
Naufraghi nell’isola dei sogni. «La tempesta» al Biondo di Palermo
Naufraghi nell’isola dei sogni. «La tempesta» al Biondo di Palermo
Il sipario è già aperto quando il pubblico entra in sala. Le luci sono accese, la scena è già visibile nella sua nuda verità. Non c’è quella rassicurante distanza tra il mondo reale e quello del palco, non c’è ancora il buio che ci protegge. Poi, lentamente, le luci si abbassano, il teatro respira, e quello che era davanti ai nostri occhi diventa qualcos’altro: un’isola. Un sogno. Un naufragio. Siamo già dentro, già alla deriva, prima ancora che la tempesta cominci. Con questo rito d’ingresso il regista Alfredo Arias riafferma una verità antica quanto il teatro stesso, lo spazio scenico non è mai neutro e che il pubblico non assiste a uno spettacolo ma lo abita. Su questa isola, che è anche palcoscenico, che è anche sogno, è labirinto, La Tempesta di Shakespeare irrompe in scena, al Teatro Biondo di Palermo, con tutta la forza irrisolta di un’opera che non ha mai smesso di interrogarci. La scena non si limita a rappresentare un approdo, edifica l’isola dall’interno attraverso un labirinto fisico di passaggi stretti e ombre che si allungano su un dominio di grigio. È un grigio cenere, denso, che non evoca purezza ma una sospensione esistenziale, una nebbia solida in cui ogni sogno rischia di smarrirsi. Durante il naufragio, gli attori non arrivano dal mare: emergono dalle fenditure di questa struttura, come se l’isola li avesse sempre tenuti prigionieri tra le sue pareti di ardesia. Nella storica versione al Piccolo, lo scenografo Luciano Damiani aveva creato uno spazio di una leggerezza quasi immateriale, tuttavia, dove la scena di Damiani era un orizzonte aperto al soffio del vento, questa produzione del Teatro Biondo trasforma quel rigore in un’architettura della solitudine, a presenza opprimente di un grigio che si fa labirinto. In questa griglia geometrica, gli attori si muovono come atomi isolati. Non si incontrano mai, se non quando la regia decide di forzare una collisione. Lo spazio è progettato per negare il contatto, rendendo ogni incrocio un evento raro e calcolato. L’isola del Biondo è un luogo contemporaneamente reale e allucinatorio, dove il grigio delle pareti diventa lo specchio di un esilio che è prima di tutto mentale. «L’isola non è uno sfondo, è una condizione dell’anima. Chi vi approda non è mai lo stesso quando ne riparte.» C’è una domanda che accompagna La Tempesta come un’ombra lunga, è davvero l’ultima opera di Shakespeare? La risposta è più sfumata di quanto ci piacerebbe. Gli studiosi sono concordi nel definirla l’ultima opera interamente attribuibile a lui, scritta probabilmente tra il 1610 e il 1611, rappresentata per la prima volta il 1º novembre 1611 a Whitehall Palace. Tecnicamente l’ultima opera in assoluto sarebbe l’Enrico VIII, scritta in collaborazione con John Fletcher, ma è ne La Tempesta che si sente in modo inequivocabile la voce di un poeta che prende congedo, che si volta indietro prima di tacere per sempre. Quando scrive La Tempesta, Shakespeare ha quarantasette anni, la fama e l’agiatezza sono raggiunte, il ciclo delle grandi tragedie è concluso. L’estro è quasi esaurito, l’animo stanco pensa al ritorno a Stratford. E allora, prima di ritirarsi in eterno silenzio, si volge indietro e compendia se stesso nell’immagine di Prosper, il mago bianco che ha tenuto sotto il potere del suo genio la materia tragica, e che alla fine, gettando la bacchetta, chiude il mondo magico. Non è difficile vedere in Prospero uno specchio dell’autore, entrambi hanno esercitato un potere assoluto, entrambi scelgono di rinunciarvi. Entrambi chiedono, alla fine, indulgenza. «Noi siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra piccola vita è cinta dal