
Le confessioni di un italiano: «La fine del mondo» di Francesco Pecoraro
Le confessioni di un italiano: «La fine del mondo» di Francesco Pecoraro
Immerso com’era nel grasso d’Occidente,
avvolto a sua volta nel feltro
del persistente ombrello americano
durante un autunno caldo e infinito,
pacatamente rifletteva,
seduto nei caffè dell’Ipotassi,
delle tragedie e dei conflitti del mondo.
Leggendo le prime pagine de “La fine del mondo” (Ponte alle Grazie, pp.356, € 20, 2026) mi è venuto da pensare di primo acchito al “De reditu” di Rutilio Namaziano, scrittore del Tardo Impero. Scrive l’autore, Francesco Pecoraro: «Come tutti gli imperi, anche quello americano—continuamente attaccato dall’esterno e profondamente corroso dall’interno—, con alti e bassi a seconda della statura politica dell’imperatore in carica, prima di cadere definitivamente avrebbe scricchiolato per molto tempo». Sono così appassionato dello scrittore romano che vorrei lo leggessero in tanti. E se diffidate, fate la prova: andate in libreria e scorrete le prime due pagine e mezzo del suo romanzo. Sono una vertigine travolgente: un lungo periodo ininterrotto che si conclude col botto nella casalinga «Ipotassi Urbana Cetomedioide», l’area centrale di una Urbe senza senso da cui tutto inutilmente si irradia. I lettori più attenti conoscono ormai da anni Pecoraro, in origine architetto, nato a Roma nel 1945 e messosi in luce tardivamente con i racconti di “Dove credi di andare” (2007) e poi con “La vita in tempo di pace” (2013). Dopo questo “grande romanzo italiano”, che gli ha dato la giusta fama di critica e pubblico sono seguiti “Lo stradone”(2019) e “Solo vera è l’estate” (2023), la storia di tre giovani romani nei giorni del G8 di Genova. “La fine del mondo” – come a chiudere una trilogia del “fallimento” – riprende idealmente il discorso iniziato con il primo romanzo e proseguito ne “Lo stradone”, al cui centro sta Roma, la città di un settantenne che narra di sé e del mondo circostante. In quasi dieci anni tante cose sono successe. Ce lo ricorda il protagonista, ora ottantenne, ulteriore alter ego dell’autore, che già dall’incipit ci fa capire le sue intenzioni trasportandoci, in una sorta di ricognizione aerea, in volo sul mondo fino a planare nel suo nuovo quartiere romano dove vive con la compagna Carla. Contrariamente a Parigi in questa caotica Roma «mancava, ed è sempre mancata, la società moderna che la metropoli di Haussmann, lontano da qui, esprimeva.» Metto subito le mani avanti. Pecoraro non è un autore facile, e lo dimostra anche e soprattutto con questo romanzo, che è un lunghissimo monologo, un flusso di (auto)coscienza continuo, una prova di resistenza (anche per noi), una narrazione “egoica” del mondo, in cui il protagonista sperimenta cosa significhi essere travolti dal grande «Flusso mercificato della Rete». Qual è la storia? Se, in qualche modo, ne “Lo stradone” era presente un movimento, un’azione, qua manca, perché tutto è ormai mutato in peggio: non resta, allora, che ripiegare sul proprio Io per osservare il disastro globale ( clima, guerre, fascismi, crisi di ogni genere) e i suoi riflessi su di sé e sugli altri. Credo che per le generazioni future sarà questo romanzo, come gli altri suoi, una interessante e grande testimonianza letteraria di un tempo che fu: la storia di un uomo anziano, sulle soglie della morte, pieno di acciacchi di ogni genere, che si autoanalizza descrivendo un mondo in rovina, così come lo è la sua città e il proprio Paese. Leggeranno della vita di un uomo colto, un piccolo-borghese, «cetomedioide», vissuto tra la seconda metà del XX e la prima parte del XXI secolo, che: «Già dai primi anni Novanta si ritrovava ancora ateo, laico e comunista, ma massacrato dalla disillusione e, come per seguire un destino inevitabile, di recente era finito ad abitare nella città morta dei residuati della sinistra novecentesca, che era un po’ come essere già al cimitero, anzi in un deposito di rottami ai piedi di un cimitero». C’è chi (Andrea Cortellessa) ha confrontato, per le minuziose descrizioni delle sofferenze mediche del protagonista, la “La fine del mondo” con il racconto “Anastomosi” di Gadda, in un rapporto simbiotico tra corpo e mondo che sembra indirizzare verso la morte. Viene così da pensare che proprio il titolo faccia riferimento alla “propria fine” e non a quella di “tutti”. Scrive Pecoraro: «Nel deserto e nel silenzio, si era detto l’uomo, in questa camera con due finestre, si era anche detto, non sarà così brutto morire, visto che prima o poi si deve farlo e ormai sarà più prima che poi. Carla non sopporta questi discorsi. Nessuno, a dire la verità, li vuole ascoltare.» Io, però, opererei un altro confronto tra i tanti possibili. Quello di trovare un punto di snodo, che in genere si situa a cavallo di due secoli o dopo qualche grande trauma sociale e politico. Trascurando con un azzardo la grande narrativa italiana del ‘900 – La coscienza di Zeno, Il Gattopardo, Il fu Mattia Pascal, Se questo è un uomo, Il deserto dei Tartari… e i romanzi di Volponi – leggendo il libro di Pecoraro, uomo risolutamente novecentesco, ma ormai fuori da quel zeitgeist, mi viene di accostarlo in controcanto all’Ippolito Nievo di “Confessioni di un italiano” (1867). Il grande romanzo del Risorgimento italiano, conosciuto anche come “Confessioni di un ottuagenario”, ambientato a cavallo tra ‘700 e ‘800, raccontava attraverso la vita di Carlino il passaggio identitario dalla condizione di veneziano a quella di italiano. Era la presa di coscienza dello sviluppo e della maturazione civile e politica di una nazione. Il tono di Nievo era ironico, il linguaggio aveva una forte impronta orale, intermediazione tra aulicità e popolarità. Anche in Pecoraro troviamo una lingua apparentemente semplice, colloquiale, caratterizzata da un tono ironico, ma che non è non certo opera di costruzione di una identità come quello di Nievo. È romanzo del totale disincanto, dello sfaldamento ideologico e identitario, è la presa d’atto che tutto ciò che in cui si era sperato si è dissolto davanti all’unico vincitore, il Capitale («che tale non si può più chiamare»), che tutto anonimamente (sur)domina, compresi i suoi «serventi primari», gli stessi arricchiti. Cosa si può fare? «Ora che considero tutto questo, come ogni anno, e come ogni anno non riesco a fuggire da Roma, ora seduto a un vecchio pesante tavolo di legno che ho eletto a centro del mondo, ora posso, come ogni anno, riconsiderare anche il mio lento spensierato inesorabile, fallire.»
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