
Adalberto Abbate per “Ancora più buio” il nuovo album del musicista palermitano Angelo Sicurella
Adalberto Abbate per “Ancora più buio” il nuovo album del musicista palermitano Angelo Sicurella
C’è un momento in cui due linguaggi si incontrano e smettono di essere separati. Succede raramente, e quando accade il risultato non è una semplice copertina illustrata né una colonna sonora d’accompagnamento, ma qualcosa di più difficile da nominare: una visione condivisa, un fronte comune contro il mondo. La copertina di Ancora più buio non fa sconti. Su un fondo rosso cupo, un puttino in bassorilievo stringe tra le mani un teschio, è il primo gesto del disco, prima ancora che si prema play, un angelo che non annuncia nulla di buono, che non porta salvezza ma resti. Un cherubino che il XXI secolo ha messo in marcia tra le macerie, spogliandolo di ogni innocenza. L’artwork di Ancora più buio affonda le radici in un progetto preciso, The Triumph of Death, serie avviata da Abbate nel 2020 a partire dal Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis. Sculture e collage digitali in cui l’antico e il contemporaneo non si alternano ma si compenetrano, il disgusto per i mali del mondo e l’angoscia di una fine che sembra sempre più prossima trovano finalmente una forma, un corpo, un volto. Al Palazzo Abatellis di Palermo campeggia uno degli affreschi più perturbanti della storia dell’arte occidentale. La Morte arriva a cavallo di uno scheletro e abbatte tutto ciò che trova, re e mendicanti, papi e servi, senza distinzione di rango o merito. Nessuno scampo, nessuna gerarchia che tenga. L’opera, datata intorno al 1446 e di autore ancora ignoto, è rimasta così impressa nella memoria collettiva da ispirare, secondo alcuni studiosi, la Guernica di Picasso dopo la sua visita alla città. In quella scena di morte democratica Abbate ha trovato uno specchio preciso per il presente. Ma nel suo lavoro la morte non si presenta più a cavallo, si è fatta silenziosa, burocratica, quotidiana. I suoi angeli non annunciano l’apocalisse, la raccolgono. Trasportano ciò che rimane. Sono figure di frontiera, sospese tra la catastrofe e il silenzio che viene dopo, senza promesse di redenzione. Nel 2018, con l’assemblaggio Trionfo della morte esposto al Museo Palazzo Mirto, a pochi passi dall’affresco originale, Abbate aveva già iniziato a misurare questa distanza tra il modello antico e il disastro contemporaneo. La serie digitale del 2020 porta quella riflessione più a fondo, la morte non cavalca più, si annida nella politica oscena, nei cadaveri in fondo al mare, nel silenzio dei governi davanti ai genocidi. Sicurella racconta che il disco nasce da una visione che lo tormentava, la terra si sgretola sotto i nostri occhi e c’è un coro da una parte che ride e innaffia questo terremoto ancestrale con carboni ardenti, mentre la terra continua a frantumarsi. Un coro la alimenta con carboni ardenti e ride, un altro coro la implora di non cedere invocando l’Amore. La terra non ascolta nessuno dei due e cade nell’abisso più profondo sotto un cielo di fuoco. Così Abbate ha riconosciuto quella caduta nel suono di Sicurella e l’ha fatta propria. Come spiega l’artista, dal primo ascolto ha trovato una linea comune, come se, disarmati, stessero procedendo insieme verso un fronte di battaglia, non sapendo se per combattere o per salvare qualcuno, o qualcosa, dalle atrocità e dalle barbarie che stanno schiacciando dignità ed entusiasmo. Quello che li accomuna è lo sguardo su un mondo in cui le atrocità si sono fatte ordinarie; guerre e genocidi sostenuti da governi, finanziati da capitali, coperti da un’informazione che ha da tempo smesso di disturbare chi di dovere. Tra i brani del disco, Crack occupa una posizione particolare. Come raccontano gli autori Sicurella e Mangiaracina, il brano descrive un mondo di eccessi nutriti da egoismo e indifferenza; le guerre, la fame e la violenza ci annientano mentre l’istinto di evasione scava un buco dentro i nostri desideri. È vita disillusa che ci consuma o società cannibale che ci vuole con le ossa rotte? L’amore si confonde con la violenza, la vita con il consumo, la storia con la guerra, la fede con il fanatismo. Nel testo, Sicurella canta di un corpo che non si regge in piedi, di qualcosa che “trascina contro un muro”, di stelle accese e ossa rotte come condizioni coesistenti e non contradditorie. È il ritratto di una persona, ma anche di una città. Palermo, la città di entrambi, è una delle realtà italiane in cui la convivenza con la violenza strutturale, storica e quotidiana, ha plasmato un’intera sensibilità culturale. Il tema più profondo che accomuna Abbate e Sicurella non è la denuncia in sé, ma qualcosa di più inquietante, la normalizzazione del disastro. Viviamo in un’epoca in cui guerre, genocidi, corpi in mare, bambini travolti da conflitti che non hanno scelto, sono diventati fatti di cronaca da scorrere sul telefono tra un post e l’altro. Il disastro è entrato nel paesaggio quotidiano e ha smesso di interrompere la vita, la accompagna. Il disastro non interrompe più la giornata, ci scorre dentro, tra una notifica e l’altra, senza attrito, senza peso specifico. È diventato contenuto e il contenuto, si sa, dura ventiquattr’ore. L’orrore ha imparato a stare nel feed senza fare troppo rumore, e noi abbiamo imparato a tenerlo lì senza che