“Oggetti a valvole” di Enzo Cannizzo: Refertare il mondo in disgregazione

“Oggetti a valvole” di Enzo Cannizzo: Refertare il mondo in disgregazione

Refertando il mondo in disgregazione. Enzo Cannizzo, siciliano, ex libraio, cantore «dell’umano coro orfano di dio e degli dei», ci consegna con le ventotto liriche di «Oggetti a valvole» (Ensemble) un universo non solo pre-digitale, annerito d’umido e d’ombre, ma sostanzialmente ipo-umano, «braccato dal ghigno di scimmie danzanti», affastellato mosaico di schegge impazzite. Un cosmo murato, raggomitolato dentro le sue follie, confinato dentro le sue disperazioni e percorso a volte da minime nostalgie, ovvero la provincia siciliana, vissuta come unico baluardo tra lirismo disperazione e scherno, pur non concedendo nulla a qualsiasi folklorica esaltazione: «bruciacchiati oggetti superstiti/ orfani di cosce in bianco e nero/ bionde peroni calendari/ profumati da barbiere/ inerti oggetti impertinenti»: e quella sorta di invocatio alla notte che apre il testo sembra suggellarne il non-senso e la mancanza di direzione. Prima di tutto Cannizzo è capace di cogliere la poesia nella sua sostanza fonetica, quasi che la parola s’impeci in grumi di tono, di grado espressivo, di modulazioni aspre, di aggettivazioni vertiginose che aggrediscono lo spazio della pagine verticalmente e orizzontalmente – mantra e imprecazione, formula sacra e supplica – di insistente martellamento consonantico, per esempio, edlla «c» – «notte tu così chiara fatti crepa/ concedi buio di carie al cuore/ dei santi esodati dal giorno/ ai cristalli annebbiati dai fari…» – e scaturisse dalle stratificazioni che il poeta ha accumulato nel corso delle sue letture: su tutte ci paiono più che presenti l’eco dell’impasto linguistico di Consolo – da «Il sorriso dell’ignoto marinaio» a «Retablo» – e la lezione di quell’Angelo Maria Ripellino il cui barocco esorbitante, oscuro e visionario, sedimenta da sempre nell’immaginario di Cannizzo. Così se la lirica di Miguel Angel Cuevas, in esergo, offre una efficacissima premessa di questo suo dire acido e impervio, la presenza di Maria Attanasio, cui non a caso è dedicata l’intera silloge, indica almeno nel linguaggio poetico il tentativo di riscatto da ogni marginalità esistenziale. Un poetare che «incede – ricorda Cettina Caliò nel saggio conclusivo – spesso ellittico e allusivo in cui la struttura del dire risucchia come in un gorgo.» Seguendo questo vortice espressivo, l’idea di una poesia-mondo si fa strada nel continuum di «Oggetti a valvola», poema quasi misterico officiato grazie all’incisione operata dalla parola poetica – «luogo, logos, languore, lingua» – che ci consegna un’idea della letteratura e della vita (così come avevamo scritto per «Zagare e segreti», Ensemble, 2024) come atipica storiografia della piega, come resoconto dall’anfratto ma dense di una ulteriore cabrata filosofica: una estetica distopica della nostra (miserabile) storia materiale – il libro esonda di oggetti quotidiani e ormai desueti – che non si concentra solo su fatti, ma sulle loro rappresentazioni allucinate. Un museo anatomico di reperti, «inerti oggetti impertinenti/ vite di bachelite/ cuori di tungsteno, città di acetilene/ anticaglie musicali/ rassicuranti ronzii di frigo/ nella notte più scura»: ovvero l’epica di chi ha il coraggio, ancora, di intonare la poesia «mentre tutto brucia».

Enzo Cannizzo, «Oggetti a valvola», Ensamble, Roma 2025, euro13,00

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