
Virdimura la prima dottoressa siciliana. Dal romanzo di Simona Lo Iacono alle scene del Teatro Stabile di Catania.
Adattamento teatrale di Angela Dematté, regia di Cinzia Maccagnano. Con Donatella Finocchiaro, Margherita Mignemi, Franco Mirabella, Olivia Spigarelli, Luana Toscano, Franz Cantalupo, Giorgia Boscarino, Ornella Brunetto, Chiara Barbagallo, Luna Marongiu.
Musiche di Etta Scollo, scene di Andrea Taddei, costumi di Dora Argento, luci di Gaetano La Mela Coproduzione tra Teatro Stabile di Catania e Teatro Biondo di Palermo.
POSSIAMO GUARIRE, SE CI CURIAMO A VICENDA
Una storia ambientata nella Catania del 1300 non è mai stata raccontata. Lo ha fatto nel 2024 Simona Lo Iacono pubblicando con Guanda un romanzo originale di ricostruzione storica sulla vicenda della prima donna che fu autorizzata con una licentia curandi, emessa da un tribunale di Palermo, ad esercitare la professione di medico, lei figlia di Uria, medico ebreo che, per tutta la vita aveva curato i poveri, i reietti, i contagiati da tutte le malattie e aveva insegnato la sua nobile scienza alla figlia, Virdimura, nata in un giorno di pioggia e di presagi. Il romanzo, Virdimura appunto, ha ricevuto in questi anni molteplici premi e adesso è stato trasformato in opera teatrale, dalle sapienti quattro mani di Angela Dematté, che ne ha curato la riscrittura, e Cinzia Maccagnano che ha costruito una struttura scenica articolata e complessa, ricca di tutti gli elementi che hanno contribuito a realizzare uno spettacolo a tutto tondo, con musiche originali (di Etta Scollo), movimenti coreografici, costumi ricchissimi (di Dora Argento) e una scenografia realistica (di Andrea Taddei) che riproduce il quartiere della Giudecca, ma anche simbolica, nei momenti in cui ricostruisce l’ospedale dei poveri, la chiesa, il tribunale, il carcere.
La protagonista, la figlia orfana di madre, cresciuta dal padre che le ha dato il nome -Verde come il muschio, forte come le mura della città- e introdotta da bambina alla delicata arte della cura del corpo e dell’anima, è una donna che racconta tutta la sua vita davanti al tribunale che la sottopone a un processo con interrogatorio per esaminarla, prima di concederle il permesso di esercitare senza essere considerata una strega. E’ da questa confessione che si sviluppa il racconto della Lo Iacono ed è da questa confessione che Donatella Finocchiaro, con un abito rosso di velluto, dà vita al racconto. L’impianto scenico si regge sull’energia e il mestiere della Finocchiaro, attrice nota e amata dal pubblico catanese (che l’ha recentemente applaudita nei panni di Goliarda Sapienza e della Lupa), che è qui delicata e decisa, innamorata e saggia, caparbia e disincantata, orgogliosa e caritatevole. A Virdimura il padre Uria ha insegnato che il corpo si cura con l’anima, e la guarigione arriva con la cura che è accudimento e amore, non solo pozioni e suture. Lei sa operare, sa riconoscere le erbe e le loro qualità, sa riconoscere i mali e sa accogliere, Accoglie i derelitti, le donne violentate, le donne ripudiate, le malate di mente. Combatte le ingiustizie, ascolta “il grido degli ultimi” e si oppone al pregiudizio. Attorno al lei la Catania multiculturale del Trecento, pullulante di “mercanti, di compagnie di venturieri, di armigeri, di maestri giustizieri (…) C’erano pure piazze senza nome, come la platea magna, delimitata dalla torre campanaria della cattedrale e dalla loggia dei giurati (…) Questo popolo e questo ambiente è tutto presente sulla scena accanto alla protagonista. C’è un vero e proprio coro di voci femminili che incarnano ora le donne più povere che le si affiancano, ora i sacerdoti che la giudicano, ora la voce personificata del pregiudizio, ora le vittime dell’uomo di turno. Attrici effervescenti, dinamiche, eclettiche come Luana Toscano, Giorgia Boscarino, Ornella Brunetto, Chiara Barbagallo, Luna Marongiu, che hanno anche un doppio ruolo (fra tutte ci ha davvero commosso la Marongiu nei panni della dolce, timida, stralunata Shabé).
La drammaturgia di Angela Dematté ha poi giocato con l’inserimento di due ruoli satirici, due giullari donna, anzi due “giullaresse”, come dicono esse stesse, due “matte” le quali provano a cucire il filo della narrazione in alcuni punti ma anche, appunto come giullari, a fare ridere con una caricatura comica esilarante. Questo compito difficile è stato affidato a due grandi maschere del teatro siciliano, due caratteri ben definiti in una fisicità comica, con mimica e pantomimica, battute in dialetto, postura da personaggi della Commedia dell’arte: Margherita Mignemi e Olivia Spigarelli.
Nel complesso tutta la messa in scena richiama alla mente la giullarata, così come Dario Fo ci ha consegnato con Mistero buffo. La suggestione ci è giunta non soltanto per i camei comici, ma anche per una iconografia concettuale dei costumi a metà tra le icone bizantine e certa pittura ieratica medievale, che si mescola col realismo delle vesti di Verdimura e delle sue “protette” .La presenza della musica, composta da Etta Scollo -voce siciliana che studia e rielabora la tradizione del canto e dei culti regionali- che accompagna parti delle scene e crea una sorta di polifonia gregoriana per il riferimento al processo, ma anche delicate melodie d’amore, contribuisce a completare la totalità di questa operazione scenica.Due voci maschili si mescolano a questo mondo femminile: il padre Uria, uomo di scienze e di cura, interpretato da Franco Mirabella, al quale è affidato un lungo monologo che, con un flasfback, recupera una parte di memoria storica, e Pasquale, il giovane di cui Virdimura si innamora, che sposa e da cui avrà il bambino che non riuscirà a portare alla luce, interpretato da Franz Cantalupo.
Donatella Finocchiaro è come un perno attorno al quale ruota un meccanismo perfetto. E’ bellezza, è dolcezza, è smarrimento, è gioia, è dolore e paura. Non pronuncia proclami da rivendicazione femminile ma agisce e parla di accoglienza e amore.
Su tutta la ricostruzione d’ambiente e di storia contribuisce il singolare impianto di illuminazione disegnato da Gaetano la Mela: l’oscurità prevale ma è interrotta da lame di luce che seguono i movimenti dei personaggi e, sul finale, puntano un faro abbagliante verso l’occhio dello spettatore, come a costringerlo a chiudere gli occhi per fargli ascoltare soltanto le ultime parole, le parole del documento originale che Simona Lo Iacono cita in chiusura del romanzo e che riporta fedelmente la sentenza dei giudici che consentirono a Virdimura, ormai anziana, di esercitare la sua cura.
Uno spettacolo magnetico, che ipnotizza lo spettatore per oltre due ore trascinandolo in un’atmosfera impalpabile che supera la narrazione, già ricca, dello stesso romanzo.
Lo spettacolo rimarrà in scena alla Sala Verga fino al 17 maggio.
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