
Un varco nel sonno della Storia: «La Rosa inversa» di Maria Attanasio
Un varco nel sonno della Storia: «La Rosa inversa» di Maria Attanasio
Lungo le pagine dell’ultimo, splendido, romanzo di Maria Attanasio – «La Rosa Inversa» – la scrittura irrompe nella storia. La rilegge, la incrina, la costringe a restituire i nomi che ha rimosso e gli eventi che ha mistificato o espunto: «perché è la parola che dà nome e chiama all’esistenza». È da questa soglia che la biscrittrice calatina costruisce la sua narrazione: uno spazio in cui momenti ed esistenze respinte ai margini, tornano a esercitare, finalmente, la loro presenza. In questo senso la Storia non è solo il già accaduto e registrato, il mero evento delle res gestae: torna invece a essere ferita aperta e materia incandescente – «magma» per usare un termine assai caro all’autrice – che chiede varco erompendo, nella finzione letteraria, dall’autobiografia, tra memoir e trattato («La Rosa Inversa» appunto), di Ruggero Henares, barone di Calacte (Caltagirone), co-protagonista del romanzo insieme al leggendario Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro e all’inflessibile gesuita padre Crisafulli. Tutti loro si muovono nella cornice fiammeggiante del Secolo dei Lumi, e dei libri e delle idee, sopratutto, di quel secolo, in un arco temporale compreso tra il 1743 e il 1790. A dare parola e corpo alle vicende tumultuose e appassionanti che li intrecciano lungo e fuori la Sicilia e l’Italia, si alza la voce Maria Attanasio, restituendo verità e facendosi essa stessa lumen, incarnandosi, anzi, nel suo stesso protagonista: «sentiva la deriva dei millenni risalire, come una marea attraversarlo, spingerlo tra le generazioni fino al secolo presente, e i suoi pensieri fondersi col battito oscurato e pulsante di Calacte, dell’universo mondo […] e rivedeva la necessità di testimoniare il percorso morale che lo aveva portato a traboccare dai limiti del suo finito essere, a sconfinare nel futuro».

L’intuizione cardine è quella dell’«inversione» come criterio di conoscenza, ossia il rovesciamento delle versioni «ufficiali». Gli eventi sono continuamente indagati e riscritti da prospettive sommerse, in ognuna delle quali la struttura del reale si percepisce labirintica: non solo nell’assetto narrativo, ma come metafora di un mondo in cui paura, verità e menzogna si intrecciano. La narratrice-demiurga sa però quanto sia indispensabile la memoria attiva: per Maria Attanasio ricordare significa reinterpretare: e narrare scrivendo diventa un gesto di resistenza contro le semplificazioni elaborate nel corso dei secoli da un Potere che comunque «resta sempre al maschile e del maschile». Il linguaggio e la scrittura dunque sono per eccellenza strumento di dominio ma anche di liberazione: non è un caso che a legare gli esergo che inaugurano ogni movimento – Bachmann, Cervantes, Paz, Zuboff, Agamben, Natale – è sempre e solo il filo rosso della critica al primato della menzogna e delle sue narrazioni: tutti loro infatti riflettono, in forme diverse, su come i vincitori hanno sempre elaborato verità fittizie. «La rosa inversa» segue un criterio narrativo che procede per quadri, vero e proprio retablo (cinque movimenti più un «Exit») ogni pannello del quale è insieme compiuto e mancante, autosufficiente eppure attraversato da una corrente sotterranea che lo eccede. Un organismo plurale insomma, nel quale è la Storia a essere chiamata in causa. Attanasio la disarticola, la rifrange, e raccontando di una menzogna in forma di libro ci offre una contro-storia che si oppone frontalmente a quella scritta dagli sfruttatori per farne ennesimo strumento del loro privilegio, mostrando come ogni narrazione egemonica si fondi su una sottrazione, su un silenzio imposto e organizzato, (qui incarnato, tra realtà e finzione, da Giacomo Flerez). Un affresco corale di irrequieti, di utopisti, di intellettuali, di massoni, di donne – Amalia su tutte – di figure cancellate o deformate, restituite a una dignità conquistata nella precisione del dire, nella tensione di una lingua rischiarata da uno stile denso, elegantissimo, ma che non concede mai nulla al decorativo. E in questo fascinoso attraversamento, ciò che si accende è un fuoco che potremmo definire pienamente illuministico: la fiducia ostinata nella Ragione come strumento di disvelamento, come pratica critica, esercizio di scavo e di nominazione. In questo senso, l’opera di Maria Attanasio continua a muoversi su un crinale in cui la scrittura incide sull’esistente facendosi interrogazione e disvelamento. E in questa incisione, l’autrice affida alla letteratura non solo il compito di una memoria piena, ma una funzione più alta: rendere nuovamente visibile ciò che il Potere, in ogni tempo, lavora per rendere irrilevante o muto e aprire ancora – ostinatamente – «un varco nel sonno della ragione».
Maria Attanasio, La Rosa Inversa, Palermo, Sellerio, 2026, euro 17,00
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