
L’estate della dolciera, romanzo di Annamaria Zizza, Marlin Editore, dicembre 2025
Maria, da criata a “criante”
Dopo il successo della Dolciera siciliana, che è arrivato alla sesta ristampa, sempre per i tipi della Merlin, Annamaria Zizza, scrittrice catanese appassionata di storia antica e moderna, approda in questi giorni in libreria col suo quarto romanzo che riprende il personaggio di Maria, la criata di Modica, laddove l’aveva lasciata, e ne porta avanti la storia con risvolti imprevedibili, con L’estate della dolciera.
La definizione sintetica e immediata per introdurre il plot di questo nuovo romanzo sarebbe quella di sequel, ma questa definizione ci appare davvero di riduttiva.
E’ vero, infatti, che la Zizza ammette, nei ringraziamenti finali, che il romanzo “non nasce dalla richiesta di tanti miei lettori rimasti vedovi e soli” per il finale aperto della Dolciera siciliana, ed è proprio da questa ammissione che si comprende che la scrittrice aveva ancora tanto da dire e da aggiungere su un personaggio così delicato e, insieme, così complesso e innovativo.
L’estate della dolciera non è un sequel, anche se vi si ritrovano personaggi e luoghi del precedente; è un racconto (lungo) autonomo che ha lo spessore e la ricchezza di un approfondimento storico e la volontà di offrire una riflessione sul processo di maturazione che la protagonista affronta e sulle scelte che farà, riflessione che ruota attorno al tema centrale di tutta la narrazione: il senso e il valore dell’educazione.
Il tempo del racconto, in questo caso, va dal 1748 al 1752, siamo ancora a Modica, nella Contea che, all’epoca, era grande centro economico e politico della Sicilia, ma anche intellettuale. Maria torna a casa da Catania, dove era avvenuta la sua iniziazione all’amore e anche il processo di autonomia e di riscoperta di sé. Al suo arrivo ritrova la vecchia e cara amica Angioletta e si accorge che quell’amore fugace che aveva “assaggiato” a Catania, al Palazzo dei Principi di Valguarnera, le ha lasciato un frutto. Maria è incinta e deve trovare una sistemazione.
Da qui la vicenda si arricchisce di incontri, situazioni, personaggi, nuovi ambienti, spostando anche il focus verso luoghi lontani dalla Sicilia, come Venezia, Napoli e Tripoli.
Un vero e proprio caleidoscopio di volti, profumi, emozioni, suggestioni, e affreschi. E’ un romanzo pittoresco che si fa anche picaresco, d’avventura e di salvezza. I personaggi si moltiplicano e, con loro, arriva un arricchimento derivato da un lungo studio sulla società del tempo a Modica -evidente la consultazione degli archivi storici sulle famiglie nobili- e dalla passione che la scrittrice ha per la letteratura e l’arte. Qua e là vengono citati, non a caso ma a ragion veduta, Giovan Battista Marino e Paolo Rolli, Tiepolo e Tintoretto, Miguel de Cervantes e Defoe, e poi studiosi e teologi, preti come Don Filippo Neri, suore scrittrici e così via.
La cultura smisurata dell’erudita Annamaria Zizza trasuda in questo romanzo ma senza nessuna erudizione, con la grazia di chi conosce l’arte sublime della narrazione e spolvera -come fa Maria con lo zucchero e la cannella sui dolci- i riferimenti che arricchiscono una vicenda sapientemente intrecciata. Il flusso del racconto è suadente, musicale, ininterrotto anche se complesso per l’ entrelacement, che costituisce l’ossatura che mette in relazione i personaggi tramite flashback, lettere, confidenze e confessioni che portano il lettore avanti e indietro nelle vicissitudini di tutti. Per questo il romanzo ha una sua totale autonomia dal precedente, perché tanti tasselli dell’evoluzione di Maria e del suo amore, Giuseppe, si reinnestano in un nuovo puzzle. Il lettore può seguire ammaliato il filo delle parole misurate, ma naturali, mai artefatte, con passaggi da un eloquio più forbito a citazioni dialettali, dal colore dei dialoghi accesi, alla poesia delle incursioni nelle anime e, ancora una volta, nei profumi e nei sapori. E’ una scrittura ritmata che ipnotizza e, mentre affascina, cattura nella vicenda che si intreccia in vari filoni e sulla scia delle storie di una moltitudine di personaggi che affiancano la protagonista del titolo.
Come nella Dolciera, sono presenti anche qui echi manzoniani e veristi, ma anche quelli dei romanzi epistolari tanto in voga proprio nel Settecento. Rimane alta l’attenzione per il ceto nobiliare con tutti i vizi e le virtù. Le famiglie Grimaldi e Vassallo circonderanno la vita di Maria, una Vassallo è Anna, forse il personaggio meglio costruito nella sua arroganza e perfidia, madre terribile che tiene in mano le sorti dei figli, donna in crisi al sopraggiungere dell’età matura quando lo specchio non può dire le menzogne che l’ipocrisia delle relazioni invece sostenevano. Una Vassallo è Antonia, la figlia di Anna che, insieme alla sorella, è costretta alla monacazione per via della legge del maggiorascato, una suora murata viva dentro il monastero che diventa pazza e che sconvolge, ma anche illumina, Maria (come non ricordarsi della Capinera verghiana?) Ci sono poi i personaggi del male e quelli del bene, come Don Mariano Patanè che, nell’ultima parte del romanzo, interverrà e diventerà la chiave risolutoria nella vita di Maria, divenuta madre e maestra, di Giuseppe che salverà e metterà sulla strada del ricongiungimento finale.
La scrittrice, che è un’insegnante e conosce bene la nobile arte dell’educazione, coglie l’occasione per portare avanti la sua riflessione su questo tema, già accennato nella Dolciera. Lì il maestro era stato Tommaso Campailla, qui sarà Don Mariano che spingerà Maria a divenire lei stessa maestra, guida, educatrice di bambini orfani, diseredati, per toglierli dalla miseria economica e morale alla quale erano condannati. Come lei che da orfana nel Reclusorio era divenuta criata, poi masculu Mario, poi cuoca e madre, adesso, nel pieno della maturità, educherà i bambini, una “criante”.
Cosa ci dice, infatti, il titolo? Si parla di un’estate ma è chiaro che si tratta di una metafora. L’estate è quella stagione in cui maturano i frutti, quelli più dolci e succosi, i più nutrienti. E Maria adesso è pronta per una maturazione completa e che sia nutrimento per il suo bambino, Tommasino, e per gli altri piccoli infelici, insieme a Giuseppe, portatore di un messaggio poetico: “la vita può essere davvero meravigliosa”.
Dopodiché, il finale, ancora una volta, ci sorprende. Non è più un finale aperto, come nel precedente romanzo, ma, anzi, una perfetta chiusura del cerchio: “Epilogo, dove tutto si conclude”
![]()