AIDA apre la Stagione 2026 del Teatro Massimo Bellini di Catania

Direttore d’orchestra: Fabrizio Maria Carminati Regia: Marco Vinco, Scene e costumi: Guido Buganza, Coreografie: Filippo Stabile (Compagnia Create Danza) , Maestro del coro: Luigi Petrozziello ,  Orchestra del Teatro Massimo Bellini, Coro del Teatro Massimo Bellini

Aida: Oksana DykaRadamès: Jorge de León,  Amneris: Nino Surguladze,  Amonasro: Franco Vassallo, Ramfis: Insung Sim,  Re: Romano Dal Zovo, un messaggero: Ivan Tanushi , Sacerdotessa: Eva Corbetta

Il Destino sulle rive del Nilo

La stagione  lirica 2026 del Teatro Massimo Bellini di Catania si è aperta (con notevoli difficoltà e riprogrammazione di date a causa dei catastrofici eventi climatici che si sono abbattuti sulla città) con Aida di Giuseppe Verdi, confermando, così, la sua vocazione naturale per il grande repertorio lirico. L’opera, simbolo di fasto scenico e profondità emotiva, è tornata sul palcoscenico etneo, dal quale mancava dal 2002, in una produzione (nuovo allestimento scenico), capace di coniugare solennità monumentale e intensa introspezione psicologica. La scelta risponde alla richieste del pubblico che ama l’opera e sembra voler creare un anello di congiunzione diretto tra la chiusura della stagione precedente con Otello (sempre affidato alla direzione del maestro Fabrizio Maria Carminati) e questa apertura.

Quando Giuseppe Verdi scrisse Aida era ormai un musicista nella piena maturità e con alle spalle una carriera prodigiosa e veramente trionfale.

I valori musicali  e tematici palesi e nascosti nell’opera ancora oggi ci sorprendono per via dei momenti intimisti sottolineati da un’elasticità timbrica e da una melodia sbalorditiva, e per via di  certi declamati incisivi e taglienti, così anche il tono sublime del terzo atto.

Aida non smette di affascinarci proprio in virtù dei calibrati accostamenti tra il sole del trionfo e la luna del Nilo, tra la luce delle danze e i sogni di Radames e la cupa notte della tomba.

Un capolavoro, un classico (come ha sottolineato il regista durante la presentazione dei Preludi all’opera) cui non è dato di esaurirsi. Per questo ogni ascolto, approfondendone il mistero, è una nuova possibile interpretazione. Questo ci hanno dimostrato, in questa edizione, tutti gli interpreti, a cominciare dalla direzione del Maestro Carminati che ha guidato la straordinaria orchestra del Teatro Massimo Bellini chiamata a una sfida immensa, questo ci ha dimostrato la messa in scena del regista, Marco Vinco,  che ha operato una lettura in chiave simbolica e chiaramente moderna, ma ha saputo scoprire nel testo e nel libretto il senso profondo della terz’ultima opera del musicista di Busseto. “Per me Aida è l’opera del sacro, in cui il senso del mistero, presente nella parola e nella musica, emerge con insistenza durante tutta la vicenda e definisce profondamente le relazioni e le dinamiche fra i personaggi (…) Oggi dove noi possiamo recuperare questo sguardo?” (note di regia). Interpretare Aida significa, ancora oggi, darne una lettura “politica”, per i continui riferimenti alle ragioni dell’imperialismo -allora colonialista- e del destino, della sacralità intima e di quella ufficiale che si fa ragion di stato.

Questa chiave di lettura giustifica le  scelte, a partire dalle scenografie, sontuose ma geometriche e per niente didascaliche,  dai costumi  cromaticamente caratterizzanti (di Guido Buganza), dal sapiente gioco di  luci ( di Oscar Frosio) e dalla costante presenza di danzatori e funamboli sulla scena (coreografie di Filippo Stabile e Iliana Ciccarello),  che hanno sottolineato,   con ricercata ed elegante tecnica evocativa, l’assoluta universalità di un testo esotico ma che riguarda tutti noi.

