Francesca Sassi in «Variazioni di voci»

Francesca Sassi in «Variazioni di voci»

«Variazioni di voci» di Francesca Sassi (ilfilorosso ed. pp.152, euro 14, 2026) è un’opera di narrativa breve in cui racconti, frammenti e riflessioni si intrecciano con una forte componente poetica. Narrato in terza persona, il libro individua come testimone e protagonista una figura femminile senza nome che attraversa le diverse età della vita. Che sia da identificare con la misteriosa autrice? Indicazioni sui risvolti di copertina o in rete scarne. La “Biografia ironica”, posta a chiusura del volume, confonde più che chiarire. Dalla lettura dei racconti si presume che sia una donna calabrese. Le poesie poste ad apertura di ogni capitolo/racconto (dis)orientano il lettore. «È questo cuore che ho rubato a te /questa voce che sento nelle viscere,/ancestrale,/quasi fosse l’aria che riempie i polmoni./È questa brama di penetrare le ossa,/sviscerare le domande,/trapassare il non senso,/e contenere l’essenza, il non detto./Eredità amara: aspirare all’infinito.» Sono i versi che introducono “Il pifferaio”, racconto nel quale la protagonista cerca disperatamente l’affetto di un padre intellettuale e misogino, facendo della passione per i libri il mezzo per penetrare la sua corazza anaffettiva. Ugualmente significativi risultano, negli altri racconti, il rapporto tra madre e figlia, l’amore sofferente, sia esso per un compagno o per un figlio, l’amicizia adolescenziale, la malattia e il timore della morte. La scrittrice sembra inserirsi in una tradizione di scrittura intima e memoriale, più vicina al racconto d’atmosfera e alla prosa poetica che al racconto tradizionale di impianto realistico. I riferimenti letterari disseminati nei racconti non mancano, più o meno espliciti, così come quelli filosofici. Sicuramente la Sassi è una lettrice intensa. Tra gli scrittori italiani il riferimento più esplicito è ad Anna Maria Ortese: «Attivatore di ricordi, la sua scrittura, scoperta da poco: peccato le sarebbe stata d’aiuto durante l’oblio di se stessa» (“Il salmone”). Ciò che colpisce davvero, tuttavia, è che i racconti di Francesca Sassi sono attraversati, più che da un dolore acuto, da una tristezza lieve e diffusa, da un’emozione che vela l’anima di nostalgia. Basta una battuta casuale, una canzone udita da lontano o un oggetto comune per suscitare un’improvvisa e dolorosa consapevolezza della propria condizione. Non c’è dramma gridato, ma una tristezza lucida, intima e silenziosa. “Variazioni di voci” è un libro riflessivo, capace di sfiorare il lettore come una carezza che proviene dal passato e rendere più profondo il senso dell’umano. Vi prevale quella che è stata definita la “piccola malinconia”: un’ombra dolce, un’atmosfera sospesa, quasi una paradossale “gioia di essere tristi”. È un sentimento che coincide spesso con la contemplazione della finitudine. Il ricordo del tempo trascorso non si risolve, però, in una nostalgia fine a se stessa, ma diventa occasione per indugiare nei propri spazi interiori. Se fossimo al cinema, vedremmo un film nel quale il tempo rallenta, i silenzi prevalgono e la macchina da presa indugia su stanze vuote, paesaggi solitari e sguardi perduti nel vuoto. Francesca Sassi riesce a trasmettere al lettore proprio queste impressioni. I suoi racconti evocano malinconicamente il passaggio da una stagione all’altra della vita, senza che ciò rappresenti un limite; al contrario, diventano un invito ad accettare il mutamento inevitabile delle cose. «La scrittura – scrive in “Punto e a capo” – non è semplice esercizio, ma un atto di forza che s’impone per non smarrirsi nei labirinti tortuosi del pensiero. Nasce sempre allo stesso modo, in un istante di resa totale di fronte alla meraviglia e alla bellezza squarciata dal dolore: il volo improvviso di una rondine, un cielo stellato in una notte d’estate, il miagolio solitario di un gattino o il sorriso di persone amate.»

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