
SCONFINAMENTI, LXI stagione di Rappresentazioni classiche dell’INDA di Siracusa
La stagione 2026, del ciclo di Rappresentazioni classiche dell’Inda di Siracusa è intitolata “Sconfinamenti”; il senso di questa intitolazione sta nell’idea che non ci si limita a riproporre i classici, ma si vuole attraversare, interrogare, e coglierne la contemporaneità. Sconfinare dal rigore dei testi scritti da Sofocle, Euripide, Eschilo e farli parlare con noi e di noi, umanità del XXI secolo.
L’inaugurazione è stata affidata ad Alcesti di Euripide, per la regia di Filippo Dini, nella serata dell’8 maggio e a seguire Antigone di Sofocle che ha visto il ritorno del regista Robert Carsen che ha completato, così, la sua personalissima “trilogia” di Sofocle iniziata con Edipo re (nel 2022) e proseguita con Edipo a Colono (2025).
Alcesti : Dal dramma satiresco di Euripide alla farsa di Dini
Cast: Deniz Ozdogan — Alcesti
- Aldo Ottobrino — Admeto
- Denis Fasolo — Eracle
- Filippo Dini — Ferete
- Alessio Del Mastro — Apollo
- Giulio Della Monica — Thanatos
- Sandra Toffolatti — Ancella
- Bruno Ricci — Servo
- Carlo Orlando — Capo coro
Traduzione di Elena Fabbro, musiche originali firmate ed eseguite dal vivo da Paolo Fresu.
La più antica delle tragedie di Euripide giunte fino a noi in realtà non è una tragedia, piuttosto un dramma satiresco (così fu messa in scena alle Grandi Dionisie del 438 a.C), per il finale non luttuoso e l’intervento del Deus ex machina risolutorio. Il dramma muove dalla decisione della giovane moglie di Admeto di morire per salvare lo sposo, dopo che Apollo, come atto di riconoscenza verso Admeto che lo ha ospitato, ha concesso a quest’ultimo di non morire se qualcuno si fosse offerto al posto suo. A raccontare l’antefatto e a scontrarsi con Thanatos, è lo stesso dio nel prologo, mentre la casa di Admeto è già piombata nel lutto perché la sposa è in agonia e la morte incombe su di lei.
Alcesti è apparentemente protagonista (in scena solo nella prima parte), il suo ruolo è meno rilevante rispetto a quello di Admeto. La sua presenza però è costante su tutto lo svolgimento, prima per la decisione presa di sacrificarsi al posto del marito, poi come feretro che campeggia sulla scena, infine come figura muta nell’epilogo dopo che Eracle l’ha riportata indietro dal regno dei morti.
Il dramma non è particolarmente movimentato, la tragicità consiste nella situazione più che nell’ azione, l’acme della tensione verbale e concettuale, si tocca nello scontro tra Admeto e il padre Ferete.
La dimensione caratteristica dell’ Alcesti è, accanto all’atmosfera quotidiana, antieroica, l’ambiguità dei toni e delle circostanze, il continuo oscillare tra comico e tragico, tra il reale e il soprannaturale, il piglio fortemente dissacratorio di Euripide.
E’ stato sottolineato (S. D’Amico) come il sacrificio di Alcesti non abbia nulla di cristiano ma sia piuttosto un paradosso con cui Euripide abbia voluto capovolgere gerarchie morali condivise. Anche al gusto moderno appare intollerabile l’ingrato contrasto tra padre e figlio di fronte all’attaccamento alla vita e alla responsabilità della scelta. Un conflitto generazionale che trova qui la sua massima, paradossale, rappresentazione.
Estremamente moderna la visione di Euripide, la sua pungente critica contro l’ego spropositato di Admeto che lascia andare in contro alla morte la giovane madre dei suoi figli e quello altrettanto risoluto del padre Ferete che, pur essendo anziano, non accetta di morire per il figlio. Uomini legati a una forma di amor proprio disarmante di fronte alla infinita dolcezza, al coraggio e all’amore di Alcesti, donna che accetta, lei sì, di morire al posto del suo uomo.
Su questa modernità si è concentrata la regia di filippo Dini in questa edizione ambientata in una villa dall’architettura di alto design, con piscina, solarium e, addirittura, una sala pesi, che è la dimora borghese della famiglia di Admeto. Una interpretazione in chiave edonistica che potenzia l’arroganza e la vacuità di Admeto, interpretato da Aldo Ottobrino, ma anche le sue debolezze da maschio contemporaneo, che promette ad Alcesti di amarla per sempre ma la lascia morire baciandola un’ultima volta, e l’arroganza di un padre anziano (lo stesso regista nei panni di Ferete) che, quasi indifferente al lutto del figlio, con cipiglio da vecchio a cui si deve rispetto, lo rimprovera per la sua mancanza di coraggio.Deniz Ozdogan (che abbiamo già apprezzato in altre rappresentazioni a Siracusa) è la protagonista che appare sulla scena già in piena agonia, con una flebo al braccio, e stordita dalla morte imminente. E’ delicata, quasi eterea ma determinata nel compiere il suo passo inesorabile, coraggiosa come chiunque abbia messo in conto di morire per un ideale, ma è anche madre amorevole che chiede al marito la promessa di non sposarsi più, di lasciare i loro figli “Padroni della mia casa!”. La morte arriverà a portarla via mentre i figli le si stringono al petto e Admeto, incerto e disperato, la tiene stretta. Thanatos, nell’interpretazione di Luigi Bignone, è qui ridotto a una macchietta. Arriva in scena con uno spolverino da ragioniere (un Fantozzi sui generis) e la cartelletta in mano con il bilancio dei morti, sghignazza piuttosto che parlare, pretende il pegno strappato ad Apollo con fare grottesco, farsesco, da cabaret, per di più coadiuvato da un gruppo di “spiriti” neri con movimenti scimmieschi che sembrano ricordarci la rappresentazione della morte nel film Ghost.
