L’incartatrice di arance di Barbara Bellomo, romanzo edito da Garzanti, marzo 2026

UN ROMANZO CHE PROFUMA DI IDENTITA’

 

Che cosa fa pensare di più alla Sicilia dell’immagine delle arance? Che cosa rappresenta, nell’immaginario collettivo, il frutto dell’arancia, rotonda, rossa, succulenta e profumata, se non il simbolo della Sicilia? E quale qualità è la più ricercata come specifico prodotto siciliano?

Il tarocco, l’arancia rossa carica di vitamine. Ma perché questa qualità si chiama così?

Partendo da qualche aneddoto  e da una leggenda poco conosciuta anche nella stessa regione, anche nella Piana di Catania, dove questo frutto matura e prende il colore così intenso,  grazie alle escursioni termiche tipiche di questo territorio, la scrittrice Barbara Bellomo ha costruito una storia profondamente catanese dove si intrecciano personaggi diversi fra loro, ognuno col proprio carico di personalità e vissuto personale, che ci racconta da dove viene questo nome e quale associazione di idee ha portato gli agricoltori a denominare le loro arance appunto tarocco.

La storia è raccontata in un romanzo in questi giorni in  libreria per i tipi della Garzanti che si intitola L’incartatrice di arance.

«Era la terra dei cafoni e dei galantuomini,

coppole e mantelle nere,

era il Sud dell’osso, era un uovo, un pugno di farina,

un pezzo di lardo.»

Leggiamo questa citazione in apertura del libro e dal riferimento capiamo subito che la definizione data dal poeta Franco Arminio riguarda anche la Sicilia di Barbara Bellomo che è l’anima di questo romanzo.

Al centro della vicenda c’è una figura femminile, Rosetta, una ragazza di quindici anni, fragile, insicura, spaventata dalla vita, che vive col padre e che lavora a un banco della pescheria, a Catania. Lei serve le olive e le sistema sul bancone mescolandole col peperoncino e il prezzemolo, in bella mostra con un gusto estetico che richiama i clienti. Siamo nel 1906 e la Sicilia sta vivendo molte trasformazioni.

Rosetta è un personaggio creato dalla fantasia della Bellomo, ma attorno a lei ruotano personaggi storici che, non solo sono veramente esistiti, ma hanno contribuito a dare una identità alla città del Sud, già da allora tanto moderna per certi aspetti e tanto conservatrice per altri.

Prima fra tutti Concetta Campione, una donna imprenditrice e benefattrice che si lega a doppio filo con la giovane Rosetta, un filo fatto di compassione per la sorte della ragazza (orfana di madre, figlia di pescatore e priva di mezzi di sostentamento) e di una ferma volontà di combattere le ingiustizie.

Nella prefazione la scrittrice ci avverte che il “personaggio di Concetta è ispirato alla persona realmente esi­stita di Concetta Campione. Spero che questo libro possa ridare luce a una donna che dalla fi­ne dell’Ottocento e fino al 1951, anno della sua morte, ha aiutato tante giovani e ha diretto brillantemente la sua stamperia a Cata­nia insieme al marito”

E’ chiaro, dunque, che l’intenzione di partenza era quella di rendere omaggio a un personaggio poco conosciuto ma molto importante per la città.

Una serie di eventi tristi e feroci, ma anche un innamoramento e un atto di consapevolezza e di ribellione, faranno maturare la protagonista che, lentamente, sarà costretta a diventare forte e determinata, coraggiosa, e portatrice di identità. Attraverso la sua vicenda personale, l’autrice affronta temi universali come l’emancipazione, il peso delle tradizioni, il valore della memoria e il desiderio di autodeterminazione.

L’identità di Rosetta è l’identità di una città. Si tratta, infatti, di un romanzo non propriamente storico ma decisamente identitario. Della Catania di inizio Novecento la Bellomo ci suggerisce tutto: architettura, leggende, storia, personaggi, strade, luoghi, credenze, cultura e sotto-cultura, in un riflesso costante dove la grande storia nazionale e culturale arriva indirettamente. Così sono citati eventi come la lotta della prima donna avvocato portata avanti per essere accettata nell’ordine: la torinese Lidia Pӧet. E ancora, viene citato lo scandalo che provocò la messa in scena di Casa di bambola di Ibsen. E poi la riflessione sulla recente annessione della Sicilia all’Italia “chi la voleva in Sicilia l’Unità d’Italia?”