Il soggetto dell’opera, nel 1870,  era stato ideato da un egittologo francese, Mariette Bey, poi giunto a Verdi, tramite il librettista francese Camille Du Locle, che affidò il compito di mettere in versi il libretto in italiano ad Antonio Ghislanzoni col quale lavorò per tutta l’estate del 1870.

La prima ebbe luogo Al Cairo nel 1871 (non per l’inaugurazione dell’istmo, ma successivamente) e poi, nel febbraio 1872, alla Scala di Milano e da lì di successo in successo, di trionfo in trionfo (è proprio il caso di dirlo) ha segnato la storia del melodramma nel mondo.

Rispetto alla dispersione narrativa del Don Carlos o della Forza del destino, il libretto è semplicissimo, sebbene sia evidente l’influenza del grand opéra alla maniera di Meyerbeer, nella spettacolarità delle scene. La vicenda si svolge a Menfi e Tebe all’epoca della potenza dei Faraoni. I civili egizi sono in guerra contro i barbari etiopi. Radames, capitano dell’esercito, è amato dalla figlia del faraone, Amneris, ma ama la schiava Aida.

Nel ritratto iniziale di Radames  avvertiamo subito come la gloria e il sacrificio siano compenetrati da una psicologia sottile e raffinata che rende possibile il passaggio naturale da un sogno ad un altro sogno.  Il tenore Jorge De Leon ha saputo unire, vocalmente, slancio eroico e fragilità emotiva.  La gloria del guerriero e il dolce amore per Aida appartengono alla stessa manifestazione drammaturgica. Radames è innamorato di Aida, una schiava etiope affidata ad Amneris, la figlia del Faraone, a sua volta innamorata del guerriero. Il classico triangolo melodrammatico trova il suo spazio: Aida e Radames si amano segretamente, ma alla gelosia di Amneris non sfugge il turbamento della schiava.

Invertendo i vertici del triangolo, che Verdi aveva tante volte musicato, qui  due donne si contendono un uomo, una gelosia nuova, diversa da quella di Otello. Forse la stessa scelta di un soggetto esotico, in un contesto culturale europeo che tendeva al Decadentismo, contribuì all’introspezione verdiana che non corre mai il rischio di un facile folklore,  ma consente al compositore una maggiore libertà creativa.

Questa libertà la ritroviamo anche nella maestria dei cambi di scena: l’opera è caratterizzata da molte scene di massa e da alcune parti orchestrali che accompagnano la vicenda dei personaggi e il loro dramma intimo. In apertura di opera Radames canta una romanza, celeberrima, dove le rime alternate si legano a un profilo melodico ascendente dato dall’orchestrazione dove un flauto dolce, con registro più grave,  accompagna la voce del tenore per riflettere, così, l’idea di porre Aida su un piedistallo mistico, al verso finale l’eroe sogna per lei “un trono vicino al sol”, e lentamente sale sulla scala musicale fino a un sì bemolle acuto che, però, in partitura viene segnato come pp morendo, si tratta di un sogno, di una preghiera non di un atto glorioso.

Verdi ha dato voce al conflitto: l’uomo contro la storia, l’amore contro la guerra: il contrasto dell’anima è espresso dal semplice recitativo al più intenso declamatorio, fino al canto spiegato.  Nella romanza Numi pietà, la preghiera di Aida (Oksana Dyka, intensa e delicata insieme) commossa dall’amore ma con un rimorso verso il padre e la patria, si dissolve in accenti lenti,  dove il soprano esprime il contrasto della sua anima in uno dei punti più alti dell’opera: un continuo contrapporsi di toni ritmati, recitativo e declamato, fino alla melodia sottile della sconfitta.

