Riduzione e adattamento di Angela Dematté, regia di Andrea Chiodi.
Riccardo (duca di Gloucester) – Maria Paiato, Buckingham – Giovanni Franzoni, regina Elisabetta – Francesca Ciocchetti, Duchessa di York – Giovanna Di Rauso, Regina Margherita – Carlotta Viscovo, Clarence – Emiliano Masala, Re Edoardo IV – Igor Horvat, Rivers – Tommaso Cardarelli, Lord Hastings – Riccardo Bocci, Lady Anna – Ludovica D’Auria, Primo assassino / Catesby / Ragazzo – Cristiano Moioli, Secondo assassino / Ratcliffe / Principe – Lorenzo Vio
Scene: Guido Buganza, costumi: Ilaria Ariemme, musiche: Daniele D’Angelo, luci: Cesare Agoni, trucco e parrucco: Bruna Calvaresi
Produzione Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo, Teatro di Roma, Teatro Nazionale
“Tu non diventerai re!”
Ultimo dramma della tetralogia storica di Shakespeare dedicata al casato dei Tudor, Riccardo III sta al confine tra il dramma storico e la tragedia. Rappresenta il primo tentativo, perfettamente riuscito, di delineare una grande figura tragica che non è riconducibile ai limiti del tipo: la catena delle azioni è determinata da Riccardo e dalle sue mosse, ma egli appare non tanto agente quanto strumento, come tutti gli altri, di un disegno più alto, che trascende l’individuo.
Il modello che sottende tutto il dramma è quello del ciclo colpa-espiazione, in cui tutti sono coinvolti: i singoli individui, come Clarence, Hastings, Buckingam, che scontano i loro momenti di gloria e le loro colpe, le due case, Lancaster e York, impersonate dalle due vecchie regine madri, testimoni delle alterne vicende delle vittorie e delle sconfitte del passato, i personaggi minori, come i sicari.
Ciò che domina è il gioco della storia e della nemesi, riecheggiato da un coro di maledizioni, ricordi, profezie concentrati soprattutto nel personaggio della Regina Margherita, i cui anatemi si scagliano contro ognuno dei personaggi che soccombe. Tutte le altre figure femminili partecipano a questa funzione corale, non fanno avanzare l’azione ma costituiscono una sorta di commento, ritualistico e cerimoniale, al corso degli eventi.
Nell’edizione vista a Catania per la regia di Andrea Chiodi, il taglio evidentemente scelto a partire dalla traduzione di Angela Dematté, è stato quello di ridurre la complessità nella misura. Misura scenica, misura nella recitazione, misura nella totalità di un’interpretazione concettuale che mira a cogliere l’universale indagine sul male e la sua genesi che è il nodo centrale dell’opera di Shakespeare.
E’ per questa singolare visione della regia che la scelta di fare interpretare il ruolo eponimo a una donna ha trovato un senso e una realizzazione non paradossale, non provocatoria ma fortemente autentica. Maria Paiato nei panni del perfido re non è né donna né uomo: è un essere, essenza ontologica del desiderio di potere che si fa bramosia vendicativa, del bisogno di rivendicare il rapporto tossico con la madre, il desiderio di farsi accettare anche a costo di farsi odiare e di andare incontro, senza remore, all’inesorabile sconfitta.
Riccardo, deforme fisicamente e zoppo, Duca di Glouchester, riesce, con calunnie congiure e tradimenti, a creare ostilità e sospetti, a decidere le sorti di tutti coloro che possono ostacolare la sua ascesa, per via della natura perversa e crudele; è la personificazione del male assoluto. E poiché non è solo il “mostro” storico, ma un manipolatore lucido, ironico, quasi seducente nella sua malvagità, la chiave di lettura della Paiato è lucida manifestazione di un io cerebrale e carico di autocompiacimento. Da quell’attrice di lungo mestiere che è, è riuscita ad accentuare il rapporto diretto con il pubblico, attraverso monologhi pronunciati frontalmente, con sguardo complice, amplificando il senso di inquietudine: lo spettatore si scopre coinvolto, quasi corresponsabile delle sue trame.Di Riccardo la Paiato ci consegna una forma che più che crudele è sarcastica, che ragiona con se stesso e spiega i suoi piani, che commenta le azioni e non ne assume mai le colpe; la responsabilità è di un’inesorabile catena di eventi necessari perché si compia una rivincita e un riscatto. Dalla nascita Riccardo ha sempre saputo di non avere nessun diritto di successione, questo gli ripete continuamente la madre: “Tu non sarai re”.
