
Quella «tenebrezza tra la luce e il buio»: la poesia di Saragei Antonini. «La volpe dell’insonnia: a spizzata» (pièdimosca edizioni)
Saragei Antonini è una voce sommessa ma assai potente nel paesaggio poetico almeno di questo ultimo decennio, anche se il suo esordio risale già al 2000. Nell’ultima raccolta, «La volpe dell’insonnia: a spizzata» (Pièdimosca edizioni), da vita ad una poesia che abita un territorio liminale: quello in cui le relazione e i gesti quotidiani, si sospendono e diventano traccia, eco.

Nelle due sezioni che la circoscrivono non c’è narrazione lineare ma una costellazione di presenze, di atti minimi e di oggetti – socchiudere una porta sbucciare un’arancia, mordersi con l’altro, bottoni e finestre – che acquisiscono in realtà un valore testimoniale e che in qualche modo collidono in versi felici e profondi «mezzo bicchiere di aria/ che dà alla stanza -/ mezza parola/ mezza luna/ e il ficcante nemmeno i sente». Questi atti-oggetti marginali, portano con sé una temporalità interrotta poiché la loro presenza attivano una sorta di attrito emotivo e inneschi di incontri mancati o conclusi: tutto in direzione di una stupefatta rarefazione che ci pare il tratto più significativo di questa poesia che è un portarsi avanti con la morte. Infatti il dettato di Antonini si sottrae volutamente ad una densità emotiva esposta, che rimane invece «appesa ad un filo di buio a due», preferendo una levigatezza che richiama, per certi aspetti, la linea espressiva della Cavalli. Una lingua apparentemente semplice, ma attraversata da scarti minimi, da impercettibili disallineamenti che aprono zone di tormentata ambiguità. Tuttavia, l’esplicito in Antonini si fa più opaco, come se ogni parola fosse già un dopo, un residuo di qualcosa che non si dà più e di inaccessibile ad un tempo. La «volpe» del titolo – animale notturno, sfuggente, figura quasi allucinata – può essere letta come emblema di questa condizione. Antonini sembra lavorare proprio su questa soglia: tra presenza e sottrazione, tra gesto fratto e memoria, tra soggetto e affetto in cui scorgere una perenne lacuna ma dove il vuoto diventa spazio di risonanza, continuo movimento della coscienza (e la stessa disposizione dei testi sulla pagina lo testimonia) «per incolonnarsi sotto il sole/ nella piazza deserta della pagina». L’insonnia-volpe d’altra parte, non è solo uno stato fisico, ma una condizione percettiva: è il tempo in cui ogni cosa diventa osservabile nella sua nudità ontologica. A questa dinamica di rarefazione si intreccia in modo decisivo la dinamica della lingua, concepita come «una strada di campagna»: dunque passaggio dissestato, trazzera su cui si inerpica E’ anzi la presenza del dialetto – un catanese dichiaratamente «meticcio», ibridato, intimo – a definire l’essenza stessa della plaquette, in una seconda parte che segna il ritorno all’universo più intimo e non meno domestico degli affetti familiari quasi in forma di poemetto. Più che un vero bilinguismo, si tratta di una alternanza osmotica tra lingua e dialetto, speculari sulle pagine e spesso anche mischiati in uno spazio in cui nessuno dei due codici rimane integro. Il dialetto è piuttosto una lingua di attrito, «solida» che porta con sé echi fonici dal «altre lingue e accenti». Il passaggio non è mai neutro: ogni slittamento comporta una perdita o una trasformazione, come se fosse una terza lingua – anzi, «un corpo che respira» – sottratta alla trasparenza comunicativa per farsi puro suono, vox. Ecco: non c’è una lingua prima a cui tornare, c’è piuttosto un campo linguistico attraversato da interferenze e contaminazioni, in cui l’identità linguistica ed emotiva si definisce proprio nella sua instabilità (quella che Bachtin definiva eteroglossia: non una semplice alternanza di codici, ma coesistenza dinamica di registri che si interrogano e si modificano reciprocamente). Dunque un darsi alla scrittura – questo «tagliare acqua e cucire vento» – per una poesia indispensabile ma che «non si può riparare». Come la vita.
«La volpe dell’insonnia: a spizzata», Saragei Antonini, Pièdimosca edizioni, 2025, euro 12,00
crediti fotografici: Chiara Lombardo
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