
Margherita Rimi tra corpo e parola: “Restitutio ad integrum. Poesie 2015-2024” (Marsilio)
Margherita Rimi tra corpo e parola: “Restitutio ad integrum. Poesie 2015-2024” (Marsilio)
«Il corpo:/ è sempre lui che sbaglia/ che si ammala// Adesso:/ Non fa più accordi/ con virus e batteri// già pronti a minacciarlo […] Deve scegliere di salvarsi/ questa volta// Compiere/ una Restitutio ad Integrum». E’ uno dei versi fondanti del testo d’apertura di questa densa antologia di Margherita Rimi, poetessa siciliana, medico e neuropsichiatra infantile. A sostanziarla è certamente il rifiuto della metaforizzazione del corpo. Il corpo non è allegoria, è il luogo privilegiato di frattura, di esposizione: ed è soprattutto presenza. A scriverne è infatti la poetessa-medico, che si incammina verso la «disfazione» del corpo rispetto alla sua esplorazione «intensiva». Il titolo stesso dunque non va inteso nel senso di «ripristino dello stato originario» ma come utopia problematica: ciò che è stato violato – corpo, linguaggio, memoria – non può davvero tornare com’era. La poesia allora non ricostruisce ciò che è stato, piuttosto è chiamata ad interrogare le rovine. E tuttavia questa poesia, la sua «immaginatura», connotandosi come «psico-anatomo-patologica», tenta una sorta di risarcimento simbolico, più etico che terapeutico. La tensione del libro non si incardina infatti nella guarigione, ma nel gesto – nella parola specialmente, «nessuna è riconosciuta/ come corpo estraneo// qualcuna come malattia» – che la invocano: un atto di resistenza che non cancella il trauma, lo nomina e lo attraversa. Il gesto poetico non è dunque riparativo ma ambisce ad un nuovo equilibrio, provvisorio ma necessario. Al centro resta il corpo, oggetto di una vera e propria storia d’amore: «Il racconto del corpo/ è lì// nel calco// la scrittura// impronta genetica nuda», in una dialettica continua con la parola, come se la poesia obbedisse ad una sorta di bipolarismo grazie al quale il corpo cerca la parola e viceversa. Un «sintomo da inversione» o meglio, di corrispondenza: «Tutto contro di me/ il mio corpo.// E io contro di lui/ che non so che fare// ammeno// di tenerlo». Un corpo che in Margherita Rimi rimanda sempre ad altro, che resiste al senso, e proprio per questo costringe la lingua a una postura di alternativa – che si fa responsabilmente «sciarra amara» – insieme al corpo che «in sacrificio per me portava una poesia». Ne nasce una scrittura clinica e controllata che disarticola il lessico scientifico sussumendolo, facendone una protesi naturale su cui si innestano silenzi, spazi bianchi, frasi sospese, errori voluti e giochi di parole, recuperi da latino e dal greco, prose, improvvise incursioni dialettali. Anche il tempo è spezzato, stratificato, soprattutto nella sezione finale, «Restitutio Memoriae», lì dove la scrittura diventa esposizione e testimonianza contro la rimozione. Perciò la duplice coppia degli esergo – Hugo e Leopardi prima, Montessori e Alceo successivamente – diventano i vettori fondamentali del libro. «La medicina è figlia dei sogni» dello scrittore francese introduce una tensione originaria: la medicina nasce dal desiderio di riparare, dal sogno di reintegrare ciò che è rotto, non dalla certezza di poterlo fare. Giustamente la Rimi medico nobilita la sua arte, ma ne mostra anche il limite poiché essa opera sempre su ciò che è già stato violato. In questo senso, l’utopia della «restitutio ad integrum» è già incrinata alla radice. Con il Leopardi dello Zibaldone il discorso si sposta dal corpo alla lingua, ma il movimento è analogo poiché come il corpo, anche la lingua non è neutra: essa porta i segni della storia, si ammala, si degrada, perde potenza. Leopardi sembra dirci che non esiste lingua sana in una cultura malata e Margherita Rimi assume questo principio fino in fondo: la sua scrittura non finge una lingua integra, trasparente, pacificata ma asimmetrica. Montessori invece offre la cornice teorica dell’alterità infantile, mentre la «conchiglia» di Alceo incarna la meraviglia pre-logica, sensibile, che l’adulto ha smarrito. La «restitutio» diventa così un atto di resistenza contro l’oblio, somatico e linguistico: non un ritorno all’origine, ma il recupero indispensabile di una voce-bambina dentro la coscienza adulta. L’integrità allora non è il punto di arrivo, bensì una istanza aperta: che cosa resta di noi dopo la frattura? E può la parola poetica, bambina, farsi luogo – se non di ristabilimento – almeno di autenticità?
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