sonno.» Questa frase, pronunciata da Prospero nell’atto quarto, è forse la più celebre dell’intera produzione shakespeariana, e non a caso. Non è solo una metafora, è una cosmologia. Il sogno non è l’opposto della realtà, ne è la materia prima. L’isola, con i suoi incantesimi, le sue allucinazioni, i suoi labirinti invisibili, non è un luogo di fuga dalla realtà ma il luogo in cui la realtà si mostra nella sua forma più vera, più nuda, più spietata. Non è la prima volta che Shakespeare abita il sogno, c’è Sogno di una notte d’ estate, dove la follia amorosa e le illusioni di Puck costruiscono un universo parallelo in cui i personaggi perdono e ritrovano se stessi. C’è Amleto, dove il principe non sa distinguere tra visione e realtà, dove il fantasma del padre è forse apparizione e forse proiezione di una mente che collassa. C’è Re Lear, dove la follia è l’unica forma di lucidità rimasta al re che ha perso tutto. In tutti questi casi, il sogno e l’allucinazione non sono debolezze ma strumenti di conoscenza, porte verso verità che la coscienza razionale non può toccare. Ne La Tempesta questo meccanismo raggiunge la sua forma più compiuta, l’isola è costruita interamente di sogno e chi vi arriva è costretto a fare i conti con i propri fantasmi interiori. Il duo Ariel e Calibano richiama, non per caso, il duo Puck e Bottom del Sogno. Ma se là il gioco era amoroso e tutto si risolveva con un riso, qui la posta in gioco è il perdono, ovvero la cosa più difficile da offrire davvero. Graziano Piazza dà a Prospero la densità di un uomo che ha già visto troppo, che ha già esercitato ogni potere e ora si trova davanti alla scelta più ardua, cosa farne. La sua presenza scenica porta in sé le contraddizioni del personaggio senza tentare di risolverle. Prospero è insieme vittima e carnefice, mago e padre, padrone e prigioniero dell’isola che lui stesso governa. Lo spettacolo di Arias lascia affiorare questa ambiguità senza coprirla di interpretazione. Prospero non è buono né cattivo, è umano in modo definitivo, e questa umanità è la cosa che più ci riguarda. Di fronte a lui, Ariel incarnato da Guia Jelo è la leggerezza che non può rimanere prigioniera. Uno spirito che esegue e attende. La tensione tra Prospero e Ariel è la tensione tra il potere e la libertà, tra chi controlla e chi aspetta di essere liberato. E quando alla fine Prospero scioglie il suo servo dall’obbligo, non è solo un gesto di grazia verso Ariel, è anche il gesto con cui l’autore libera se stesso. «Prospero non è solo il mago dell’isola, è il regista dell’opera, il burattinaio che alla fine taglia i fili anche verso se stesso.» La Tempesta non è solo sogno e magia, è anche commedia. La commedia abita l’opera con la stessa legittimità della tragedia. I tre personaggi della scena comica, Calibano, Stefano e Trinculo, portano in scena quella parte dell’umanità che non sa gestire il potere quando lo trova per caso. Calibano, il mostro deforme figlio della strega Sicorace, abitante originario dell’isola ridotto in servitù da Prospero, è forse il personaggio più moderno dell’intera opera, colonizzato, umiliato, capace di poesia e di vendetta con la stessa intensità. Quando incontra il marinaio ubriacone Stefano e il buffone Trinculo, si verifica uno dei momenti più grotteschi e insieme più commoventi di tutto Shakespeare; anche il più escluso, anche il più disprezzato, vuole un padrone migliore, anche lui, in fondo, vuole essere liberato. Il critico René Girard ha scritto che Calibano simboleggia il sentimento non ancora educato, la poesia prima del linguaggio. È ciò che precede la letteratura, che l’ultimo Shakespeare, quello della Tempesta, disapprova e insieme riconosce come parte essenziale di se stesso. La commedia dentro La Tempesta non alleggerisce il dramma ma