ci spezzi qualcosa dentro, o almeno così crediamo. Il disastro non accompagna più la vita come un’ombra: è diventato arredamento. E poi arriva il momento in cui ci si ferma, per un secondo, e ci si chiede: ma io cosa posso fare? La risposta che si trova di solito è niente, o quasi. Troppo lontano, troppo grande, troppo complicato. La scala del disastro è talmente sproporzionata rispetto alla scala della vita individuale che l’unica risposta emotivamente sostenibile sembra essere la resa. Non una resa dichiarata, non un cinismo orgoglioso ma una resa silenziosa, quasi inconsapevole. Si smette di sentire, non perché non si voglia sentire, ma perché sentire senza poter agire è insostenibile. E così ci si paralizza, non indifferenti, non complici, ma sospesi in uno stato di impotenza che assomiglia pericolosamente all’indifferenza dall’esterno. È esattamente questo stato che Ancora più buio abita. Sicurella non predica, non indica uscite di sicurezza, Abbate non offre consolazioni visive, entrambi stanno dentro la paralisi, la guardano da vicino, le danno una forma. Abbate lavora da anni su questo cortocircuito tra violenza e quotidianità. In Aeternum (2008) costruisce un mobile con resti bellici e ci mette sopra un vaso di fiori, accanto a una vecchietta orgogliosa. L’oggetto della guerra è diventato arredamento, la tragedia è diventata superficie. Non è il mostro che spaventa ma la sua capacità di sembrare normale, di stare in salotto senza che nessuno ci faccia più caso. In Semel Pro Semper, dello stesso anno, una bambina cavalca un cane e regge tra le mani un ordigno della Seconda Guerra Mondiale, una scena a noi tristemente familiare, l’infanzia e la distruzione nello stesso gesto, senza dramma, quasi con naturalezza, come se la storia avesse già smesso di pesare. Sicurella opera la stessa incisione nei testi, in Il vuoto scrive di cadaveri in fondo al mare e di periferie che sembrano tutte uguali, mettendo la morte dei migranti nella stessa lista in cui compaiono i semafori e l’aria che brucia lo stomaco. Non è insensibilità, è la fotografia di un linguaggio collettivo che ha normalizzato l’annegamento come dato di cronaca. La title track va ancora più a fondo, la politica che crepa, che è oscena, che spinge verso un sentiero sempre più buio non è una metafora, è una diagnosi, un referto su un presente che continua ad andare avanti mentre tutto si sgretola, e che trova in questo andare avanti la sua forma più inquietante. Abbate non fa arte di commento, ma arte di collisione. Il suo lavoro nasce dal disgusto, dalla stanchezza, dalla rabbia di chi guarda il mondo tutti i giorni e non riesce a smettere di farlo. Le sue opere non illustrano problemi, li abitano, li deformano, li portano fino al limite in cui il grottesco e il vero diventano indistinguibili. Non è cinismo è il contrario, è l’ostinazione di chi non si rassegna a guardare dall’altra parte. Abbate porta nel lavoro un rapporto stretto con la scrittura, con il pensiero filosofico, con i documenti della storia, come se la letteratura e la teoria fossero materiale plastico, qualcosa da tenere in mano e trasformare. La parola come innesco, come punto di partenza da cui il lavoro visivo prende forma e direzione. Sicurella funziona allo stesso modo, su un altro registro. I suoi testi hanno la densità di chi ha attraversato libri, immagini, storie e poi ha trovato nel suono il modo più diretto per restituire tutto. Due pratiche diverse, la stessa radice, l’incapacità di fare finta di niente. Quando si incontrano, come in Ancora più buio, il risultato non consola e non risolve, è un oggetto artistico che sta dentro il problema senza prometterne l’uscita, lo stesso spirito con cui Abbate ha aperto nel centro storico di Palermo il suo Spazio Rivoluzione, un luogo gestito fuori da ogni logica di mercato, sottratto alla rendita culturale, tenuto in vita con ostinazione come atto politico prima ancora che estetico. Uno spazio che esiste perché qualcuno ha deciso che esistere, resistere e fare, anche nel buio, è già una risposta. Ancora più buio è la stessa cosa, in forma sonora. Non una via d’uscita, una presenza. Gli angeli portano macerie, ma portarle, nominarle, tenerle in mano senza lasciarle cadere nell’oblio, è già un atto di testimonianza, un atto di resistenza, perché la resistenza, oggi, non assomiglia più a quello che ci hanno insegnato. Non è il pugno alzato, non è il manifesto, non è la piazza, non solo, è qualcosa di più silenzioso, di più ostinato: è il rifiutarsi di normalizzare, rifiutarsi di scorrere, rifiutarsi di trasformare l’orrore in contenuto, è fermarsi davanti a un’immagine di Abbate e lasciarla fare male quanto deve fare male. È ascoltare Sicurella senza cercare il ritornello consolatorio, senza aspettare che arrivi la luce in fondo al tunnel, perché la luce, qui, non è promessa a nessuno. Quello che è promesso, invece, è la lucidità, in un’epoca in cui tutto è progettato per ottundere, per distrarre, per far scorrere; è già una forma di ribellione. Non spettacolare, non redditizia, non virale, ma reale, l‘unico tipo di realtà che questo progetto sembra interessato a frequentare. Testimoniare, nominare, tenere gli occhi aperti sul buio invece di abbassarli è forse l’unica cosa che ci rimane, e forse, per adesso, basta.
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