
Lo stile meticciato di Franco Araniti: “Iddha esti”
Vi proponiamo un interessante articolo su Franco Araniti, poeta e scrittore di origine reggina, scritto da Francesca Neri. Apparve sul n. 66 della rivista culturale «ilfilorosso». Lo rilanciamo in vista della ristampa e per dare maggiore risonanza al romanzo «Iddha esti», che ebbe la sfortuna di uscire nel periodo COVID.
Lo stile meticciato di Franco Araniti: “Iddha esti”
di Francesca Neri
Recensendo un precedente lavoro di Franco Araniti, «Es Senza», scrivevo che ogni suo libro “costringe il lettore – e il recensore – a mettere da parte schemi interpretativi consolidati, imponendogli di rapportarsi al testo come a un quid novum, tanto per l’originalità della ricerca formale quanto per il rifiuto degli stereotipi più vieti in ordine ai temi personali e collettivi. Ritengo che ciò possa dirsi anche per questa sua nuova opera, il cui tema centrale è quello della morte e, per converso, ovviamente, quello della vita del singolo e di tutti. Ritroviamo in molte pagine lo stile «meticciato»: la mescidazione è presente non solo nel senso che al testo in lingua nazionale vengono interpolati lacerti di parlata dialettale con conseguente compresenza di due spazi linguistici, ma anche nel senso che è possibile parlare talora di un terzo spazio in cui l’inserzione del dialetto avviene sotto mentite spoglie, in quanto termini di chiara matrice dialettale vengono inseriti tout court nel testo in italiano: valga per tutti «scatasciato» del primo racconto. Accanto a tali spazi di intersezione linguistica rilevano le contaminazioni di generi letterari segnalate da Ada Celico nella quarta di copertina e nate dalla poliedricità della inventio narrativa dell’autore.

Come si è già detto, Iddha di cui al titolo è la morte: fujuna ch’e jaddhini nzangulìa, (“faina che le galline scanna”). La grande Mietitrice, la Nera Signora di un famoso saggio, (quella che si c’u facigghiuni ti sruzza/iddha esti, se con la falce ti urta/è lei”) è la presenza incombente in tutti i racconti, sia che riguardino storie individuali, sia catastrofici eventi collettivi, a significazione del fatto che in qualche misura domina e padroneggia la nostra vita. Il che sembra rimandare al fatto che negli scrittori comici latini ipse, ipsa, lui, lei in persona, sono «il padrone», la «padrona»: e qui iddha è davvero la padrona per antonomasia. Questo libro comunque non ha il carattere di una consolatio contemporanea: rifugge dai luoghi comuni sulla morte livellatrice, non ci ricorda con Seneca che moriamo ogni giorno e che quella che chiamiamo morte è solo «l’ultima linea», o che «niente dura per sempre», dato che «tutto ciò che ha avuto un inizio avrà una fine». Certo, prende atto dell’ineluttabile, ma con qualche renitenza, con l’intenzione autoironica di cercare i mezzi Per toccare i cento, titolo delle pagine finali in cui si tenta di definire i comportamenti che consentono al quasi centenario Francesco di mantenersi in una buona qualità di vita. Anche se viviamo come se fossimo eterni, come già sottolineava il già citato Seneca, temiamo lo stesso la morte, come del resto fa lo stesso quasi centenario. Il quale, peraltro, ha il vantaggio di avere le orecchie lunghe, da alcuni considerate segno indiscutibile di longevità: ma quelle della morte sono più lunghe, dunque è lei la più longeva, mors immortalis, secondo l’ossimorica definizione di Lucrezio. Ho più volte rintracciato nella scrittura di Araniti qualche affinità con quella di Saramago: anche questo libro, mutatis mutandis, mi ha richiamato almeno per la tematica di fondo un romanzo del Nobel portoghese, Le intermittenze della morte, nel quale quest’ultima, sotto le sembianze di una giovane donna di gradevole aspetto, decide di sospendere temporaneamente il proprio compito decimatorio, con