lo radica nella terra, nella carne, nell’imperfezione irriducibile dell’essere umano. Lo spettacolo non cerca analogie con il presente, le lascia affiorare, come relitti portati dalla marea. Chi ha occhi per vedere, vede. Vede gli esiliati di tutte le epoche, quelli che partono su navi cariche di speranza e che trovano isole ostili invece della terraferma promessa. Vede la dialettica tra chi possiede la magia del potere e chi non ha neanche un nome riconosciuto. Vede i Calibano di ogni tempo, coloro che erano qui prima che arrivasse qualcuno a chiamarli selvaggi, a insegnargli il linguaggio per maledire. Come ha scritto Montaigne, da cui Shakespeare trasse ispirazione, le parole stesse come menzogna, tradimento, invidia, non si conoscevano nelle società native prima del contatto con l’Europa. L’isola, anche questa isola, porta il peso di quella storia. «Ci hai insegnato la tua lingua, e il vantaggio che ne ho avuto è saper maledire.» (Calibano a Prospero). Ma il cuore pulsante di questa opera, il suo motore segreto, è il perdono. Prospero ha scatenato la tempesta per vendetta, ha trascinato i suoi nemici sull’isola per smascherarli, per vederli crollare. E invece, alla luce delle loro bassezze finalmente rivelate, sceglie il perdono. Non perché siano cambiati, alcuni di loro non si pentiranno mai, ma perché il perdono non è un dono che si fa all’altro, è una libertà che ci si concede. Prospero perdona per poter andare via, per poter lasciare l’isola, rinunciare alla magia, tornare nel mondo. Il perdono chiama altro perdono, liberando i suoi nemici, libera anche se stesso, e liberando Ariel e Calibano, libera infine Shakespeare dall’opera. In questo senso La Tempesta è davvero, come la critica ha sempre sentito, un addio. L’addio di un autore al teatro, che ha tenuto sotto il potere del suo genio la materia più oscura dell’animo umano, e che ora, come Prospero, getta la bacchetta. Ma prima di farlo ci offre questo epilogo straordinario in cui il potente chiede indulgenza al più debole, in cui il mago torna uomo, in cui la follia si scioglie nel lieto fine senza per questo diventare meno reale. La follia era vera. Il sogno era vero. L’amore tra Ferdinando e Miranda, nato sull’isola sotto l’incantesimo di Prospero, è vero. Ma tra tutti il perdono è la cosa più vera.«Ora i miei incantesimi sono finiti e le mie forze sono le mie sole. Non forzate da magia — lasciatemi partire.» (Prospero, La Tempesta,Epilogo.) Il sipario si chiude su un’isola che non esiste più. Il labirinto si disfa e il sogno si ritira. La luce che torna, il pubblico che riemerge da qualcosa che non saprebbe del tutto nominare. È questo ciò che fa il teatro quando è grande, non racconta una storia, ti fa attraversare qualcosa. La Tempesta, in questa regia di Alfredo Arias, lascia il pubblico con una domanda senza risposta facile, sei entrato nell’isola o l’isola è entrata in te. Basta entrare in sala. Basta che le luci si spengano. Il resto lo fa l’isola, che come ogni sogno che valga la pena sognare non muore davvero quando ci si sveglia, ma continua a muoversi sotto la pelle, tra i meandri di un’anima che ha imparato, forse, un po’ di perdono.
La Tempesta, testo di William Shakespeare, traduzione di Agostino Lombardo, regia di Alfredo Arias, con Graziano Piazza (Prospero), Guia Jelo (Ariel), Federico Fiorenza, Fabrizio Indagati, Franco Mirabella, Marcello Montalto, Luigi Nicotra, Lorenzo Parrotto, Alessandro Romano, Rita Fuoco Salonia, Rosaria Salvatico.
Scene di Giovanni Licheri e Alida Cappellini, Costumi di Daniele Gelsi, luci di Gaetano La Mela, una produzione Teatro Stabile di Catania / Marche Teatro / Tieffe Teatro / TPE Teatro Piemonte Europain collaborazione con Estate Teatrale Veronese.
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