E poi arriva Eracle, il deus ex machina che Euripide aveva reso umano, debole, sfiancato dalle sue fatiche, brillo, ma generoso, rispettoso della legge degli uomini e talmente grato ad Admeto che lo aveva ospitato, malgrado il lutto, da portarlo a compiere un’ultima fatica: scendere nell’Ade e sottrarre Alcesti alle mani delle Moire. Qui Eracle (Denis Fazolo) arriva in bicicletta, parla veneto, tiene in mano una bottiglia di grappa e veste un cappotto di pelliccia gialla (ricordo del leone ucciso?). Non è più dissacratorio e godereccio ma ridicolo, appartiene anche lui a quella stessa farsa da cabaret che fa perdere il senso della riflessione di Euripide. Ultima accentuazione del comico farsesco il servo che parla barese (Bruno Ricci), suscitando la risata grassa del pubblico, in realtà piuttosto stordito, con la tecnica nota e usata in certi format televisivi.

Se lo scopo di Dini era quello di fare ridere la cavea di Siracusa, abbiamo nettamente percepito che lo scopo è stato raggiunto. Del resto è nella tradizione dell’Inda l’idea di portare in cartellone due tragedie e una commedia. Ma Euripide non aveva scritto una commedia, tanto meno una farsa.
Vero valore aggiunto di questa edizione (alla quale dobbiamo riconoscere anche il forte impatto del coro) è stata sicuramente la presenza di Paolo Fresu, che ha musicato ed eseguito dal vivo, muovendosi sulla scena e nella cavea, i brani che suona sulla sua tromba e che accompagnano con un lento e inesorabile suono, lungo e singhiozzante, il lutto della casa nella scena della morte e del rito funebre. La tromba di Fresu ha restituito compostezza e profondità alla vicenda, ha riportato il pubblico al senso del tragico pur presente nel testo, ha evocato con una suggestione potente il senso del sacro e del mistero legato alla riflessione sulla morte e sul destino degli uomini.
Antigone, il conflitto morale sublime di Robert Carsen
Cast: Camilla Semino Favro — Antigone
- Mersila Sokoli — Ismene
- Paolo Mazzarelli — Creonte
- Pasquale Di Filippo — Guardia
- Gabriele Rametta — Emone
- Ilaria Genatiempo — Euridice
- Graziano Piazza — Tiresia
- Dario Battaglia — Messaggero
- Rosario Tedesco — Capo coro
- Elena Polic Greco — Corifea
Regia di Robert Carsen, traduzione di Francesco Morosi.
Torna a raccontarci del ciclo tebano Robert Carsen che ha regalato al pubblico di Siracusa il terzo magnifico capolavoro della sua interpretazione di Sofocle.Per Edipo re ed Edipo a Colono negli scorsi anni si era parlato di borghesizzazione della tragedia; ma nel caso di Antigone non è questa la percezione che abbiamo avuto. L’impostazione di regia di Carsen è piuttosto molto giocata sull’immagine emblematica è, in questo caso più che nelle altre due, su un effetto di turbamento che nasce dal voler sottolineare l’universalità del taglio interpretativo.
La stessa immensa scalinata che era stata bianca nell’Edipo re e verde nell’Edipo a Colono, rispecchiamento della cavea del teatro, edificio sacro che raccoglie gli spettatori pronti al loro rito catartico, qui è grigia, con le gradinate crivellate di colpi di artiglieria.
Gli attori e il coro sono tutti vestiti di nero, tranne Antigone, Camilla Semino Favro, tanto delicata nel suo fisico esile, quanto caparbia e feroce contro lo zio Creonte, che a un certo punto, prima di andare a morire nella sua grotta-tomba, si sveste totalmente, si mostra nuda al pubblico (come nudo era stato Edipo accecato dalla sua stessa mano) e si veste di bianco, lei pura, lei fanciulla, lei rappresentante del bene in un mondo segnato dal male, dal nero della guerra e dell’ottusità del potere.
