RISONANZE MAGNETICHE all’interno di FIC festival

In questi gironi, fino al 10 maggio, la città di Catania è protagonista di un evento culturale e artistico di grande portata.

Catania Contemporanea / FIC Festival nasce nel 2018, ideato e curato dal Centro di Rilevante Interesse per la Danza Scenario Pubblico, per contribuire allo sviluppo della città attraverso le arti contemporanee. In programma dal 29 aprile al 10 maggio 2026, con 38 eventi e circa 200 artisti italiani e internazionali, il Festival  ha l’obiettivo di costruire un’esperienza diffusa e immersiva.

L’acronimo  FIC ha un significato dalla forte carica simbolica: Focolai di infezione creativa; è una sintesi dell’idea cardine del progetto nato per volontà di Roberto Zappalà nel 2018,  che si propone di creare una rete di incontro tra arti visive, danza, musica e teatro, attraversando piazze, cortili, chiese, teatri, università e spazi urbani, dal centro alle periferie.

Basandosi  su un sodalizio già  consolidato in anni di collaborazione  -Associazione Musicale Etnea, Conservatorio Vincenzo Bellini, DISUM/Università di Catania, Fondazione OELLE Mediterraneo Antico ETS, Isola Catania, Scenario Pubblico / Compagnia Zappalà Danza, Teatro Stabile di Catania-   Roberto Zappalà, ha realizzato un Festival su un modello di lavoro corale: una visione unitaria e, al tempo stesso, curatele autonome affidate ai singoli partner nei diversi ambiti disciplinari.

L’edizione 2026 si sviluppa attorno al tema della Gentilezza e  si serve di  numerosi luoghi della città trasformati in spazi performativi: chiese, parchi, piazze, stazioni della metro, vie, cortili, oltre a luoghi convenzionali, fanno da scenario a una serie imperdibile di eventi culturali ad ampio respiro.

In particolare, il Teatro Stabile, con la sua partecipazione al FIC Festival,  inaugura una nuova fase della propria storia, proiettandosi verso la costruzione di un autentico Teatro del Mediterraneo: un modello partecipativo e internazionale, fortemente voluto dal Direttore Marco Giorgetti, capace di uscire dai propri spazi per incontrare la comunità e dialogare con il mondo.  Con il Festival, il TSC “esce da sé”, trasforma il teatro in un organismo vivo che attraversa la città e ne abita luoghi e relazioni. Sono stati scelti due eventi performativi: Risonanze Magnetiche di Rita Fuoco Salonia (La bottega del pane) e Carte mute,  di Pietro De Nova e Maurizio Zucchi (Collettivo Il Milione).

Per Risonanze magnetiche, scritto, diretto e recitato da Rita Fuoco Salonia,  è stato scelto un luogo che ha del magico nel centro storico della Città, la Piazzetta degli artisti nel cuore del quartiere San Berillo, una zona che ha un’anima intrinseca fatta di storia, di emarginazione, di miseria e di riscatto.

Ci è parso il luogo più adatto per il racconto “cuntu” di Rita Fuoco Salonia che si compone come una “diagnosi” socio-storica, antropologica su quello che è diventata l’Italia oggi.

“Sullo sfondo di una Roma marcescente, specchio dell’Italia in decadimento, fatta di salotti tres chic buoni per il taglio della cocaina, e di poveri senza clemenza, il racconto surreale e ironico narra di un tempo bruciato a inseguire la vita e di una macchia che compare, come a farsi oscuro presagio. Risonanze magnetiche è il racconto dell’inizio e della fine del sogno di un futuro possibile e vivibile dove i personaggi, tutti antieroi reali, diventano, loro malgrado, figure poetiche e quasi mitologiche, mentre la poesia di strada, che fa da controcanto al racconto, offre lo spunto per un’analisi impietosa del tempo oscuro che stiamo vivendo, all’interno di un gioco letterario dove l’incubo del reale e quello del sogno, si fondono senza soluzione di continuità. Un viaggio tra le stagioni di una vita sognata, senza ritorno.” (note di regia)

Nel piccolo spazio scenico ricavato sotto un bellissimo murales, l’attrice/autrice si esibisce da sola con una maschera da coniglio che, a un certo punto toglie, e intesse questo filo di racconto cambiando voce, cambiando registro, focalizzando personaggi che popolano il mondo riprodotto con le parole e la cadenza di un “cuntu” antico,  e usando la voce, il canto (rap), tutto il suo corpo che si muove accompagnando, non gesticolando nella finzione della scena, ma facendosi materia plastica, cassa di risonanza della narrazione.

Con un’estetica volutamente asciutta, in felpa, jeans e scarpe da ginnastica, senza trucco e senza artificio, Rita Fuoco Salonia ci ha regalato un racconto come facevano “i vecchi alla sera”; con un flusso di energia pura, richiama gli spettatori guardandoli dritti negli occhi e portandoli dentro quel mondo squallido che rappresenta, nel quale, in fondo, siamo tutti coinvolti.

Dopo lo spettacolo ci ha concesso un incontro nel quale abbiamo conversato sul testo, sulla sua origine, sulla storia personale di un’artista poliedrica e libera.

Cominciamo dal titolo. Ci ha spiegato che  lo si deve intendere in senso polisemico, come un gioco sulla parola che fa  pensare a un sentimento che risuona come le parole, ma anche una radiografia della situazione odierna dal punto di vista etico, politico, lavorativo, sociale.

Da un primo progetto che prevedeva una sinergia con un musicista che  le ha fatto comprendere che si può fare poesia di tutto e con tutto, il progetto si è articolato nel tempo dal 2008 al 2013 e ha trovato una forma unitaria di narrazione. L’artista si dichiara influenzata da autori come Miller, Burroughs, Pasolini, che l’hanno portata ad osservare la società e anche il mondo del teatro e della cultura sempre più corrotto da una mentalità mafiosa e supponente.

Ci ha spiegato il significato della maschera utilizzata, un coniglio bianco con grandi orecchie, già usato in un precedente spettacolo (Anime) per rappresentare l’idea della morte, e di una dimensione parallela. Ma il coniglio bianco è anche simbolo del ciclo della vita e della follia.

E poi la “macchia”, una metafora, anzi una vera e propria allegoria, di una voce di denuncia, una voce libera, senza filtro che accompagna il sogno, incubo, come una presenza vigile e costante sul presente.

Le abbiamo chiesto come si pone di fronte a situazioni sceniche e personaggi tanto diversi come quelli in cui recentemente si è esibita a Catania (Teras, Tiresia nel 2025, recentemente nel ruolo di  Calibano nella Tempesta di Shakespeare, ruoli diversi in R.U.R. con la regia di Cinzia Maccagnano, solo per citare le più recenti) e ci ha risposto che è importante per un’artista cimentarsi in scelte professionali “promiscue”, che la sua formazione è partita dalla scuola dell’INDA e poi lei ha proseguito fino a percorrere il teatro di strada, il teatro di Pasolini, i testi classici. Così ha sviluppato una professionalità fatta di mestiere, tecnica e, anche, tanta passione.

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