LE LABBRA ROSEE APRE AL SORRISO

In occasione della chiusura dell’anno giubilare agatino, nella serata del 18 agosto, presso la Chiesa di San Nicolò L’Arena di Catania, per l’occasione gremita di pubblico, è stato riproposto il dramma in musica Le labbra rosee apre al sorriso, già rappresentato nella Basilica Cattedrale di Catania nel mese di giugno.

Il dramma, ideato e diretto da Francesco  La Vecchia, con la regia di Riccardo Spoto che ne ha scritto anche i testi, è il frutto di una profonda riflessione in chiave razionale, ma sostenuta da una fede radicale, sull’attualità del gesto e del messaggio della Santa protettrice di Catania, Sant’Agata.

Portare in scena momenti della vita della Santa Bambina non è una novità nel panorama culturale e devozionale catanese. La novità di questa operazione sta nell’avere dato il respiro della Sacra Rappresentazione, dove il racconto agiografico era spesso accompagnato dalla presenza della musica.

La collaborazione tra l’ Orchestra dell’Istituto onnicomprensivo A. Musco di Catania, con il  Coro della Cappella Musicale Agatina del Duomo, diretti da  padre Francesco La Vecchia, e la presenza scenica degli attori dalla compagnia “Brigata teatrale Melo Minissale” di Santa Maria di Licodia (Francesco Leotta, Maria Concetta Minissale, Amedeo Amoroso, Matteo Leocata, Antonio La Malfa, Rita Battiato, Eleonora Seminara), ha permesso di confezionare uno spettacolo completo e complesso che parte da una domanda. Una domanda posta da un ragazzo giovanissimo (interpretato da Francesco Leotta), un ragazzo contemporaneo che è abituato a vedere solo l’aspetto della festa come divertimento o come gioco folkloristico a cui partecipare e qui si interroga su cosa sia davvero successo a proposito del martirio di Sant’Agata e sulla traslazione delle reliquie.

Quest’anno ricorrono i 900 anni da quel 17 agosto 1126 in cui le reliquie della Santa furono riportate a Catania da Costantinopoli, e la Città ha commemorato con solennità e profonda devozione questo momento con una processione da Acicastello (dove le reliquie arrivarono) alla Cattedrale.

Il ragazzino, entrando in scena dalla navata centrale, chiede alla nonna, che lo sollecita a credere e a mettere il sacco bianco (come tutti devoti fanno), se tutto ciò che si racconta è accaduto davvero, se si può davvero credere a quanto tramandato da generazioni e se si hanno prove certe di quanto accaduto.

A questo punto la narrazione procede con un salto indietro nel tempo e il racconto dei due soldati normanni (interpretati da Amedeo Amoroso e Matteo Leocata) che hanno compiuto l’impresa e hanno restituito il corpo della Santa alla sua terra. Loro spiegano che sono qui “per raccontare” e da questa affermazione si comprende il senso profondo di questa operazione che non è solo spettacolo: il racconto mantiene la memoria, la memoria consolida la fede.

Ogni scena, come fosse un fotogramma, è commentata da un’esecuzione musicale di brani  di Filippo Tarallo (vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, compositore, organista e direttore d’orchestra italiano, celebre soprattutto per aver musicato il noto inno sacro e mottetto “Stans beata Agatha“), di Michele Giarrusso, di  Piero Figura, che l’Orchestra formata da giovanissimi studenti dell’Istituto Angelo Musco e da alcuni loro docenti, sotto la direzione di Padre Francesco La Vecchia, ha fatto risuonare dentro la navata della chiesa più grande della Sicilia.

Il racconto torna ancora più indietro ricordando il martirio della giovane Agata, la sua persecuzione da parte di Quinziano, la sua scelta di affrontare la morte e la gloria che il Cristianesimo le ha poi riservato.Alla fine il ragazzo resterà colpito e convertito, indosserà il sacco, abbraccerà Agata, che come una regina (interpretata da Eleonora Seminara) è apparsa in scena nel suo manto rosso, e troverà un punto di incontro tra la domanda iniziale e il sentimento che accomuna tutti i catanesi.

L’elemento spettacolare è molto curato dalla regia di Riccardo Spoto, anche se il luogo sacro non permette molto movimento. Di notevole intensità la recitazione degli attori della Compagnia “Brigata teatrale Melo Messina”, e di grande effetto i costumi generosamente offerti dalla sartoria del Teatro massimo Bellini di Catania.

Il titolo del dramma è dato dall’ Inno popolare a Sant’Agata (caballetta) intonato la sera del tre febbraio durante il concerto con cui si aprono annualmente le celebrazioni della festa della Santa.

Queste le parole del regista e autore dei testi con cui ci ha spiegato la motivazione del suo lavoro:

“Scrivere un’opera su S. Agata, per la città di Catania. Un tema molto caro ma anche pluri trattato. Cosa scrivere per non riproporre lo stesso tema? Ci vuole allora qualcosa di diverso, un cambio di prospettiva. Partiamo da oggi, dalle generazioni odierne e del loro rapporto con le tradizioni. Lo scetticismo che vuole risposte concrete, basate su fatti reali. Allora, la realtà si mischia al sogno e nel labile confine tra le due, i personaggi di questa vicenda che continua a ispirare Catania, raccontano se stessi. “Chi sa se questa storia è vera? ” la domanda a cui anche la stessa S. Agata evita di fornire una risposta perentoria, lasciando spazio alla libertà di scelta.

Mi è piaciuto molto immedesimarmi in ognuno dei personaggi, cercando di comprendere il loro punto di vista, per dare anche delle provocazioni.

Poi il salto nel tempo, dal presente al 1126, quindi al 251 per tornare al presente. Il tutto accompagnato dalle note di compositori Catanesi ritrovati e a cui abbiamo voluto dare nuovamente voce.”

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