapre a qualcosa di nuovamente casuale.

Un’altra domanda riguarda il testo. Da una parte c’è la scelta di far parlare il performer in più lingue; dall’altra, il fatto che le parole si perdessero spesso nel rumore della piazza, più affollata rispetto ad altre situazioni con meno pubblico. È una scelta legata al contrasto tra i movimenti lenti e la velocità della città, oppure è più casuale? Sulla voce abbiamo lavorato per sottrazione. Togliere, togliere, togliere, fino a farla diventare un pezzo di corpo. Non vogliamo che il pubblico si abitui a una narrazione lineare, deve cogliere il senso di quello che accade attraverso il continuo incastro tra le diverse figure. Per i prossimi passaggi, anche pensando a portare il lavoro in altri luoghi, vorrei un archetto, un microfono invisibile, che permetta al performer di restare più libero, di lasciar andare la voce, di essere morbido e fluido, proprio perché la voce è un pezzo di corpo. Questo permetterebbe anche di giocare sull’atmosfera, le voci potrebbero creare echi, altre sonorità, altri livelli nello spazio. Penso a un urlo, per esempio, o a ritmi vocali che emergono. Diventa un elemento non tanto di significato quanto di corpo ritmico, dinamico. Sulle lingue, invece, stiamo giocando con le figure. Il maestro parla francese, l’influencer parla inglese, i poliziotti parlano italiano. Sono figure collegate a una stessa anima, ma le abbiamo accorpate improvvisando insieme. All’inizio il performer parlava molto di più; poi abbiamo tolto, tolto, tolto, sempre nella stessa direzione. È anche un modo per capire se questo lavoro appartiene alla piazza aperta o a uno spazio più chiuso, si modula in base al luogo. Il microfono in scena è un sostegno per il performer, anche nell’idea che canti senza microfono, mantenendo quell’idea di fantasma: qualcosa che non esiste ma che lui gestisce. Il microfono che abbiamo usato ieri era una scelta tecnica di supporto per questa fase, non definitiva. La mia idea è che, alla fine, non ci sia. Quali sono i prossimi passi, come evolverà il lavoro? Sono felicissima perché la prossima settimana partiamo per Brighton, al South East Dance. Ci ero già stata con un altro lavoro e mi hanno invitata di nuovo. Sarà un’altra piazza, un’altra situazione, molto più animata. C’è una comunità queer molto forte e attiva e capiterà proprio nella settimana del Pride. Sarà interessante raccogliere altre atmosfere, altri colori, che entreranno nel processo. Lì faremo anche una presentazione. Poi, l’8 settembre, uno studio a Danza Urbana, e tra novembre e dicembre riprenderemo il percorso.

LA PLAZA

Coreografia: Elisa Sbaragli Danza: Rafael Candela Suono: Edoardo Sansonne Dramaturg: Lorenza Guerrini Direzione creativa: Marco Burchini Produzione: TIR Danza

Con il supporto di: CROSS Residence, Teatri di Vita nell’ambito del Progetto CURA 2025; South East Dance (UK) e il contributo dell’IIC di Londra Residenza artistica: IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia / Teatro delle Moire (Milano)

La prova aperta si realizza nell’ambito di ResiDance — azione del Network Anticorpi XL (IterCulture APS) all’interno del progetto INNESTI 2026; L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino / Teatro Petrella di Longiano; Ass. Capotrave – Kilowatt; AMAT – Associazione Marchigiana Attività Teatrali

crediti fotografici: La Plaza_studio – courtesy Teatri Riflessi 2026, ph FeC Lab

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