L’alluvione
Vi proponiamo sulla scorta delle piogge che stanno flagellando il Mezzogiorno d’Italia con annesse frane e alluvioni un brano tratto da un racconto “profetico” di Franco Araniti, poeta e scrittore reggino che da molti anni vive a Cosenza. Apparve la prima volta negli anni ’80 con il titolo “La profezia di Ciaramella” sulla rivista “Malvagia”, diventando poi parte della raccolta di racconti “Iddha esti” (ilfilorosso, 2018).
Non pioveva ormai da tre anni: dal duemilanovecentonovantasette per l’appunto, da marzo per essere precisi. Piovve l’ultima volta come mai era successo durante l’inverno e gli anni che venivano a mente. Poi nulla più. Passò il primo, il secondo e quindi si arrivò al terzo anno. I Fiumani, ingannati dalla memoria storica e per certi aspetti trasecolati, pensavano o speravano ancora che prima o poi le cateratte del cielo si sarebbero aperte. Dovevano riaprirsi. Non era mai successo diversamente. Non è, putacaso, che Acqua ha divorziato improvvisamente da Sole? Correva questa domanda quasi a mo’ di battuta, accompagnata da segni di scongiuro. Vedete laggiù? … Il faro è coperto. Quelle nubi sono gonfie. Pioverà… È segno che pioverà… Col faro coperto ha piovuto sempre… Come a volersi convincere, i Fiumani si illudevano empiricamente. Intanto passavano i giorni. Non pioveva e la terra si slabbrava, secca sempre più nelle viscere. Non scorrendo l’acqua, i Fiumani, cosiddetti Dritti, ne approfittavano, ignorando ogni rispetto, per accaparrarsi pezzi di letto della fiumara del Divino. Rubavano terreno e lo privatizzavano; speculavano innestando fondamenta impermeabili e dure come lama d’acciaio tra le carni prosciugate di Fiumania ed erigendo indiscriminatamente mura divisori. In tre anni, di quel letto, era rimasto poco meno d’un canaletto. I Fiumani più forti e più prepotenti se ne erano appropriati tanto quanto la rispettiva forza, difendendo le fette di quel che era stata la fiumara, alle occasioni, anche in armi, pur fratello contro fratello di sangue, addirittura. Chiudevano e costruivano. Costruivano e chiudevano. E guai a chi me la tocca! La fiumara era divenuta proprietà di questo o di quello. Nella vallata di Fiumania erano spuntate, come funghi, tantissime costruzioni, così alte da ombreggiare perennemente sugli spazi vuoti, qualunque giro avesse fatto la terra attorno al sole. Tanta era la roba accumulata che a piangere stavano solo i soliti contadini rimasti a graffiare i quattro poderi arsi e duri come i mattoni dei palazzinari. In fondo, lungo la costa, l’immensa acqua del mare, rigirandosi a onde su se stessa, sembrava un insulto. Gli alberi risparmiati dagli speculatori si erano arresi all’arsura e protendevano i rami ischeletriti al cielo, a supplica. Gli incendi si succedevano sempre più spesso e arrostivano anche le pietre. Le fontane singhiozzavano un vuoto lamento perpetuo. L’acqua negli acquedotti era scesa al di sotto del minimo livello. Le falde erano vesciche quasi vuote. Nelle condutture si mingeva acqua solo per le docce nelle Ville dei ricconi munite di autoclave. Verrà pure per loro! … Verrà… Le proteste contro chi distribuiva l’acqua si acuivano. Vi partecipava la gran parte dei Fiumani, ormai: infatti, oggi a me e domani a te, quelli che non riuscivano ad avere l’acqua in modo sufficiente erano divenuti una moltitudine. Si voleva che le scorte, spremute dalle vesciche della terra, venissero ripartite equamente. Se la sprecano, quel poco che è rimasta, a lavarsi il culo i porci! Ma, verrà … Verrà anche per loro. E un bel giorno, si fa per dire, venne. E per tutti. Arrivò improvvisa dal cielo cupo. Il sole s’era nascosto come per scherzo, quasi a mimare il gioco a nascondino dei bambini, come di tanto in tanto faceva, così che nessuno previde il tanto atteso evento. Pare che ci stanno gettando bagghiolate… Non si vede a un palmo di naso, tanto è fitta! Evviva, l’acqua! Vieni. Scendi, scendi acquzza bella! Fiumania incominciò ad alitare dalle pieghe avide fumate profumate di cuore di terra. Febbraio. Quasi tre anni di sete. Tanti da festeggiare la pioggia come un evento miracoloso. Alcuni appesero ai balconi finanche le coperte nuove come si soleva fare solo per il giorno del Corpus Domini. Quest’acqua le benedirà. La festa, però, non durò a lungo. Attenti… Attenti che sempre dopo il dolce viene l’amaro, profetizzò Andreuzzo, lo scemo di Fiumania. Era la sua battuta preferita, ripetuta a proposito e a sproposito. Andreuzzo, sei una litania, lo zittivano i paesani. Stavolta, la litania di Andreuzzo indovinò il momento. Le colline spogliate franarono, inghiottendo case e Fiumani. La fiumara, o meglio il fantasma, si riempì. Si riempì. Andreuzzo, nei gorghi finì tra i primi: s’era sporto dal ciglio, per raccogliere un braccio di bambolotto sballottato dai flutti. Il Divino pompava dalle sue vene ruscelli che si scaricavano violenti e tumultuosi nella fiumara in una corsa irrefrenabile e impetuosa verso il mare. Come a vendicarsi della violenza subita: occhio per occhio, dente per dente. Il canaletto rimasto per fiumara non potè contenere tutta l’acqua. Straripò, ribellandosi alle costrizioni in cemento armato e alle chiusure artificiali, col bisogno innato di riprendersi il suo naturale letto. Durò per giorni e giorni: tanti da far prosciugare, ironia della sorte, le valli di lacrime dei sopravvissuti Fiumani. L’alluvione non risparmiò nessuno. Venne per tutti. Purtroppo senza riguardo neanche per chi, pochi a dire il vero, avevano pianto per le torture inferte alla fiumara. E, dopo averlo tanto pregato, sembrò pure quasi ingiusto maledire Dio.
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