Grandioso ed elegante Otello al Bellini di Catania

Dopo 38 anni dalla sua ultima esecuzione, al Bellini di Catania è tornato in scena l’ Otello di Verdi.

Quando,  nel 1887,  Giuseppe Verdi musicò l’opera di Shakespeare aveva ripreso la collaborazione con Arrigo Boito, per un breve periodo interrotta a causa di divergenze che si attenuarono via via. Uno dei principali problemi era la necessità di allontanarsi da testo del drammaturgo inglese: per Boito -poeta scapigliato, decadente- l’Otello era innanzi tutto un dramma psicologico, un “dramma interiore”; da ciò tutta la sua potenziale modernità. Verdi, dopo i primi disaccordi, cedette, si fidò del poeta e si trovò a reinventare il suo linguaggio compositivo, per trovare uno stile di espressione musicale più flessibile e mutevole. Dalla collaborazione emerse che i personaggi potevano essere interpretati come simboli astratti: “Jago è l’invidia”, Desdemona un simbolo di purezza femminile”.

Verdi plasmò questa idea in musica. Così Jago, l’uomo più moderno, adotta sempre uno stile declamatorio e, se intona una bella melodia, lo fa solo per ingannare. Desdemona mantiene ancora forte il legame col belcanto che sta al centro della drammaticità della vicenda. Otello è il perno su cui ruota il vecchio e il nuovo. Con Otello Verdi innova e rinnova se stesso centrando il dramma su uno scontro fra psicologie diverse che si fa incontro di melodie e musicalità. E’ per questo che molti critici misero subito in connessione l’innovazione con un’influenza wagneriana, che Verdi rifiutò di riconoscere.

Sicuramente il risultato fu l’opera unica, complessa, articolata e moderna (nel senso della sensibilità) che venne rappresentata per la prima volta alla Scala nel 1887 e che in questi giorni è in scena (fino al 29 novembre) al Teatro Bellini di Catania.

Con un’operazione ambiziosa e in gran parte riuscita, l’ente lirico etneo ha riportato sul palco il titolo verdiano in una città storicamente legata al teatro lirico, con un cast di alto livello e una produzione visivamente raffinata, tradizionale e coerente in tutte le sue componenti, grazie alla produzione originale dell’Opéra de Monte-Carlo.

La regia è affidata a Zaza Agladze, che attinge a un allestimento  coinvolgente: le scene di Bruno de Lavenère, suggestive e ben studiate, ricostruiscono il palazzo dell’isola di Cipro, nel XV sec. dove la coppia Verdi-Boito ambientò il dramma in quattro atti -fra le ultime cose musicate dal musicista di Busseto- riducendo l’antefatto dell’imponete opera di Shakespeare.

Su questa scenografia a due piani, che permette di dare profondità agli spazi e dinamicità all’azione che, per la presenza di un numeroso coro e di momenti dedicati al ballo, richiede movimenti di ampio respiro, sono proiettati dei video che riproducono immagini della battaglia o del mare, a cura di Etienne Guiol e Arnaud Pottier.

L’effetto estetico di impatto molto gradevole è accentuato anche dai costumi di Ester Martín Garrido che conferiscono un’eleganza ricca di colore e luminosità.

L’impianto registico, didascalicamente rispettoso del testo, bilancia momenti intimisti e scene corali grandiose, sulle quali si innestano i moneti di danza – che Verdi aggiunse per l’edizione parigina del 1894-   affidati alle coreografie leggiadre ma atletiche di Lino Privitera che conferiscono alla messa in scena un ampio registro di modernità nell’impostazione del movimento dei corpi e insieme la suggestione concettuale della vicenda che stanno commentando.

Per il protagonista la scelta è caduta su uno dei tenori di più ampia, meritata, fama: Gregory Kunde che ha costruito un Otello maturo, drammatico, capace di passare dalle corde più delicate del duetto d’amore con Desdemona alla rabbia cieca della gelosia che richiede timbro e potenza.

Desdemona è da Lana Kos. Il soprano ha saputo dare corpo e voce al personaggio vittima per eccellenza, innocente e pura, innamorata ma dignitosa fino alla morte; ha intenerito nella sua interpretazione, soprattutto nel momento del “delirio” finale della Canzone del salice o nella preghiera Ave Maria.

Iago, il vero mostruoso protagonista di tutta la vicenda, è stato qui Franco Vassallo, la cui perfidia e carisma hanno ricevuto apprezzamenti con un lungo applauso, meritatissimo: il personaggio è reso con una certa raffinatezza malvagia. Il baritono, che in occasione della Gioconda di Ponchielli, sempre in scena al Bellini nel 2024, dichiarò “Fare il cattivo è una delle cose più belle a teatro”, si trova magnificamente nei panni di uno dei personaggi più perfidi mai inventati dalla penna di Shakespeare.  Modula la voce sul ghigno mefistofelico di chi ordisce un inganno e rappresenta il male. Nei duetti, nei terzetti, ma soprattutto nel monologo Credo in un Dio crudel, ha lo spessore di un demonio che condensa in sé tutta la crudeltà di cui può essere capace l’uomo.

Anche i ruoli secondari, Cassio Paolo Antognetti, Emilia, Anna Malavasi- sono stati ben interpretati, contribuendo a creare un cast solido e variegato che, insieme all’Orchestra,  diretta dalla sapiente bacchetta di Fabrizio Maria Carminati,  al coro,  seguito dal Maestro Petrozziello, e al coro di voci bianche, a cura di Alessandra Lussi, hanno realizzato, complessivamente, un’operazione prestigiosa.

La serata della prima è stata preceduta da un momento di grande commozione

per il pubblico di affezionati catanesi: il Sovrintendete Giovanni Cultrera, insieme al Sindaco, Avv. Enrico Trantino, hanno ricordato, in presenza del figlio, il grande tenore Mario Del Monaco che ha collaborato molte volte con il Bellini, interpretando Otello e non solo e andando pure in tournee in Danimarca nel 1973. Il figlio Giancarlo, oggi regista, ha testimoniato il profondo legame del padre con la città e l’ente lirico.

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