
«In Separata Parte»: quattro voci in mostra a Palermo, all’Oratorio dei Santi Crispino e Crispiano
«In Separata Parte»: quattro voci in mostra a Palermo, all’Oratorio dei Santi Crispino e Crispiano
Fino al 5 aprile 2026, l’Oratorio dei Santi Crispino e Crispiano di Palermo ospita In Separata Parte, mostra collettiva inaugurata il 21 marzo scorso che riunisce quattro artisti, Ivana Cappello, Tiziana Menegazzo, Salvatore Messina ed Elena Carlino, attorno a un progetto espositivo che è, prima di tutto, il frutto di un incontro umano e professionale. Tutto nasce tra le aule e i corridoi del Liceo Artistico Catalano di Palermo, luogo di formazione che ha saputo diventare, per questi quattro artisti, anche luogo di riconoscimento reciproco. Storiche presenze dell’istituto, docenti e tecnici che vi hanno costruito anni di lavoro e nuovi arrivi si sono trovati a condividere non solo spazi fisici, ma una visione. Da quell’incontro è nato il collettivo “Rosa Fresca Aulentissima”, il cui nome richiama il più antico componimento poetico in volgare siciliano, quasi a voler dichiarare fin dall’origine un radicamento nella tradizione culturale del Sud e al tempo stesso una tensione verso il rinnovamento. Il collettivo si fonda su un sentire condiviso, l’idea che il fare artistico non sia un ornamento della vita professionale, ma un impegno essenziale, culturalmente cogente, irrinunciabile. I suoi membri insegnano discipline pittoriche e architettoniche, e proprio da questa doppia appartenenza, all’arte e alla scuola, nasce una posizione chiara: la scuola deve tornare a essere laboratorio, nel senso più antico e più profondo del termine. La bottega medievale, la scuola di pittura rinascimentale, il laboratorio delle avanguardie novecentesche, luoghi in cui il sapere non si trasmetteva soltanto per via teorica, ma attraverso il gesto, la materia, l’errore e la correzione. In quella tradizione, l’insegnamento e la pratica artistica erano la stessa cosa. Il collettivo Rosa Fresca Aulentissima rivendica questa urgenza, restituire alla scuola la dimensione del fare, dello sperimentare, del rischiare con le mani. Il gesto artistico non come illustrazione di un programma, ma come posizionamento antropologico e culturale, un modo di stare nel mondo e di formarne altri. Quello che rende il collettivo particolarmente interessante è la sua composizione deliberatamente eterogenea, pittori, architetti, poeti, musicisti, artisti visivi. Anziché cercare un linguaggio comune che livellerebbe le differenze, il gruppo ha scelto di fare dell’eterogeneità stessa il proprio metodo. Ogni voce mantiene la propria autonomia; le connessioni tra esse si formano liberamente, come radici che si intrecciano senza seguire un disegno prestabilito. Ne risulta una rete di senso in cui ogni opera è autonoma ma dialoga con le altre, producendo significati che nessuna delle singole parti avrebbe potuto generare da sola. Non una somma, ma un sistema vivo. I significati si moltiplicano, si sovrappongono, si illuminano a vicenda, creando una ragnatela di rimandi che il visitatore percorre con libertà. In Separata Parte è un titolo che contiene una tensione produttiva. Afferma l’autonomia di ciascun artista, la propria ricerca, il proprio linguaggio, la propria storia e al tempo stesso dichiara la volontà di stare insieme, di dialogare, di costruire qualcosa che trascende la somma delle individualità. Come ha sottolineato lo stesso collettivo, In separata parte non significa isolamento, significa che ogni artista porta il proprio mondo intatto all’interno di uno spazio condiviso. Ed è proprio in questa tensione tra separazione e connessione che la mostra trova la sua ragione più profonda. Ciò che unisce i quattro artisti, al di là delle differenze di linguaggio e disciplina, è un’aura di trascendenza e spiritualità che attraversa l’intera esposizione come un filo invisibile, trasformando la diversità dei percorsi in un’unica, riconoscibile risonanza. Il progetto espositivo si articola attraverso opere grafiche (Messina), lavori pittorici e installazioni (Cappello, Menegazzo), componenti poetiche (Messina), interventi musicali e canori (Carlino) e performance, in un dialogo tra discipline che rispecchia la natura stessa del collettivo. Tra le presenze della mostra, il lavoro di Salvatore Messina merita una riflessione particolare. Artista e poeta, Messina porta in In Separata Parte un corpo di opere, disegni e testi, in cui l’urgenza etica e quella estetica si fondono senza residui. «L’arte non è disgiunta dal contesto in cui viene creata. In questi anni di produzione ho attraversato situazioni in cui la vita umana ha perso di significato. Lo sento su di me, il peso delle cose che accadono nel mondo, e lo riverso nella poesia, nel disegno, nell’arte.» Questa dichiarazione di poetica ha la chiarezza di un manifesto. L’arte non come rifugio dal reale, ma come luogo in cui il reale viene guardato senza sconti, assorbito, elaborato, restituito in forma di segno.
— dalla poesia presentata in mostra —
[…] La pittura non è raffigurazione del bello.
LA BELLEZZA, antico retaggio,
è rimasta nel cuore dei ciechi.
Non chiedete ai miei disegni
di restituirvi immagini
che smentiscono
questo canto di desolazione,
NON CI RIUSCIRANNO.
Una posizione radicale, ma con radici antiche. L’arte paleocristiana e medievale aveva già rinunciato alla bellezza classica in nome di qualcosa di più urgente, la verità spirituale, il dolore, la redenzione. Il Cristo romanico non è bello secondo i canoni greci, è sofferente, stilizzato, ieratico. Le figure delle catacombe non cercano la grazia anatomica ma cercano il senso. Il Crocifisso medievale, da Cimabue a Giunta Pisano, porta sul legno i segni di una sofferenza reale, non sublimata. Il corpo pesa, le costole si contano, il volto è abbandonato. Messina si inserisce in questa tradizione senza citarla esplicitamente, ma riattivandone la logica profonda. I suoi volti sono icone laiche di un tempo in cui, come scrive, “ogni giorno anime indifferenti ci crocifiggono sul Golgota” e “anche se i chiodi sono diventati d’oro, immutata è rimasta la sofferenza”. L’immagine della crocifissione non è qui metafora retorica, è la struttura stessa del suo sguardo sul presente, un presente che, come il Cristo medievale, porta visibile il proprio dolore senza ornamenti. La spada di Damocle, il Golgota, i chiodi d’oro, sono simboli che appartengono alla memoria collettiva dell’Occidente cristiano, riattivati in un contesto laico e contemporaneo per dire che la violenza del potere e l’indifferenza collettiva sono mali antichi, che tornano in forme nuove. L’arte medievale aveva il compito di rendere visibile l’invisibile, il divino, il sacrificio, la salvezza, così Messina si assume un compito analogo, ma rovesciato, rendere visibile ciò che preferiremmo non vedere.
La mostra è visibile dal 21 marzo al 5 aprile 2026
Contributo fotografico Salvo Messina, titolo “ Non tentare il signore Dio tuo” (2018)
contatti
Salvo Messina
3475466103
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