testo di Giuseppe Pappalardo, con Sabrina Tellico, Rita Marta Massaro e Giovanni Calabretta. Regia di Elio Gimbo
Sala Di Martino, COMPAGNIA FABBRICATEATRO
Fra novembre e dicembre, nella sala Di Martino della Compagnia Fabbricateatro, è andato in scena uno spettacolo singolare. Singolare perché si basa su un testo di Giuseppe Pappalardo che porta avanti un’ipotesi, una suggestione in realtà verisimile, a proposito di due donne centrali nella vita e nella creazione di Luigi Pirandello: la moglie, Maria Antonietta Portulano e Marta Abba, l’attrice che fu musa del maestro.
Cosa sarebbe successo se per una situazione contingente, per esempio la lettura di un testamento, fosse avvenuto un incontro tra le due donne? Cosa avrebbero avuto da dirsi due donne così? Una delle due avrebbe potuto “salvare” l’altra?
Sappiamo che Maria Antonietta Portulano fu considerata instabile di mente, che fu allontanata dalla famiglia, che la sua gelosia venne considerata un’ossessione e, per questo, costretta in una casa di cura. Quanto effettivamente potesse essere vera la sua malattia, quanto ci fosse davvero di patologico nei suoi comportamenti, non è mai stato del tutto chiarito. Una sorte, la sua, sacrificata all’ombra del grande autore, premio Nobel per la letteratura.
Il testo di Pappalardo cerca di risalire “alle reali cause di origine “ambientale” della pazzia di Maria Antonietta Portulano, alla biografia di questa povera ragazzina di Agrigento vittima di un padre reazionario, di un senso di colpa angoscioso relativo all’aver causato con la propria nascita la morte della madre, alla preclusione subìta fin da piccola da ogni rapporto sociale, da ogni autonomia personale, da qualsiasi possibile riscatto culturale. Il suo “esaurimento nervoso”, che la portò ad un progressivo isolamento e quindi al ricovero” (note di regia).
Il risultato di questa indagine è “I miracoli si fanno in due” che Elio Gimbo ha messo in scena con una traverse Staging, dove gli spettatori sono disposti in circolo ed assistono al dialogo tra le due donne che si incontrano, appunto, nella sala d’attesa di un notaio.
Lo spettacolo si regge sulle due attrici: una (Rita Marta Massaro), vestita di nero, seduta, in una immobilità dettata dall’inerzia della sua condizione, medita sulla sua sorte, sul marito, morto da pochi mesi, guardinga e chiusa in una dignità austera. L’altra, (Sabrina Tellico) l’attrice esuberante, carica del vitalismo della sua giovane età, provoca la conversazione e cerca di smontare quel silenzio così pesante. Solo in presenza del notaio (Giovanni Calabretta) le due donne scopriranno la loro identità e cosa le legava a Luigi.
Ma l’intuizione sorprendente di Pappalardo sta nell’avere immaginato che, a convocarle contemporaneamente nello stesso luogo, sia stato proprio lui, l’autore del surreale, il creatore delle situazioni del paradosso, lo scrittore dai finali aperti, dove tutto è possibile, dove il caso interviene sempre a smontare i progetti degli uomini. Aveva pensato tutto, prima di morire, preparando una busta sigillata da consegnare al notaio al momento dell’apertura del testamento. Una nuova, ennesima “coincidenza”. Da quell’incontro scaturirà il perdono, necessario per lui, per la sua forte carica misogina, scaturirà la confidenza e la complicità delle due donne che diventeranno amiche, perché, appunto, “i miracoli si fanno in due”.
Come se Pappalardo volesse assolvere post mortem Pirandello dalle accuse, sempre forti , verso l’autore che riguardavano la sua presunta relazione con Marta Abba, la mentalità patriarcale che aveva condannato Maria Antonietta all’infelicità, anche la vicenda, scandalosa, che lo legava alla figlia.
La moglie dice a un certo punto: “io non voglio passare alla storia come la moglie pazza di Pirandello” e Marta le risponde: “ e io non voglio passare alla storia come l’amante di Pirandello, come una prostituta”. Così Pappalardo e Gimbo hanno realizzato un’operazione ambiziosa che cerca il riscatto della donna oltre la letteratura dell’autore siciliano (ricordiamo il celebre finale di Così è se vi pare “Io sono colei che mi si crede”) e lo trasporta fino alla sua stessa vita. Messaggio che si può comprendere come ulteriore accusa o, forse, come volontà di assoluzione.

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