LIBERE. Donne contro la mafia

LIBERE. Donne contro la mafia, scritto e diretto da Cinzia Caminiti; con Cinzia Caminiti, Barbara Cracchiolo , Simona Gualtieri,  Sabrina Tellico.  audio e aiuto regia Nicoletta Nicotra, Costumi di Ina Costa.

 

Una volta sono esistiti gli intellettuali militanti: da Machiavelli a Pasolini a Sciascia, la cultura si è arricchita di figure che hanno messo il loro sapere a disposizione della comunità, della società e della politica. La lotta contro le ingiustizie, i soprusi, la prevaricazione, contro il male, la delinquenza, la criminalità non era compiuta solo dagli organi preposti -giudici, forze dell’ordine-  ma le coscienze civili venivano costantemente tenute sveglie dalle denunce, dalle inchieste, dai racconti di chi ricopriva un compito tanto arduo quanto necessario, quello di vigilare e dire. Negli ultimi decenni stiamo assistendo, invece, a un lento “addormentamento” di queste voci. Difficile, oggi, imbattersi in una comunicazione, giornalistica o artistica, che si ponga lo scopo di disturbare anziché distrarre e intrattenere. Rimangono, purtroppo, pochi esempi.

Quando uno spettacolo teatrale nasce con l’intento di unire al racconto la denuncia, la volontà di non abbandonare all’oblio gli eventi peggiori della nostra storia recente, e si assume la responsabilità di diventare strumento di lotta, in quel caso, allora, quello spettacolo avrà il merito di mantenere alto il valore dell’arte e “farsi militante”.

E’ avvenuto con la messa in scena di Libere. Donne contro la mafia, testo di Cinzia Caminiti – anche saggio dal titolo Francesca Serio e le altre – donne contro la mafia, in libreria dal 28 Ottobre-  al Piccolo teatro della città, giorno 11 dicembre, per un evento benefico destinato alle donne che hanno subito maltrattamenti di genere e prese in carico dall’Ass. Centro Azione donna,  e dal Teatro della città  Centro di  Produzione teatrale.

Donne, contro la mafia, donne che hanno subito la mafia, donne che l’hanno affrontata, donne che l’hanno combattuta. Sono state raccontate alcune storie emblematiche, alcune molto note, altre meno,  di ragazze, madri, mogli dei nostri tempi, del Novecento, con il preciso scopo di non lasciarle all’oblio, oggi che di mafia si parla poco, che si crede sconfitta, che potrebbe sembrare una pagina superata.

Si comincia con la confessione di Francesca Serio, la madre del sindacalista di Sciara ucciso negli anni Cinquanta, affidata alla voce commovente e commossa della stessa Cinzia Caminiti, che ci parla dello strazio di aver dovuto riconoscere il corpo del figlio da un calzino bianco che lei, quella mattina, gli aveva fatto indossare, pulito di bucato.

C’è, poi, il racconto di Rosaria Costa Schifani, la moglie del poliziotto ucciso nella strage di Capaci, interpretata da Barbara Cracchiolo, che ci ricorda il suo terribile discorso al funerale del giudice Falcone, quando tuonò con  esile voce, un monito agli assassini del marito e autori della strage. Al ricordo di quel momento è affidata una riflessione sulla vera natura dell’organizzazione che viene definita MAFIA. A un certo punto la vedova dice: “per uccidere un solo uomo hanno fatto saltare un’intera autostrada”, Dovevano fare tremare la nazione, il potere, i giudici, l’intero popolo italiano.

E ancora la Caminiti si è soffermata su un altro episodio molto noto ma affrontato dal punto di vista femminile, da quello della fidanzata di uno di quelli uomini che hanno ucciso, strangolandolo, e poi sciolto nell’acido, il piccolo Giuseppe Di Matteo. Daniela Ficarra, la fidanzata ipotetica di Enzo Brusca, interpretata da Simona Gualtieri, esordisce esprimendo tutta la sua rabbia perché lei, con quella “bestia” ci aveva fatto l’amore. E non può credere che si possa fare una cosa così atroce come, lei stessa, dovette apprendere dalla confessione dei fratelli Brusca al maxiprocesso.

Questo tragico percorso si sofferma, poi,  su una delle figure femminili più conosciute, anche grazie a narrazioni cinematografiche, quella di Felicia Bartolotta Impastato, madre di Peppino, lo speacker di Radio Aut e militante in Democrazia proletaria, trucidato sui binari del treno, a Cinisi, il 9 maggio 1978. Anche a le i toccò l’atroce compito di riconoscere il corpo del figlio, ridotto in poltiglia dal tritolo e dalle ruote del treno. Anche lei poté scorgere un piccolissimo particolare delle mani per affermare la morte del ragazzo. Sulla scena viene ricordato il funerale di Peppino dove una folla di ragazzi si era  radunata in un corteo dietro uno striscione che gridava slogan di  lotta alla mafia, tutti col pugno alzato.

Una storia poco conosciuta ai più (perché volutamente occultata) è quella di Piera Aiello e Rita Atria, cognate e testimoni di giustizia, la seconda morta suicida a soli 17 anni, dopo l’uccisione del giudice Borsellino, e considerata la settima vittima di via D’Amelio,  interpretate da Sabrina Tellico e Simona Gualtieri. Loro sono le vere e proprie eroine di questa carrellata,  quelle che hanno scelto di combattere, che non hanno accettato di appartenere a un sistema mafioso e sono state, per questo, abbandonate, isolate, rifiutate, anche dalla loro stessa famiglia.

E c’è, poi, Michela Buscemi e la sua poesia utopica A morti da Mafia, interpretata da tutte le protagoniste, che narrano e cantano un sogno, dove ci  si sveglia, a Palermo, una mattina, e si fa festa, una festa grande, perché, dopo tanti morti, finalmente, è morta la mafia,  per un finale di speranza, o, forse, di surreale utopia.

L’ossatura di questo percorso di memoria è un’idea che nasce dalla dichiarazione rilasciata in un’ intervista da Francesca Serio a Carlo Levi: “Quannu m’ammazzàru a me figliu, jù nascivu n’autra vota” (Quando uccisero mio figlio io nacqui un’altra volta)

Ecco, questo è il punto: una donna che subisce la perdita di un figlio, di un marito, di un padre per mano mafiosa, da quel momento non è più la stessa. Il riscatto della memoria del loro caro diventa lo scopo principale dell’esistenza. Ogni donna offesa diviene emblema di lotta e di coraggio. E comincia a raccontare, a far sapere, ad andare per strada, di città in città, in gruppo, da sola.    (note di regia)

E’ così che uno spettacolo di un’ora e quaranta può assumere un valore di denuncia. Strappare all’oblio le vicende sentimentali di queste donne significa ragionare sul male nel mondo, sull’indifferenza e l’omertà, sull’ignoranza e la complicità che sono con-causa di un fenomeno tanto devastante. Da queste paladine di legalità, loro malgrado, se ne astrae un messaggio universale di denuncia e solidarietà. E questo l’arte deve ritornare a fare.

Per questo siamo grati a Cinzia Caminiti, alla sua operazione e all’attenzione dimostrata nel pensare a questo spettacolo che ha anche il pregio di coinvolgere lo spettatore sul piano emotivo, grazie all’uso di inserti musicali, azioni di pantomima corali e alla sapiente recitazione delle attrici impegnate nel difficile compito di restituire spessore e dignità ai loro personaggi.

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