Questo è il punto di partenza e di arrivo della regia di Chiodi: il lungo plot drammatico si apre con Riccardo che gioca con una giostrina a carrillon, e comincia a sognare i suoi piani feroci, e si conclude con Riccardo che va in battaglia ma mette in campo uno schieramento di soldatini usciti da un baule (bara) pieno di giochi. La sua strategia consiste nel mettere in fila i soldatini, guidare l’esercito, e poi gridare, spaventato “il mio regno per un cavallo”. Così la Paiato è anche un po’ bambino che gioca, bambino che emerge da un inconscio traumatizzato, bambino che manipola le esistenze degli altri.
Del resto cosa fanno i potenti con le vite di tutti noi? Giocano, manipolano, gestiscono, ordiscono, uccidono. Così la scelta di questa affiatata compagnia, di questa regia e di un’attrice che cede la sua femminilità, ci ha fatto rabbrividire per la feroce attualità intrinseca. In un momento in cui siamo tutti schiacciati dal trionfo del male assoluto di un mondo fatto di sopraffazione e arroganza, prevaricazione e violenza, bugia e tradimento, riconosciamo Riccardo III fra noi, in ogni nazione, in ogni guerra, in ogni sottrazione di diritti.
Una lettura concettuale ha esaltato la tematica di Shakespeare, ne ha evidenziato la parola che scava nel profondo -merito assoluto del Bardo e merito della Dematté- ha portato sulla scena dello Stabile un’operazione attenta che è il frutto di una sottrazione costante utile per veicolarne la complessità.
Le scenografie ( di Guido Buganza), essenziali e cupe, evocano un’Inghilterra senza tempo, dove in una stanza chiusa e soffocante campeggia un grande tavolo in stile roccocò che fa da mensa e da casa, da reggia e da campo di battaglia, da altare e da mausoleo funebre. Le luci (di Cesare Agoni) giocano un ruolo fondamentale, isolando i personaggi nei momenti decisivi con un occhio di bue che accompagna monologhi e scontri, e sottolineando il progressivo isolamento di Riccardo.
Attenzione particolare meritano i costumi curati da Ilaria Ariemme, che, pur richiamando l’epoca storica, hanno una struttura (è il caso di dirlo) ibrida mai completamente contestualizzata; tutti sui toni del viola (scelta coraggiosissima a teatro), il colore della porpora, hanno anche questi un peso simbolico che fa pensare al potere inteso come ossessione, in più presentano dettagli moderni che suggeriscono un parallelismo con le dinamiche politiche attuali.
Alla riuscita definitiva, sottolineata dall’applauso finale, ha contribuito l’affiatamento e la bravura di tutto il cast. Ogni attore ed ogni attrice ha ricoperto il ruolo con la precisa consapevolezza della costruzione scenica complessiva, nessun istrionismo ma un insieme equilibrato di incastri che fanno da contrappunto al protagonista. Una scena, in particolare, ci ha colpito: quella delle tre donne, tre madri sconfitte, (Francesca Ciocchetti, Giovanna Di Rauso, Carlotta Viscovo), accomunate dalla perdita dei figli e della propria dimensione regale, che, attorno al tavolo, raccolgono i vestitini dei loro figli-bambini come fossero sudari per un rito di trapasso.
Il ritmo è sostenuto, soprattutto nella prima parte, dove intrighi e omicidi si susseguono con rapidità quasi cinematografica. Nella seconda parte emerge, invece, una dimensione più psicologica: la paranoia, gli incubi, la solitudine del tiranno. È qui che lo spettacolo trova il suo momento più alto, mostrando la fragilità dietro la maschera del potere, in una interpretazione che non sorprende perché contavamo sulla dimensione gigantesca di Maria Paiato, ma affascina e quasi (forse un pregio forse un difetto) ci aiuta a capire, a giustificare l’anima perversa e il suo male che ha origine da quel rifiuto della madre, da quella legge inesorabile: “tu non diventerai re!”
Contributi fotografici Laila Pozzo
In scena a Catania fino al Primo marzo 2026
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