Questa la chiave di lettura che Carsen ha adoperato per comprendere il messaggio polisemico di Sofocle. Legge morale e ragion di stato, rispetto delle leggi o abuso di potere, tirannide che opprime il popolo o necessità di governo. Gli interrogativi che la vicenda della sorella che vuole a tutti i costi seppellire il fratello ritenuto nemico pongono hanno dato spazio a diverse interpretazioni nel tempo, ogni epoca ha sottolineato un aspetto (da Alfieri ad Anouilh). Alcuni critici hanno ravvisato nel personaggio di Antigone una eccessiva durezza, il suo integralismo, che si scontra col tentativo di mediazione della sorella Ismene (Mersila Sokoli) fa di lei non un’eroina ma una donna che porta su di sé il peso delle sciagure di tutta la sua stirpe e le colpe del padre.
Il vero protagonista della tragedia è Creonte, in scena per tutto il tempo, lo spietato tiranno su cui si abbatte la sorte definitiva e totale dell’annientamento della famiglia, della perdita del suo potere, di ogni sua certezza. Il Creonte di Carsen è stato qui Paolo Mazzarelli che ha interpretato con misura e rigore un tiranno che dallo scontro prima con Antigone, poi con Emone (commovente l’interpretazione di Gabriele Rametta), poi col messaggero (Dario Battaglia) che, atterrito dalle possibili conseguenze di ogni suo gesto, gli racconta del tentativo della ragazza di seppellire il fratello, e, infine, con l’indovino Tiresia, comincia a cambiare idea. Si scompone gradualmente, si leva la giacca, si arrotola le maniche della camicia, perde il controllo e cambia il decreto, decide di salvare Antigone. Ogni singola fibra dell’attore sulla scena esprime questo cambiamento che arriva troppo tardi, quando la fanciulla si è impiccata ed Emone, suo promesso sposo, si è dato la morte accanto a lei. Il finale dell’Antigone di Sofocle è la più profonda essenza del tragico, Euridice, appresa la notizia della morte del suo figlio maschio si uccide e maledice morendo l’ottusità di Creonte e il suo decreto. In una deposizione cristologica, come in croce, i corpi di Emone ed Euridice giacciono davanti al lui, al re sconfitto, annientato. “Se l’uomo scambia il male con il bene è perché un dio lo trascina verso il disastro”.
E’ da riconoscere anche il lavoro di traduzione affidato a Francesco Morosi che restituisce un senso attuale, ampio, lineare ma fermo nei suoi significati, al linguaggio di Sofocle,In un crescendo continuo di tensione e di sconvolgimento Carsen ha dato piena voce a questo spirito tragico, anche lavorando sul puro senso spettacolare. In apertura di scena decine di corpi chiusi dentro sacchi neri che non sono sudari ma involucri di dolore, vengono depositati da soldati in divisa sull’orchestra del teatro greco. La divisa non ha bandiere ma è un’uniforme moderna, potrebbe essere di un esercito vietnamita, afgano, statunitense, ucraino, israeliano… non importa di quale guerra stiamo parlando, stiamo parlando delle guerre di Tebe come delle nostre, combattute per sete di potere, avidità, crudeltà.
La potenza di questo spettacolo è nella totale mancanza di assoluzione per i responsabili del male, e nel vaticinio di Tiresia che avverte Creonte. Abbiamo assisstito qui a una interpretazione di Graziano Piazza nei panni di Tiresia che è difficile da definire, bisognerebbe riportare l’ovazione che gli ha tributato il pubblico ai saluti. Padrone della scena, inquietante, e carico di angoscia, brancolante sul cammino ma deciso nelle parole, ruota il bastone come fosse una bussola impazzita, racconta di uccelli neri che gli sono apparsi in sogno e subito il coro personifica i volatili muovendosi in cerchio rapidamente.
Il linguaggio teatrale di Carsen è cinematografico, grandioso, estetico e concettuale.
Il coro è decisamente un corpo solo, un deuteragonista costituito da moltissimi elementi, guidati da un capo coro, Rosario Tedesco, che si muovono in composizioni plastiche e recitano con cadenze ritmate all’unisono: emblema del conflitto e della sottomissione al potere, grande visione d’insieme.
Non potrebbe essere più esplicito il messaggio di Carsen: anarchia e potere, uomo e donna, la necessità della legge per fare grande la terra di Tebe, la definizione di giustizia, Emone che gli ricorda “nessuna città appartiene ad un uomo soltanto”, Tiresia che lo avverte.

Per esprime la gratitudine dell’Inda e dell’intero mondo della cultura che ruota intorno alle rappresentazioni classiche è stato conferito a Robert Carsen il Premio Eschilo d’Oro, un tributo che dal 1960 viene assegnato a personalità (ricordiamo Elisabetta Pozzi, Glauco Mauri, Eva Cantarella, Ugo Pagliai, Mariano Riglillo, Piera degli Eposti…) della cultura e dello spettacolo che si sono distinte per impegno e professionalità nel mantenere vivo il messaggio dei grandi classici.
A partire dal 13 giugno si aggiungerà agli Sconfinamenti I Persiani di Eschilo, con la regia di Alex Ollé
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