
D.e-Mo | RiCostituente: il 7 e l’8 novembre debutta «Archivio Zero». Una donna contro l’archivio che l’ha cancellata
D.e-Mo | RiCostituente: il 7 e l’8 novembre debutta «Archivio Zero». Una donna contro l’archivio che l’ha cancellata
“Hanno conservato la sua cartella. Non la sua voce”. Da questa frattura nasce Archivio Zero, nuova produzione di Retablo ETS che debutta sabato 7 e domenica 8 novembre, alle ore 20.30, nell’ex corderia di via del Principe 20, a San Cristoforo. Lo spettacolo, interpretato da Giorgia Coco, con la drammaturgia di Elena Russo e la drammaturgia sonora e la regia di Turi Zinna, porta in scena una donna rinchiusa in manicomio e il suo tentativo di sottrarsi al sistema che ha preteso di definirla. Archivio Zero è il terzo spettacolo di PRINCIPIA®, il ciclo dedicato a donne, corpi e forme della soggettività pubblica che si svolge alla Stazione Giudice, nell’ambito di D.e-Mo 2026 | RiCostituente. D.e-Mo: Democracy and Electronic Movement è il progetto di ricerca artistica e partecipazione civica di Retablo ETS che mette in relazione teatro, tecnologie, spazio pubblico e comunità. Giunto alla quinta edizione, nel 2026 prende il nome di RiCostituente: Integratore poetico per democrazie affaticate e comunità atomizzate: un immaginario farmaco civico i cui principi attivi sono gli articoli della Costituzione italiana. Attraverso cinque Stazioni RiCostituenti, luoghi e comunità di Catania diventano spazi di creazione, memoria e cittadinanza, dove spettacoli, installazioni e pratiche partecipative riportano i principi costituzionali nell’esperienza quotidiana. Il percorso invita i cittadini a riconoscere luoghi significativi della città come Istituzioni Simboliche, Poetiche e Affettive. Alla Stazione Giudice, inaugurata l’11 ottobre a San Cristoforo e dedicata alla socialista Maria Giudice, protagonista delle lotte per il lavoro e l’emancipazione femminile, prende forma PRINCIPIA®, un ciclo di quattro spettacoli che interroga il rapporto tra identità, diritti, istituzioni e potere. Dopo Madri Costituenti, dedicato alla conquista della soggettività politica femminile, e Ave Maria, che esplora la trasformazione dei ruoli tradizionali di maternità e devozione in strumenti di potere, Archivio Zero affronta una forma estrema di negazione dell’autodeterminazione: la trasformazione della non conformità femminile in una condizione da curare, correggere e isolare. La protagonista ha amato un uomo sposato e potente. Ha desiderato una vita diversa da quella che le convenzioni sociali le assegnavano. La sua indocilità è diventata una patologia, il suo desiderio un sintomo, la sua esistenza un caso clinico.

Rinchiusa in manicomio, sottoposta a trattamenti presentati come necessari al suo bene, perde progressivamente il controllo sul proprio corpo, sulla propria maternità e sulla propria identità. “La mia follia è l’amore. La mia colpa è l’indocilità”, dice la protagonista. Di lei restano le cartelle cliniche: osservazioni, diagnosi, giudizi, provvedimenti. Documenti compilati da chi aveva il potere di decidere della sua vita. La donna scompare, mentre le parole dell’istituzione sopravvivono e diventano il principale strumento attraverso cui ricostruirne la storia. Ma che cosa racconta un archivio quando conserva soltanto lo sguardo di chi esercitava il potere? In Archivio Zero, l’archivio diventa un dispositivo scenico di sorveglianza e classificazione. Attraverso monitor di epoche differenti, videomapping ed elaborazioni audiovisive, la presenza dell’interprete si confronta con immagini e rappresentazioni che la osservano, la riproducono e la classificano. Immagini, suoni, voci e documenti costruiscono un ambiente nel quale ogni movimento può essere interpretato come un sintomo, ogni parola trasformata in prova, ogni comportamento ricondotto a una diagnosi. Il corpo vivo entra così in conflitto con la propria rappresentazione. La protagonista tenta di riappropriarsi della storia che altri hanno scritto su di lei, fino a ribellarsi al linguaggio che l’ha imprigionata. “Io sono la frase che non riesci a registrare.” La questione attraversa il passato e raggiunge il presente. Nell’epoca del capitalismo della sorveglianza, le tracce digitali delle nostre esistenze alimentano sistemi capaci di costruire profili, elaborare previsioni e orientare comportamenti. Le cartelle cliniche dei manicomi e i profili algoritmici contemporanei appartengono a realtà storicamente differenti. Entrambi pongono una domanda sul rapporto tra conoscenza e potere: chi raccoglie e interpreta le informazioni sulle persone può anche influenzare il modo in cui vengono riconosciute, giudicate e trattate. Dalla diagnosi alla previsione algoritmica, Archivio Zero interroga la distanza tra ciò che siamo e ciò che altri stabiliscono che siamo. L’archivio, da deposito di documenti, diventa così un campo di conflitto tra memoria e cancellazione, esperienza vissuta e identità attribuita. All’interno di PRINCIPIA®, questa ricerca incontra i principi costituzionali dell’uguaglianza e della pari dignità sociale (articolo 3), dell’inviolabilità della libertà personale (articolo 13), del diritto al nome e alla capacità giuridica (articolo 22) e del rispetto della persona nei trattamenti sanitari (articolo 32).
La Costituzione diventa il terreno sul quale interrogare il potere delle istituzioni di definire e disciplinare i corpi e il diritto di ciascuno a sottrarsi alle identità imposte. Che cosa resta della nostra libertà quando qualcun altro possiede il potere di decidere chi siamo?
ARCHIVIO ZERO
7 e 8 novembre 2026, ore 20.30
Ex corderia Via del Principe 20, Catania
Produzione: Retablo ETS
Drammaturgia: Elena Russo
Drammaturgia sonora e regia: Turi Zinna
Interpreta: Giorgia Coco
D.e-Mo 2026 | RiCostituente: Quinta edizione
Stazione Giudice: PRINCIPIA®, Formulazione 03
Informazioni: www.retablo.org
Prenotazioni: [link da inserire]
L’iniziativa è promossa dal Comune di Catania nell’ambito del progetto “Palcoscenico Catania. La bellezza senza confini 2026” e finanziata a valere sul Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura.
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