
“Purificazione” allo Stabile di Catania di e con Vincenzo Pirrotta
Tantum religio potuit suadere malorum
Alla Sala Futura del Teatro Stabile di Catania è andato in scena, nel mese di febbraio, uno spettacolo diverso, potente, penetrante e fortemente disturbante: Purificazione, in cui Vincenzo Pirrotta è autore, regista e unico interprete. Il monologo nasce da un tragico fatto di cronaca che scosse la Sicilia nel 2020: la vicenda di Giovanni Barreca, il muratore di Altavilla Milicia (in provincia di Palermo) che confessò l’omicidio della moglie e dei figli dopo aver partecipato a quello che lui definì un presunto rito di “purificazione” insieme ad altri due complici. Le parole di Barreca, in particolare ciò che disse ai carabinieri furono : “Il diavolo si stava mangiando la mia famiglia”. Da questa confessione nasce il testo di Pirrotta che porta alla ribalta il tema più eterno di tutti i temi nella storia dell’umanità: l’indagine sul male. Il teatro è quella grandiosa chiave di lettura del mondo che permette di proiettare eventi e situazioni su uno specchio catartico è trasformare in mymesis la narrazione. Pirrotta -attore di grande e riconosciuto mestiere- questa magia del rito teatrale la conosce bene e ha realizzato un’operazione di spessore morale e artistico. Non si è limitato a raccontare i fatti in chiave giornalistica, ma ha dato corpo a Giovanni Barreca, ha creato un’atmosfera cupa e claustrofobica, ha spinto lo spettatore a seguire la vertigine ossessiva che lo ha portato all’omicidio efferato che ha commesso. Focus centrale del monologo è la riflessione profonda sull’ossessione, sul fanatismo religioso e sull’abisso a cui può giungere l’animo umano quando si scinde dalla ragione.

La regia, dello stesso Pirrotta, sceglie una linea essenziale, quasi spoglia, che lascia spazio solo alla parola che lui fa diventare cantilena, mantra, litania, con ridondanza costante. Le frasi si ripetono più volte con ritmo martellante, il lessico del testo è ricco di assonanze, consonanze e sillabe marcate che l’attore sulla scena accompagna con movimenti lenti del collo e della testa, in un dondolio oscillante. Un linguaggio ossessivo come l’ossessione che ha travolto la mente del protagonista. La scena, quasi vuota, scura con luci rarefatte (curate da Gaetano La Mela), diventa un luogo mentale prima ancora che fisico, dove fanno da sfondo immagini del cuore di Gesù in una composizione anche questa ripetuta, come in un pattern, uno spazio sospeso dove colpa, memoria e desiderio di redenzione si intrecciano senza filtri. La Purificazione del titolo non è rito liberatorio, ma processo doloroso e ambiguo del protagonista che, invasato e schiacciato da una fede che spegne la ragione, uccide con ferocia moglie e figli per liberarli dal male, dal demonio, dalla “bestia” che si stava mangiando la sua famiglia. Evidente lo sforzo di interpretazione dell’attore, uno sforzo calibrato dalla sapienza, ma palese al pubblico per via di quella drammaticità irrisolta con cui Pirrotta si immedesima in un processo di espiazione, rivelando fragilità e contraddizioni che risuonano con forza nel pubblico. Non c’è nessun giudizio morale esplicito: lo spettacolo preferisce porre domande piuttosto che offrire risposte, domande scomode che scavano in profondità. Per questo il pubblico rimane fortemente scosso, turbato e l’applauso finale, lungo e meritatissimo, è una vera liberazione per quei sessantacinque minuti di angoscia che il testo e l’interpretazione dell’attore hanno saputo costruire. Viene subito alla mente una sollecitazione antica, una di quelle riflessioni che solo i grandi classici hanno saputo lasciarci: Lucrezio, parlando del sacrificio di Ifigenia, nel De rerum natura, commenta: Tantum religio potuit suadere malorum!
Crediti fotografici di Antonio Parrinello
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