Adriano La Licata: ferite e soglie. Un incontro con l’artista palermitano nel suo studio in Vucciria.

Adriano La Licata: ferite e soglie. Un incontro con l’artista palermitano nel suo studio in Vucciria.

Adriano La Licata nasce a Palermo nel 1989, è uno di quegli artisti che sfugge alle etichette, non si definisce pittore, né scultore, né fotografo eppure usa con disinvoltura tutti questi linguaggi, aggiungendo il video, la performance e l’installazione. Figlio d’arte è cresciuto a Palermo dove si è formato, prima all’Accademia di Belle Arti per poi spostarsi all’Universidad del País Vasco di Bilbao e infine all’AKV | St. Joost Academy di ’ S-Hertogenbosch, in Olanda, ed un ultimo master in Anntropologia Culturale, Master in Didactic, Psychological, Anthropological Methodologies, University Dante Alighieri, Reggio Calabria. Vive e lavora nel cuore della Vucciria, uno dei quartieri più densi e contraddittori del centro storico di Palermo, dove ha aperto il suo studio, dal 2024 uno spazio espositivo indipendente chiamato Spazio ALL, co-fondato con la compagna Cristina Giarnecchia. Un ex magazzino nel quartiere della Vucciria, a Via Chiavettieri 29, si pone come laboratorio di sperimentazione artistica, produzione e scambio tra artisti e curatori. Il suo lavoro ruota attorno a temi come l’identità, i confini del corpo, la memoria fotografica, il digitale e l’ironia come strumento critico.Lo abbiamo incontrato nel suo studio per una lunga conversazione, che riproduciamo qui in forma di intervista. Mi spieghi il senso del tuo lavoro, da dove viene tutto? Il mio lavoro nasce da un grande interesse per le incongruenze emotive della vita. L‘idea che dentro la tragedia ci sia una grande comicità, e dentro la commedia ci sia sempre una parte drammatica, come quando un’emozione positiva ti fa sentire perso, quando una situazione di perdizione ti fa sentire ritrovato. L’ironia, per me, è un’arma, non uno scudo. Può diventare un coltello, un fiore, un’ arma da fuoco. E in tutto questo, il corpo, il mio corpo, è sempre presente, insieme strumento e soggetto. Si mostra e si cela, tra il palcoscenico e il retroscena, sospeso in quello spazio sottilissimo che esiste tra la pelle e il cerotto. Tra cerotti, schede madri e ferite, parlaci di Motherboards, cosa sono esattamente? Motherboards”, o “Mainboards”, è una serie in corso. La versione che vi mostro ora si chiama Motherboards 4”. Il titolo rimanda alla “scheda madre” del computer, già lì si entra nell’idea del mondo tecnologico, dei circuiti digitali. E allo stesso tempo si incontra l’elemento cerotto, che è l’oggetto prevalente in questo lavoro. Il cerotto è il first aid, il primo soccorso fai-da-te. Non stiamo parlando di una medicazione ospedaliera, è l’oggetto che tutti noi abbiamo in casa per le piccole ferite. Le ferite, in questo contesto, hanno a che fare con le soglie, con i thresholds, come li chiamo, con i dentro e fuori, con gli accidenti. Così come in Twins” (1989) per esempio, lì c’è la negativa positiva di due “me” scansionati, che racconta la presenza di un fratello che avevo nel grembo di mia madre, un gemello eterozigote, e che non è mai nato. I cerotti sono attaccati al plexiglass dalla parte interna, siamo in uno spazio liminale sottilissimo, quello spazio tra la pelle e il cerotto, dove vive la ferita. La ferita è un’apertura e le aperture, come una finestra o una porta, non separano soltanto ma collegano. All’interno della garza di ciascun cerotto c’è una fotografia del mio archivio personale. Non c’è gerarchia tecnica tra le immagini, la composizione complessiva ricorda un codice morse, una timeline di software di montaggio video, dove ogni clip mostra il suo primo fotogramma. C’è un altro lavoro legato a questo, si chiama Cuts Editing”, è realizzato interamente in PVC, quindi tridimensionale, visibile da entrambi i lati. Cuts sta per tagli di montaggio, ma anche per ferite, proprio perchè per me i titoli sono sempre molto importanti. La fotografia come proiezione, non solo come registrazione. Come si è sviluppato questo rapporto? Ho cominciato a interessarmi alla macchina fotografica come oggetto, quella lente che si apre e si chiude, che funziona grazie agli specchi. La reflex esiste perché degli specchi riflettono l’immagine finché non la vedi dal mirino. E già guardare attraverso quel piccolo quadratino è un grande atto. Oggi siamo