gravi ripercussioni di vario ordine sugli affari delle pompe funebri, sull’anagrafe, sui vecchi decrepiti e sui malati gravi che continuano a vivere e a soffrire sine die e finisce con l’innamorarsi di un uomo. Una grande metafora che lumeggia i grandi temi esistenziali e ci mostra la morte, già di per sé presente tra di noi, mescolata all’umanità. Così queste pagine di Araniti coagulano intorno al tema fondamentale della presenza di iddha altri temi non meno significativi: il dichiarato e inesausto impegno civile, la pietas verso gli ultimi e gli animali, l’analisi lucida sul filo dell’ironia sino al più duro sarcasmo di comportamenti di ordinaria quotidianità. Si guardi la descrizione della «grande metropoli mediterranea» ricostruita dopo il grande terremoto esattamente dov’era prima, col macabro risultato di mantenere nelle strutture profonde delle case «la lunga morte di quell’improvvisa maledizione giunta all’intrasatto». O il totale disinteresse e in qualche caso l’aperta derisione nei confronti delle apocalittiche ma sensate previsioni di Ciaramella a proposito di una alluvione che viene datata all’anno 3000 dopo tre anni di inaudita siccità nel corso dei quali tutti si sono affannati a costruire nell’alveo di un torrente. Chiunque volesse rintracciare in queste pagine allusioni non tanto criptiche a fatti e costumanze reali, avrebbe certo buon gioco. Terremoti, alluvioni, bombardamenti sono eventi in cui iddha non ha freni: in altre pagine la storia individuale di taluni personaggi ha un finale tragico e talvolta tragicomico: ma nessuno sfugge alla falce, nemmeno gli animali, come il povero cane Scheggia che muore di paura per lo scoppio di una bomba. O come il meticcio che non muore perché è giunta la sua ora, ma perché vittima della crudele stupidità di alcuni giovinastri che passeggiano annoiati sul Lungomare masticando chewing-gum e che prima tentano di bruciargli la coda e poi decidono di appiccicargli sotto le zampe le gomme masticate. E mentre i passanti commentano il fatto come una ragazzata, i giovani spingono il cane in mezzo alla strada, dove un grosso fuoristrada lo investe. Riesce a trascinarsi sul marciapiede, dove viene afferrato da uno dei suoi aguzzini, al quale morde un dito prima di consegnarsi alla morte. Né sarà casuale il fatto che gli animali descritti,la gatta Bice, il già citato Scheggia, per qualche aspetto anche il meticcio, abbiano connotati di minore o del tutto assente crudeltà, pur obbedendo ovviamente all’istinto, rispetto agli esseri umani. La morte non sembra peraltro seguire una propria logica, sembra invece colpire a caso e talvolta con beffarda ironia, come mostra La lotteria, in cui il biglietto vincente viene «definitivamente strappato» dai pantaloni del protagonista e ingoiato dal limaccio di iddha). Alcune pagine riferite ad eventi storici precisi sembrano prendere spunto da fatti veri e rimandano alle tante atrocità del secolo breve. A eventi realmente accaduti sembrano infatti riferirsi le pagine che hanno per protagonista l’attore Ubaldo Lay e che rallentano in qualche passo il ritmo narrativo per privilegiare quello descrittivo: «Tra Paterno e Dipignano in una profonda valle scanalata…» e per fornire preziose indicazioni storiche. Iddha arriva quando vuole – il più delle volte inaspettata – e popola i pensieri (gli incubi) dell’io narrante del racconto La vicina che si mangiava i topi, che perseguitato da un lontano ricordo vive ancora col timore di vedere «a Iddha, prima o poi, quei piedi scalzi, rugosi, gibbosi», che lo seguono come «topi in un kantu». Un’immagine potente, quasi di deformazione espressionistica, che la dice lunga sulla qualità della scrittura di Franco Araniti.
«Iddha esti», Franco Araniti, Il filorosso 2018.
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