Buon compleanno, Elizabeth! 70 anni della Strout

Buon compleanno, Elizabeth!  70 anni della Strout

«I giovani non sanno che i corpi rugosi e bitorzoluti

sono altrettanto bisognosi dei loro corpi giovani e sodi,

che l’amore non va respinto con noncuranza,

come un pasticcino posato insieme

ad altri su un piatto passato in giro per l’ennesima volta.»

Lunga vita ad Elizabeth Strout che ha compiuto settanta anni il 6 gennaio! La scrittrice americana è divenuta famosa con “Olive Kitteridge”, poco alla volta un long seller mondiale. Il romanzo venne pubblicato nel 2009 in Italia da Fazi. Lo stesso editore anni prima aveva portato in libreria il suo primo romanzo, il commovente “Amy e Isabelle”, accolto all’epoca con molto interesse da pubblico e critica. Nella tradizione letteraria nordamericana c’è questa narrazione corale che parte e si avvolge a spirale intorno ad una tipica cittadina di provincia, con le sue strade pulite, le case linde e ordinate, sempre uguale a se stessa, dove le vicende umane, anche le più drammatiche, sembrano passare velocemente, sfiorando le anime, senza che apparentemente nulla cambi. Negli anni abbiamo così conosciuto, viaggiando attraverso romanzi, racconti e poesie l’umanità che popola le tante piccole città dell’America più profonda, là dove risiede lo spirito wasp dei primi coloni. Dalla “Spoon River” di Edgar Lee Masters alla “Winesburg” di Sherwood Anderson, dai borghi del New England di Stephen King fino alla buffa e amara “Knockemstiff “ di Donald Ray Pollock. Solo per citarne qualcuno. Grazie ad Elizabeth Strout giungiamo a Crosby, nel Maine, lo stato dove lei è nata. Se non c’erano adulteri, lutti, alcol, insomma niente di apparentemente anomalo, nella città di Amy e di Isabelle, la stessa cosa non si può dire della Crosby dove vive Olive Kitteridge. Da questo luogo senza importanza sulle rive dell’Oceano Atlantico, dove tutti si conoscono, dove persiste una certa composta agiatezza e dove la noia si sposa con tentativi di evasione, tutto appare più complicato. Qui è veramente arduo distinguere cosa sia quel fermento sotterraneo che scorre sotto la sonnolenta vita di provincia. Olive, insegnante di matematica in pensione, moglie e madre dai modi bruschi e anaffettivi, che attraversa tutto il libro in modo diretto o indiretto, con il suo sguardo acuto, con i suoi giudizi taglienti, ci guida per alcuni lustri in tredici soste per la sua città. Il romanzo, costruito a episodi, come tasselli di un più vasto mosaico, racconta un mondo apparentemente lontano, simbolo di una realtà più vasta: la nostra epoca. A volte tessuta da lei stessa, a volte solo comparsa, a volte protagonista, a volte solo testimone, la protagonista dipana la tela di vicende proprie e della sua famiglia, o quelle di uomini e donne, che bramano la vita quando sono frenati dal ferreo controllo sociale imposto dalla tradizione puritana. Allora i giovani provano a fuggire , lo fa il sottomesso figlio Christopher, e i vecchi sono costretti a rimanere, fino alla morte, come accade al premuroso marito Henry. Allo stesso problematico modo, intersecandosi su e giù nel tempo e nello spazio, passano davanti ai nostri occhi gli altri uomini e le donne di Crosby con la loro sofferenza, la gioia e il loro desiderio di amore. Per il quale c’è sempre tempo: «E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Henry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perché non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dietro l’altro». Colpisce la straordinaria bravura della Strout, dimostrata coi suoi successivi libri, che sa raccontare con una lingua elegante, attraversata anche dall’ironia e dal sarcasmo, storie di personalità complesse e di profonde psicologie. Una grande prova di letteratura di una delle protagoniste della narrativa americana degli ultimi decenni.

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