In viaggio con Tiziano Scarpa
Nelle sale cinematografiche c’è questo bellissimo film, “Primavera”, del regista Damiano Michieletto. Gli interpreti sono i bravi Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi. Non tutti coloro che vanno a vederlo sanno probabilmente che ad ispirarlo è stato il romanzo che nel 2009 vinse lo Strega: “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa. Non entrerò nell’analisi critica né del film né del romanzo, ma solo vorrei solo ricordare attraverso i miei “incontri calabresi” con Scarpa quanto il veneziano sia uno dei pochi scrittori che mostri anche un grande animo. Ho conosciuto Tiziano Scarpa a Cosenza nella primavera del 2004. Era venuto insieme ad altri scrittori (Moresco, Pincio, Castaldi, Janeczek e Voltolini). L’occasione era il “Progetto Italia” di Telecom, che aveva scelto la città bruzia per un viaggio nella scienza, la letteratura e la filosofia dell’utopia. Quel pomeriggio in piazzetta Toscano non eravamo molti, forse perché in contemporanea si svolgevano altri incontri. Al teatro Rendano in contemporanea c’era una lectio magistralis di Todorov e, a seguire, con Oddifreddi e Giorello, la ricostruzione del processo a Galileo Galilei. Altri tempi, quelli di Giacomo Mancini. Imperdibile fu invece per me trovare riuniti insieme alcuni scrittori che seguivo da tempo. In verità, avevo incontrato Scarpa diversi anni prima. Era un nome che mi sembrava aver “leggiucchiato” su qualche rivista, poi un giorno, entrato in libreria, su un banco avevo visto spiccare una copertina di una ragazza dalle tette ipertrofiche. Un fumetto erotico giapponese tra i banchi dei libri “seri”? I nomi di Scarpa e “Occhi sulla graticola” (1996) campeggiavano sopra il disegno. La mia passione per i comics mi avvicinò al primo romanzo del veneziano. Mi colpi la storia: la protagonista era la timida Carolina e, siccome i giapponesi non disegnano gli organi genitali ai protagonisti dei loro manga, lei aggiungeva per il mercato italiano le parti anatomiche mancanti. Non potevo non acquistarlo. Scrisse Sanguineti: «Mi attira questa immagine di scrittore che sperimenta ogni possibile stimolo culturale, per cui il manga giapponese confina con il dialogo alla maniera platonica e con la poesia barocca». Scarpa divenne uno dei miei autori. Ecco poi “Amore® “ (1998), otto racconti, ancora di argomento amoroso: «L’amore è la grande merce che rimane come suggestione di massa». “Cos’è questo fracasso” (2000) raccoglieva molti dei testi apparsi negli anni precedenti sulle riviste letterarie. Emergeva ai miei occhi un autore “indiscreto”, uno che non si appartava, anzi che viveva in mezzo al dibattito, scriveva, partecipava, dialogava, confliggeva. Ecco perché può essere amato o odiato, certo non è uno che lascia indifferenti. Silvio Perrella scrisse che il nome di Scarpa poteva essere accostato a una generazione di lettori-scrittori che aveva a cuore il contesto in cui cadevano le proprie parole. Quanto è vero. Ecco perché rimasi perplesso quando il marxista Luperini in “La fine del postmoderno” (2005), nell’esaminare quella che chiama la seconda generazione del postmoderno, contestava a Scarpa di essere «rimasto fedele a se stesso mentre c’è chi sembra avviato a tre significativi cambiamenti come Nove o Saramago». Obietto: si è fuori dalla storia solo perché in “Kamikaze d’Occidente” (2003) l’attentato delle Torri Gemelle rimane sullo sfondo o che il mondo dell’impegno – come scriveva il critico marxista – “rimane lontanissimo” in Stabat mater? A me pare che il cosiddetto impegno si può coniugare in molte forme. Nei suoi romanzi e racconti, nelle raccolte di saggi, e anche nei testi teatrali, Scarpa ha sempre tenuto dritta la barra verso una scrittura viva, curiosa, non pacificata. Insomma sia come sia, quel 22 maggio del 2004 mi presentai davanti a lui per il classico autografo per i nuovi racconti di “Cosa voglio da te” (2003) e Scarpa si mostrò disponibilissimo, anche al dialogo. Capitò così che quando si presentò l’occasione di organizzare “Inchiostro”, la rassegna di arte e letteratura, ideata insieme allo scomparso (ahimé) architetto Eugenio Anselmo, non ci pensai due volte a contattarlo. Accettò di tornare a Cosenza. Era da poco uscito “Batticuore fuorilegge” (2006). Era la fine di giugno, andai a Potenza dove si trovava per un seminario. Fu un bel viaggio: libri, scrittori, la Calabria, il degrado del Sud, e il suo interesse. Una bella persona. Lo dimostrò anche durante la serata nel chiostro di S. Chiara. Chi c’era non poté che rimanerne impressionato. La sua performance da alcuni brani tratti da “Groppi d’amore nella scuraglia” (2005), splendido esempio di lingua e ironia, resterà qualcosa di unico. Il giorno dopo il viaggio verso l’aeroporto passò per la Sila. Tiziano non la conosceva. Ne rimase colpito. Luoghi stupendi, paesaggi selvaggi, laghi d’incanto, abbazie dove si respirava la storia, ma anche disordine edilizio. Insomma la Calabria. E nessun pregiudizio. Cosa mi rimane di lui? Una relazione fatta di altri incontri indimenticabili che qui sintetizzo per non annoiare. Ve lo immaginate un vincitore fresco di Strega con “Stabat mater” che veniva su mio invito a Cosenza per incontrare il pubblico in libreria e allUnical senza pretendere alcun rimborso spese o compenso? La stessa cosa si ripetè nel 2015 all’uscita del suo “Il brevetto del geco”: libreria e liceo Telesio. Bellissime giornate con un grande uomo prima che bravissimo autore.
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