SENZA HITLER, da un testo di Edoardo Erba, al Teatro del Canovaccio di Catania.

Regia di Rosario Minardi, con Lydia Giordano, Loriana Rosto, Concetto Venti e lo stesso Rosario Minardi. Luci Marco Napoli, costumi Rosy Bellomia, scene Bernardo Perrone, trucco e parrucco Alfredo Danese, assistente alla regia Rita Stivale. Produzione Associazione culturale in Arte e Teatro del Canovaccio.

Si è conclusa al Teatro del Canovaccio di Catania la rassegna Fragori che ha visto,  nel corso della stagione 25/26,  in scena sette spettacoli molto diversi fra loro, per tematiche trattate, genere e cast di attori e registi.

L’ultimo spettacolo è stato, probabilmente, il più atteso, il più interessante e il più sorprendente fra le proposte (tutte validissime).

Si tratta di un testo pluripremiato di Edoardo Erba dal titolo Senza Hitler, del 2001.

“Cosa sarebbe successo se nel 1907 Adolf Hitler fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna?”

Partendo da questa surreale quanto dissacratoria ipotesi, Edoardo Erba  racconta la vicenda malinconica di un Hitler pittore di periferia mediocre che fa i conti con la sua personalità disturbata e una forte volontà di controllo che, negli anni Cinquanta, fa di lui un fallito inserito in un contesto storico che non ha conosciuto la guerra, la dittatura, l’Olocausto e vive in una Federazione dal volto socialista con capitale Stoccolma.

Dovendo rilasciare un’intervista a una giornalista specializzata in arte contemporanea -una Loriana Rosto misurata e convincente- ormai anziano, Hitler ricostruisce, attraverso la sua biografia, la storia di un’Europa dove Mussolini è ancora al potere in Italia, tutti i paesi vivono in un contesto sociale di presunta libertà, stranieri di ogni sorta popolano la Germania, “ogni Zulù è diventato un tedesco”,  e si è perso totalmente ogni spirito nazionalistico e orgoglio di razza.

Sembra sproloquiare questo Hitler interpretato dallo stesso regista, Rosario Minardi, ma, in realtà, pronuncia un’analisi spietata su alcune derive economiche, morali, antropologiche che l’’Europa post bellica ha raggiunto. Il suo discorso ha come punto di partenza una riflessione sullo stato dell’arte e alle domande della giornalista su artisti come Mondrian, lui risponde con la considerazione tanto nota dell’ideologia nazista che considerava quella di Picasso, di Mondrian, degli espressionisti, come “arte degenerata”.

“Il testo riflette sul destino, sul talento artistico, sulla storia e su come un singolo evento mancato avrebbe potuto cambiare drasticamente il corso del XX secolo. Descritto come una commedia dai toni grotteschi, ironici e talvolta amari, piuttosto che tragici.” (note di regia)

Le parole scritte da Erba e messe in bocca a questo ipotetico Hitler fallito sono perfettamente credibili perché corrispondono in pieno ai reali programmi che portarono nel ’33 il Nazismo al potere in Germania, all’invasione della Cecoslovacchia e della Polonia, alle leggi razziali, allo sterminio. Questo Hitler racconta la sua partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, la sua detenzione, la scrittura del diario, il Mein Kampf che divenne il vangelo dell’ideologia del regime, all’agente di polizia che viene a controllare i loro documenti – Concetto Venti rigoroso in un ruolo non brillante ma necessario per la concezione del testo- e fa di sé un eroe mancato, non il mostro che ha segnato la storia.

Sembra parlare il linguaggio di Nietzsche (così come venne manipolato dalla sorella) questo Hitler degli anni Cinquanta; è esaltato all’idea di una razza superiore, invoca la nobiltà dell’uomo tedesco, detesta gli ebrei, detesta Freud,  snobba le donne. Accanto a lui, fedele e innamorata, Eva Braun, una Lydia Giordano egregia, nella sua bellezza sensuale ma eterea, riesce a rendere la complessità di questo personaggio a metà tra la svampita e la vittima, compagna e  di un uomo-artista in crisi che non si rassegna a perdere.Nella struttura surreale del testo c’è una seconda parte inquietante e tagliente come una lama nella quale si prefigura l’orrore della Shoah che il pittore avrebbe dipinto e che corrisponderebbe a un evento, sognato? accaduto? “Io dipingo quello che sono” dice rispondendo alla giornalista che poi si scopre non essere una giornalista,  ma Anna Frank, che aveva visto i quadri del pittore che rappresentavano cadaveri con incredibile realismo, venuta a cercare Hitler come ossessionata da un dubbio, da un’angoscia e andrà, anche qui, incontro a un destino crudele.

Rosario Minardi ha curato la regia di questo spettacolo che punta su un linguaggio essenziale: scenografia quasi nuda ( di Bernardo Perrone), pochi oggetti-chiave, luci nette (curate da Marco Napoli) a ritagliare spazi mentali più che luoghi reali: questa sobrietà funziona perché costringe lo sguardo sugli interpreti e sulla parola, senza mai cadere nel didascalico. Ma Rosario Minardi è anche Hitler, il dittatore mancato di questa ipotesi stravagante (solo apparentemente). In questo ruolo Minardi rischiava grosso, rischiava di creare una macchietta, una caricatura che avrebbe provocato una risata liberatoria che condivide l’unanime condanna dell’uomo storico. Invece l’attore ha scolpito un personaggio cinico, squilibrato, con sguardo allucinato, che pondera le parole e le getta in faccia alla sua interlocutrice, Un personaggio credibile, mai patetico, folle ma lucido e capace di analizzare quel tempo che lui non ha mai vissuto ma noi, spettatori del XXI secolo, conosciamo bene.

Perché se la storia non si fa coi “se”, porsi delle domande che vadano oltre la narrazione condivisa di questi ottanta anni che ci separano da quei terribili eventi, è compito dell’intellettuale che deve interrogarsi e rivolgere le sue domande allo spettatore.

Senza Hitler del Teatro del Canovaccio è un’operazione teatrale intelligente e coraggiosa che scardina l’aspettativa implicita del titolo: non è un esercizio di ucronia compiaciuta, ma un’indagine su cosa resta quando si toglie il “mostro” dal quadro e si guarda alla responsabilità diffusa, alle zone grigie, alle inerzie sociali.

Se c’è un limite, è in qualche ripetizione tematica nel secondo tempo: un paio di scene ribadiscono concetti già assestati e rallentano il flusso.

Lo spettacolo andrà in replica ancora il 22 e 23 Maggio.

Crediti fotografici di Agatino Di Polito

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