La Bellomo ci racconta di una città che dimostra subito l’ambizione di diventare industriale, di mettere in relazione la tradizione di un’economia agricola fatta di latifondisti e un nuovo spirito di cambiamento anche nei sistemi di produzione e commercializzazione.

In questo affresco generale, le arance del titolo, con il loro profumo che quasi si percepisce leggendo, sono un elemento ricorrente, non sono solo un riferimento geografico e culturale, ma assumono un significato quasi poetico, simbolo di ciclicità, radici e anche novità.

Così come era nuovo il sistema di avvolgere le arance, incartarle, per impedire la diffusione delle muffe, tanti altri elementi di novità sono presenti nella vicenda di Rosetta e di Concetta Campione. Rosetta ha un segreto che vuole comprendere, si mette sulla strada per cercare le sue vere radici e come in un giallo segue il solo indizio che ha avuto dalla madre in punto di morte. In questo la Bellomo ha sempre dimostrato di saper costruire storie di ricerche e ritrovamenti, sin dai primi romanzi che avevano proprio la dimensione del giallo; poi anche nelle ultime sue fatiche editoriali, La casa del Carrubo e La biblioteca dei fisici scomparsi, ha affascinato il lettore in percorsi di inchiesta.

In questo caso siamo in un topos letterario classico: la ricerca di una metà di un gioiello per rintracciare una paternità non conosciuta. Ma il finale sarà sorprendente, anche questo frutto di una scelta morale di Rosetta di grande spessore.

E dunque perché il tarocco si chiama così? Quale filo sottile lega la carta da gioco che prevede il destino con la vicenda di Rosetta e le arance siciliane incartate in veline preziose e colorate? Lo scoprirà il lettore appassionandosi alla rete di vicende intessuta dalla scrittrice.

L’incartatrice di arance è un romanzo che avvolge il lettore con la stessa delicatezza e cura del gesto evocato nel titolo: quello di incartare, proteggere, custodire; è un romanzo che esalta i contrasti di questa terra e dei personaggi, femminili prima di tutto ma anche maschili, alcuni rudi e violenti, altri rassegnati al loro destino, altri poetici e sognatori, tutti carichi di memoria e di pregiudizi, di sogni e di doveri, di ribellioni e di accettazioni.

Tanti i riferimenti che il lettore può cogliere dal panorama letterario a lungo frequentato da Barbara Bellomo. La narrazione corale, la presenza di termini dialettali, proverbi e anacoluti, il punto di vista dal basso, ci fanno immediatamente pensare alla scrittura di Verga. I conflitti sociali e le differenze tra un popolo destinato alla fame o alla migrazione e una nobiltà distante e fredda,  isolata in privilegi  antichi,  ci fanno pensare a De Roberto. E poi la scena di Rosetta che mangia l’arancia, perché solo quella ha da mangiare e la gusta con la fame di chi ha lo stomaco vuoto, non può che farci pensare a Vittorini, con la sua scena delle arance in Conversazione in Sicilia.

Ancora di più di ogni precedente romanzo, qui la scrittura della Bellomo si fa elegante e coinvolgente: ricca di dettagli sensoriali, riesce a trasportare il lettore nei luoghi e nelle atmosfere del racconto. I paesaggi siciliani emergono vividi, così come le dinamiche sociali e familiari, descritte con sensibilità e profondità psicologica, con simpatia e delicatezza ma senza scorciatoie scontate.

Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la capacità di bilanciare introspezione e narrazione, senza mai appesantire il ritmo, ma con grande grazia. La storia scorre fluida, ma lascia spazio alla riflessione, invitando il lettore a soffermarsi sulle scelte dei personaggi e sulle loro conseguenze. Non è solo la storia di una donna ma di donne e uomini, alcuni malvagi, altri buoni, alcuni destinati alla sconfitta altri alla ricerca, alcuni alla rinascita.

“Si scica fino a terra e si sale a vedere le stelle. È questa la regola della nostra esistenza. A periodi bui ne seguono altri fortunati e luminosi.”

E’ una storia siciliana ma è universale; come ci ha insegnato uno dei più grandi siciliani, Lonardo Sciascia: la Sicilia è solo una metafora del mondo.

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