Cuori – Lettera di Bambola e Lettera del Soldato, al Teatro del Canovaccio, Catania, in scena dal 12 al 14 dicembre 2025, per la regia di Nicola Alberto Orofino, che ha drammatizzato un testo di Barbara Nativi. Con Francesco Bernava e Alice Sgroi. Produzione MezzAria Teatro, aiuto regia Gabriella Caltabiano, Costumi Pierorito Giuffrida, luci Marco Napoli.
SOLO CHI AMA SENZA SPERANZA CONOSCE IL VERO AMORE
“…I soli che non si mossero dal posto furono il soldatino e la ballerina. Essa rimase ritta come un cero sulla punta d’un piede, con le braccia levate al di sopra del capo; egli, altrettanto imperterrito sull’unica gamba, non le tolse un istante gli occhi di dosso. Battè la mezzanotte, e tac!… saltò il coperchio della tabacchiera; ma non c’era tabacco dentro, c’era un diavolino nero, perchè era un balocco a sorpresa. «Soldatino,» — disse il diavolo nero: «A forza di guardare, ti consumerai gli occhi”
Fra le prime righe della struggente favola di Hans Christian Andersen, Il soldatino di stagno, c’è questa piccola, breve definizione di cosa sia il desiderio: una forza che spinge a guardare, a cercarsi, a “consumarsi gli occhi” per avvicinarsi all’oggetto del desiderio. Dentro la scatola dei giocattoli, un soldatino difettoso, con un solo piede, si innamora della bambola-ballerina che sta ritta in piedi su una sola punta. Da allora, i due giocattoli vorrebbero solo stare insieme, ma la sorte, il destino, il fato, il caso? qualcosa di più grande di loro impedisce il loro amore, o forse lo consente, fino a sublimarlo? Per una serie di coincidenze i due pupazzetti finiscono, insieme, uniti, nel camino che li brucerà, in una sola fiamma.
“Il soldato si strusse sino a diventare un mucchietto informe, e il giorno dopo, quando la domestica venne a portar via la cenere, lo trovò ridotto come un cuoricino di stagno. Della bambolina non rimaneva altro che la piccola stella, ma tutta bruciata, nera come il carbone”.
Da questa favola, che ha riempito la nostra infanzia, facendoci commuove al pensiero della sorte dei due innamorati, Barbara Nativi ha elaborato un racconto dalla forte carica metaforica.
I due protagonisti sono corpi fragili, esistenze segnate dalla solitudine, inevitabile il senso di imperfezione, desiderio e attesa. Il nucleo della narrazione della Nativi sta nella ricerca di un equilibrio tra l’universalità dell’amore e la precarietà dell’esistenza umana. Cosa resta, cosa può succedere quando il cuore incontra il suo limite?
Lo spettacolo messo in scena da Nicola Alberto Orofino, al Teatro del Canovaccio per la rassegna FRAGORI, ha proprio questo titolo: Cuori, lettera di bambola e lettera del soldato.
L’espediente della lettera come mezzo di confessione permette di consegnare allo spettatore una narrazione intima dei sentimenti e dei sogni di due giocattoli che si fanno personificazione allegorica. Così il soldatino diventa un vero milite in tuta (quasi) mimetica, che, lontano da casa perché arruolato, malgrado la sua dis-abilità, scrive alla mamma per dare notizie di sé e rassicurare tutti. Scrive e riscrive per trovare la formula giusta, per non fare preoccupare, per dire che “il cuore ce l’ho tutto intero”.
E lei, dolcissima e disincantata ballerina in “rock-tutù”, scrive una lettera di bambola in rima; una poesia su suoi sentimenti così strani, così imprevedibili. E’ difficile per lei capire, perché “le bambole hanno pensieri semplici, e una bambola diventa matta se deve pensare”.
Per confrontarsi con un testo così complesso nella soluzione dell’allegoria, Orofino ha scelto la sottrazione: pochi segni, uno spazio essenziale, corpi che sembrano muoversi più per necessità che per volontà.
È in questa nudità scenica che il testo trova respiro, lasciando emergere una poesia asciutta, figurale, mai indulgente. Anche con alcune concessioni alla musica dal vivo, ai movimenti di danza, solo accennati, nella regia ogni gesto è misurato, molto del sottotesto rimane suggerito, come se il significato davvero profondo rimanesse in sospeso sulla percezione degli spettatori.
In questa difficile e singolare chiave di lettura, Francesco Bernava e Alice Sgroi abitano i loro personaggi con una delicatezza dolorosa. Non cercano l’empatia facile, ma una verità emotiva che passa attraverso l’imperfezione: movimenti meccanici, mimica facciale da maschera, intonazione di voce impostata, tutta l’attenzione rivolta al loro essere corpi incompleti che diventano metafora di un amore che colma laddove la natura (il caso, il destino, la fortuna?) ha negato. Il loro incontro è già una ferita, eppure è proprio lì che nasce la bellezza.
Cuori parla di attesa, di desiderio, di combustione. (la scena più autentica quando i due bruciano insieme, stretti in un’unica vampata). L’amore, qui, non salva e non promette futuro: brucia, illumina per un istante e lascia cenere.
Ed è qui il tocco di Orofino, la sua firma riconoscibile: ricordandoci che “il peggio è più furbo del meglio”, facendo uscire dalla marionetta i due attori e restituendo loro dignità di personaggio, con abiti eleganti, in una modernità universale, ci sollecita verso il pensiero che l’amore si incontra, si riconosce, si guarda dritto negli occhi e arde. Il messaggio si fa più diretto e toccante grazie all’accompagnamento musicale della celeberrima aria tratta dall’Orfeo ed Euridice di Christoph Gluch, Che farò senza Euridice.
Lo abbiamo sperimentato tutti (forse), ce lo ha insegnato la poesia: Solo chi ama senza speranza conosce il vero amore.
Uno spettacolo che non consola, che richiede attenzione e impegno allo spettatore condotto a seguire il filo, sottilissimo, dei riferimenti figurali, voluti dalla scrittrice, potenziati dalla regia, esaltati dalla maestria di due attori in sintonia, dalla voce fuori campo che racconta (l’archetipo della favola non è tradito) che appartiene allo stesso Orofino, terzo attore fuori scena. Perché questo spettacolo “è il punto di arrivo di una compagnia che da anni esercita la bellezza, il talento, la fatica… l’amore” (note di regia)
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