Nella tempesta del labirinto dell’uomo

La tempesta di Shakespeare al Teatro Stabile di Catania, per la stagione “Il potere dei sogni” 25/26

 

A una delle sue ultime opere, Shakespeare ha affidato un messaggio, un testamento poetico che riassume le svariate forme del suo immenso, intramontabile teatro. La tempesta è insieme analisi dell’esistenza umana, gioco dei sogni, gioco della magia, gioco del teatro nel teatro, gioco che alleggerisce e approfondisce al tempo stesso, opera perfetta (fedele alle unità aristoteliche), che si colloca in uno spazio metaforico, l’isola, microcosmo surreale e sintesi antropologica.

L’opera ha elementi della commedia, ma anche del romance, e come tale, contiene in sé tutti i momenti magici che a questo genere appartengono: i poteri di Prospero, i suoi servi, l’uno legato all’aria l’altro mostro terragno; le apparizioni che il mago evoca, il masque (dramma nel dramma) che mette in scena con l’aiuto degli spiriti dell’isola; la tempesta stessa che egli scatena per raggiungere il suo scopo di vendetta sui nemici.

Su un’isola il mago Prospero, che ha scatenato la tempesta, racconta la sua storia alla figlia Miranda e si fa raccontare dal servo Ariel, spirito dell’aria, del naufragio che ha portato sulla stessa isola il gruppo dei nobili dei quali prospero di vuole vendicare.

Per portare avanti la vendetta Prospero ed Ariel procedono con intrighi, sortilegi e incantesimi (meccanismo che l’autore inglese aveva similmente adoperato nel Sogno di una notte di mezza estate): assassini sventati, tentativi di congiure e ribaltamenti, corteggiamenti e l’espediente del teatro nel teatro. Il mago, concessa la mano della figlia al pretendente Ferdinando, mette in scena uno spettacolo in cui Giunone, Cerere e Iside augurano felicità alla coppia e i mietitori danzano. Intanto viene sconfitta la congiura dello spirito maligno Calibano e dei marinai che volevano uccidere Prospero e diventare padroni dell’isola.

Come un demiurgo stanco, alla fine della intrigata vicenda, Prospero depone le armi della magia e pone fine agli incantesimi, si fa riconoscere come duca di Milano, consente ai nobili di riprendere il viaggio verso Napoli, scioglie tutto l’incanto svincolando da sé anche gli spiriti-servi e prende congedo dal pubblico stesso.

Nella versione andata   in scena a Catania, (dopo il debutto all’Arena di Verona) al Teatro Stabile, l’adattamento e la regia sono firmati dal regista argentino Alfredo Arias, che ritorna su questo testo dopo averlo diretto in passato; il cast ha visto come protagonista Graziano Piazza nel ruolo di Prospero, e Guia Jelo che interpreta Ariel. Accanto a loro Federico Fiorenza, Fabrizio Indagati, Franco Mirabella, Marcello Montalto, Luigi Nicotra, Lorenzo Parrotto, Alessandro Romano, Rita Fuoco Salonia, Rosaria Salvatico. Le scene sono di Giovanni Licheri e Alida Cappellini, costumi di Daniele Gelsi, luci di Gaetano La Mela.

L’operazione compiuta da Arias è stata, senza ombra di dubbio, volta ad asciugare fino all’essenziale il testo e la caratterizzazione dei personaggi.

Il regista ha voluto trasformare l’isola shakespeariana in un palcoscenico onirico, sospeso tra realtà e sogno, dove i simboli- potere, magia, perdono- diventano centrali. Un grande labirinto grigio campeggia, inclinato verso il pubblico, sul palcoscenico e lì si svolge tutta la vicenda coi personaggi che si muovono in uno spazio limitato e confinati in pose rigide, fatta eccezione dei due spiriti, Ariel e Calibano che sono liberi anche fuori da quei confini. Questo tipo di allestimento fortemente simbolico, a un primo sguardo può risultare affascinante, per quel concetto di labirinto dell’esistenza che autori come Ariosto o, in tempi più vicini, Calvino,  ci hanno insegnato a decodificare. Una lettura volutamente astratta, che potrebbe correre il rischio di allontanare chi cerca una narrazione più lineare e anche dinamica. Perché l’opera di Shakespeare è dinamica, coi suoi colpi di scena, il cambiamento dei personaggi, la realtà storica che si mescola alla favola e qui, pur apprezzando le ottime intenzioni di Arias, ci è sembrato evidente il sacrificio del testo.

In un cast di tutto rispetto dove gli attori si sono cimentati in una gara di bravura, l’istrione demiurgo è stato Graziano Piazza, nel ruolo di Prospero, che incarna il potere della creazione (anche teatrale) e il dominio sulla scena con l’impostazione declamatoria dell’attore tragico, il timbro profondo del filosofo sulla scena, le movenze stilizzate nel percorrere il labirinto e l’effetto metateatrale della collaborazione coi tecnici.   Assolutamente fuori dagli schemi, imprevedibile e imprevista (per chi conosca la storia e la carriera dell’attrice catanese) l’interpretazione di Guia Ielo nei panni di Ariel. Un personaggio al quale Shakespeare non ha dato una consistenza precisa e per questo ha consentito ai registi nel tempo di plasmarlo e arricchirlo. Per ricordare soltanto i casi più famosi,  nello storico allestimento di Strehler, del 1977 Ariel era interpretata da Giulia Lazzarini,  con la regia di Menegatti, a Firenze, il ruolo fu affidato a Carla Fracci. Nella recente edizione del Teatro Biondo di Palermo (2018), con la traduzione e la regia di Roberto Andò, il ruolo fu interpretato da un metafisico  Filippo Luna.

In questa edizione di Catania Guia Ielo ha reso il personaggio dello spirito dell’aria simile a una maga, fattucchiera benigna, con voce rauca e suadente, saggia ed austera ma tanto, tanto legata al suo padrone e bisognosa d’affetto e di libertà. Le fa da controcampo assoluto Rita Fuoco Salonia nei panni di un Calibano creatura ibrida fra animale d’acqua e mostro grottesco. Vestita di rete (molto belli i costumi di Daniele Gelsi) e con uno stravagante cappello in testa, un trucco pesante da maschera della Commedia dell’arte e movenze da pantomima, scatena sulla scena, entrando dalla platea, un flusso di energia e colore che risuona nella sua voce da cantilena e da satira con un ghigno malefico ma, alla fine, pavido e sconfitto ( forse lei la vincitrice della gara).

Comprendiamo che l’essenzialità sottolineata dalla traduzione di Agostino Lombardo e dalla regia, rispetto al testo shakespeariano sia il risultato di una scelta volta a riflettere su temi universali come il potere, il controllo, la libertà e il perdono. Anche il masque è stato qui ridotto a un brevissimo intermezzo con un gioco di specchi che riflettono fasci di luci verso il pubblico, tutto molto concettuale.  Nel contesto di Arias, la tempesta non è solo metafora ma anche strumento di riconciliazione, catarsi, punto di incontro e di svolta in quel labirinto dell’esistenza in equilibrio tra “virtù e fortuna”. Una tempesta poco dinamica, appena accennata con la trovata dello schermo e la proiezione di immagini all’inizio (effetti luce opera di Gaetano la Mela), viene piuttosto evocata e raccontata, così come evento scatenante e risolutorio. Isola-labirinto-tempesta, luoghi dell’anima e dell’uomo, luoghi ancestrali, poetici, teatrali.

 

 

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