Continua, al Teatro del Canovaccio, la rassegna Fragori.
Questa volta è andato in scena un testo pungente e a tratti disarmante: Anna Cappelli di Annibale Ruccello. Con un’unica interprete, Silvana Luppino, la regia di Christian Maria Parisi, le scene di Osvaldo La Motta, le luci di Guillermo Laurin. Produzione: Teatro Primo.
Lo spettacolo, è un monologo teatrale che esplora con ironia e intensità psicologica la vicenda di Anna, una donna nella provincia italiana, Latina, degli anni ’60, alle prese con solitudine, desiderio d’indipendenza e fragilità emotiva.
In un testo che comprende diversi momenti della vita della donna, presentati come fotogrammi staccati, legati dalla narrazione in prima persona, in cui la protagonista dialoga con interlocutori non presenti sulla scena ma decisivi nella sua vita (la madre, la vecchia coinquilina, il capo ufficio che poi diventa fidanzato), si delinea il ritratto di una figura femminile apparentemente ordinaria, con sogni semplici e un bisogno disperato di stabilità affettiva. Ma dietro la quotidianità fatta di piccoli gesti e speranze comuni si cela una fragilità emotiva che lentamente si trasforma in ossessione e arriva a un finale inaspettato, a metà tra il surreale e il noir.
L’autore, Annibale Ruccello, anche attore e regista, è stato il capofila del movimento della nuova drammaturgia posteduardiana, costituitosi a Napoli dopo il 1980. E’ considerato uno degli autori italiani più significativi del secondo Novecento: a quaranta anni di distanza dalla sua morte, la sua produzione, pur limitata, resta di grande impatto e continua ad essere studiata e messa in scena.
Tutti i suoi lavori possono dirsi iperreali, intrisi di atmosfera satura di minaccia, frustrazione, rabbia e insieme pietà, spesso imperniati su forti personaggi femminili e ambientati in luoghi degradati, o provinciali. Ricordiamo Le cinque rose di Jennifer –recentemente visto a Catania– (1980); Weekend (1983); Notturno di donna con ospiti (1984); Ferdinando (1985), Piccole tragedie minimali (1986) e, appunto, Anna Cappelli (postumo 1987), inquietante ritratto di una possibile assassina.
Questo monologo è stato il cavallo di battaglia di tante attrici importanti nel panorama del teatro italiano, una fra tutte la compianta Anna Marchesini e più recentemente Maria Paiato.
Sul palco del Teatro del Canovaccio, Anna è stata interpretata da Silvana Luppino, che ha saputo rendere tutte le sfumature del personaggio creato da Ruccello, passando dalla ingenuità dei primi momenti, alla realizzazione di una femminilità matura, sebbene disillusa, alla rabbia della delusione amorosa, alla lucida, stralunata follia del finale. Un climax psicologico complesso, che nella solitudine del monologo, la Luppino ha saputo rendere come il ritratto di una donna viva, a tratti commovente, a tratti rabbiosa, a tratti nevrotica. Nelle due scene delle telefonate ci ha ricordato il grande Proietti che era capace di tenere il pubblico per ore lasciando immaginare che ci fosse un interlocutore al di là della cornetta. La performance della Luppino regge l’intero impianto drammaturgico, mantenendo viva la tensione fino all’epilogo, tanto spiazzante quanto coerente, e lei accoglie gli applausi con gli occhi appannati da vere lacrime.
La messa in scena di Christian Maria Parisi valorizza questo percorso interiore con una regia essenziale, che concentra l’attenzione sulla parola e sull’interpretazione attoriale. Anna si muove attorno a un cubo che diventa scenografia e si trasforma seguendo le tappe della sua vita: è cucinotto, è sportello clienti, è comò da stanza da letto, è cabina telefonica, è cella frigorifera per contenere il cadavere dissezionato del suo amato Tonino che voleva lasciarla e farle perdere amore, casa e sogni di donna.
L’allestimento scenico, di Osvaldo La Motta, insieme alle luci di Guillermo Laurin, accompagnano con precisione il mutare degli stati d’animo, contribuendo a costruire un’atmosfera via via più claustrofobica.
In realtà sulla scena c’è un altro elemento importante nei singoli passaggi: un televisore, di quelli col tubo catodico e la luce blu, che accompagna l’evoluzione di Anna con la sua voce gracchiante, con la reclame di Carosello, con le canzoni degli anni Sessanta, quelle di Mina, di Domenico Modugno, quelle che fanno epoca. L’epoca del boom economico, l’epoca delle lotte delle femministe, l’epoca delle città che crescevano, dei capelli cotonati e delle casalinghe non ancora disperate.
Anna Cappelli si rivela così uno spettacolo che parla di solitudine, bisogno d’amore e marginalità, di scelte estreme e surreali.
Una produzione che conferma l’attenzione del Teatro del Canovaccio per una proposta culturale raffinata e coraggiosa, capace di interrogare lo spettatore che sorride con un gusto amaro.
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