inondati di immagini e adesso, con le immagini generate dall’intelligenza artificiale, il confine tra realtà e non-realtà si è ulteriormente dissolto. La fotografia nasce con l’impressionismo, nasce come impressione dal mondo verso di noi, come registrazione. Ma io mi sono chiesto: e il movimento in cui la macchina fotografica non cattura ma proietta? In inglese si dice to shoot, tradotto sparo. Qualcosa che va da dentro verso fuori, non solo da fuori verso dentro. La fotografia non è solo documento, è rivelazione, è una sottile soglia semiotica e semantica che divide e mette in relazione simultaneamente anima e spirito del’autore con del soggetto/oggetto ritratto. Essere dentro e fuori allo stesso tempo, “Soglia Bandita e Accidenti. In molte opere sei tu nell’immagine. Non per mostrarti ma per abitarla. Da dove nasce questa scelta? In Soglia Bandita” ho realizzato alcuni scatti di fronte al San Paolo Hotel sulla costa sud della città di Palermo. Mi sono trasformato in un pilastro, diventavo linea verticale tra le rovine, poi curva, mimesi di ciò che già c’era. Il vestito è completamente nero, molto importante perchè è un modo di celarsi per dare importanza, l’occultamento come valorizzazione. Un’ altra opera alla quale sono molto legato è “Accidenti è una serie di dieci scatti fotografici. Un lavoro che nasce dall’appropriazione, prendere qualcosa di già esistente e inserirlo in un contesto artistico. In Accidenti il corpo è il modo in cui mi approprio davvero dell’immagine. Non basta prendere una diapositiva altrui e inserirla in un contesto artistico, devo entrarci fisicamente, essere presente dentro di essa. Sono sia quello che scatta sia quello che viene scattato. Il mio corpo diventa il surplus, ciò che trasforma quella diapositiva in qualcosa di mio. E in questo modo sono contemporaneamente in due condizioni; il fotografo dietro il mirino e il soggetto davanti ad esso, in quello spazio in cui il tempo e lo spazio per un momento cadono. Ho cominciato a collezionare diapositive che venivano a me piuttosto che cercarle, tra queste, anche diapositive d’archivio familiare. Come le faccio diventare mie? Entrandoci dentro. Non è più quella diapositiva, sono io in relazione a quella fotografia, sono io all’interno di essa. Ogni mia apparizione si rapporta a uno scatto proiettato su una tenda, la tenda come schermo, come sipario. Mio padre è attore e per questo l’idea di palcoscenico, di falsità e realtà, di finzione, è sempre presente, la quarta parete. Puoi essere dentro una drammaturgia e non essere totalmente visibile. In Accidenti sono lì, un po’ spaventato, sospeso tra il nascondersi e l’apparire. Raccontaci dello spazio All, un magazzino, un’ eredità di famiglia, un atto politico. Lo spazio apparteneva a mio nonno, che lo usava come magazzino per far stagionare i formaggi. Comprava le ruote di parmigiano direttamente a Parma, le portava qui, le appendeva agli uncini e le faceva stagionare prima di rivenderle a pezzi. Non solo formaggi ma anche scatolame, sardine, burro e latte. Un commercio antico, radicato in questo quartiere. Nel 2019, dopo anni ho rialzato la saracinesca e mi sono trovato davanti un posto pieno di oggetti, centimetro per centimetro. È stata una continua scoperta, più avanzavo più eliminavo roba. Dal 2019 al 2022, periodo che ha coinciso con il Covid, ho fatto quasi tutto da solo, trovavo le ditte, chiudevano, non si poteva nemmeno uscire. Ho cercato di mantenere l’identità del posto, per esempio il marmo rosso sulla destra, lo chiamo la banconata egiziana,  data la sua presenza solo bidimensionale. È il marmo che era presente in tutti i negozi di questa via, dal panificio all’ultimo bar. I miei colleghi l’hanno eliminato, io l’ho tenuto. Lo spazio porta in sé un contrasto bellissimo, da un lato qualcosa di industriale, quasi danese, dall’altro il barocco siciliano contemporaneo e questo marmo rosso ne è l’emblema perfetto. Nel 2024, con Cristina, abbiamo deciso di aprire il primo vano agli artisti. Vogliamo portare a Palermo artisti provenienti da fuori, su un livello internazionale di ricerca. Vogliamo portare in città ciò che difficilmente arriverebbe. All è una parola piccola che, accostata a qualsiasi altra parola, apre sempre nuove possibilità. Apre a divergenze, diversità e altrove. FREE ALL!

www.adrianolalicata.com

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