Ramfis ( il basso Insung Sim) affida al condottiero le sorti dell’Egitto, consegnandogli la spada consacrata dal Nume; la scena si conclude con una preghiera a Fthà,  introdotta da Ramfis e poi ripresa da Radames e dai Sacerdoti,  e poi dal coro.

La prima parte del secondo atto è un ritratto psicologico altissimo di due donne innamorate. Amneris (Nino Surguladze, più volte apprezzata dal pubblico catanese), la bella principessa, il personaggio forse più affascinante e complesso dell’opera, capace di subdoli raggiri, capace di alterigia e di odio, gelosa sin dall’inizio, gelosa perché ama profondamente.

Il “Gran finale secondo”, la scena più celebre e spettacolare dell’opera, è una stratificazione di melodie, posizioni, voci, psicologie diverse: Radames torna vincitore, seguito dagli etiopi in catene, compreso il re Amoastro, padre di Aida. Ed è qui che Verdi innesta il nucleo intimo e privato all’interno della grande scena: c’è tutto l’ardore patriottico di un popolo guerriero e vittorioso, il pianto di un popolo vinto, il rigore della casta dei sacerdoti, il fascino sensuale della danza di chiusura che portava in Europa l’eco di paesi lontani.

Affascinante, originale e fortemente evocativa la costruzione scenica pensata da Vinco: non un trionfo vero e proprio con la classica marcia e masse di comparse sulla scena, niente  cartapesta con obelischi e animali esotici. Ma l’impatto visivo è potente. I simboli del potere e le forze del male, figure nere striscianti, riferimenti alla sacralità di una religione misteriosa, una piramide stilizzata sullo sfondo, il commento mimico dei funamboli che sembrano collegare in verticale la sfera dell’umano con le sue contraddizioni e la sfera del trascendente divino.

Interessantissima la figura del re Amonasro, uomo di nobile fierezza, ma capace di abili astuzie, qui Franco  Vassallo che ha raggiunto tutte le gamme possibili del personaggio fino al grido finale contro Aida “Non sei mia figlia, dei Faraoni tu sei la schiava”.

Il terzo atto è sicuramente il più poetico, quello dove Verdi è riuscito a creare una sinestesia musicale con il pizzicato dei violini che richiamano le stelle in cielo, l’ambientazione timbrica che riproduce lo scorrere del Nilo, e sembra quasi di percepire perfino l’odore di quel paesaggio così impalpabile,  i duetti che si susseguono, tra Aida e il padre e poi la stessa e Radames, creano il climax  ascendente per dare corpo allo sconfinato dissidio tra il volere dell’uomo e la dura realtà della storia.

Il finale, nel quarto atto, è quello della morte meritata per il traditore, scelta per la schiava innamorata. Verdi raggiunge l’apice della sua scrittura e rappresenta il dolce assopimento della morte, non una morte eroica, nemmeno tragica (se pensiamo a Violetta), nemmeno ingiusta: il compimento del destino. I due amanti chiusi dentro la tomba, sottoterra, in una dimensione già definitiva, cantano il loro “inno di morte” salutando la terra, abbandonano il sogno di “gaudio che in dolor svani”. Anche qui due funamboli si librano in aria in un abbraccio plastico che collega terra e cielo.

L’opera finisce con un pp “vaporoso”, uno sfinimento anche musicale, una resa intellettuale e morale di fronte al destino, di fronte al confine fra amore e morte.

La sinergia tra momento musicale e scenico è stata evidente.  La direzione d’orchestra  si è distinta per chiarezza di lettura e attenzione alle dinamiche verdiane, accompagnando con sensibilità il canto e sostenendo la tensione drammatica dell’opera. L’orchestra del Teatro Massimo Bellini  ha offerto  una prova solida e ispirata, capace di esaltare tanto la grandiosità delle scene corali quanto i momenti più intimi e lirici.

Aida non può che essere universale e classica e questo ha potuto riscoprire il pubblico catanese.

 

 

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