
Il mondo-parola di Maria Attanasio: «Paesaggi della settima decade» (La Vita felice)
Il mondo-parola di Maria Attanasio: «Paesaggi della settima decade» (La Vita felice)
E lo sciorina Maria Attanasio questo mondo-parola, come un «fazzoletto d’addio», sciogliendo il groviglio dell’essere «vita a dismisura» in «Paesaggi della settima decade», la corposa raccolta che contiene anche «Interni» (1979) e «Nero barocco nero» (1985). L’imposizione di «un dio dei giorni uguali e dell’indifferenza», il cui verdetto non può essere aggirato o la scelta intenzionale della parola sono di per se, due istanze speculari: per la «biscrittora» siciliana coincidono. Per lei la poesia è totale libertà nel darsi alla parola, «passepartout per questo mondo e l’altro». Una parola potentemente liminare, che si auto-impone la risalita da un fondale interiore affollato di vite al femminile, di frammenti di esistenze altre, di luoghi e tempi, remoti o futuribili: bambina in fuga da Kabul, strega condannata alla ruota, operaia in un laboratorio clandestino. Figure convocate non per esemplarità, ma per essere scagliate nel cuore della Storia e riscattarne così, almeno nel magma della parola, la marginalità. Tutto all’interno di un plurilinguismo che non indulge mai nel decorativo: il lessico tecnologico e l’eco dei dispositivi di controllo, per esempio, non vengono mimati né respinti, ma assunti e risemantizzati, costretti a dire altro risultando sostanzialmente trasfigurato, assunto per altre e più decisive urgenze comunicative e tuttavia riversato in una compostezza quasi oracolare. In questo senso la poesia di Attanasio non si oppone frontalmente alla neo-modernità: la attraversa, la filtra, la espone a una torsione etica.

Oscillando tra sbotti memoriali, antipoetici, prosciugati da ogni nostos – valgano per tutte le splendide liriche della sezione finale «Lessico familiare in lingua persa» nel dialetto della sua Caltagirone – l’ispirazione soggiace sempre a una attenzione straordinaria nei confronti della realtà e delle sue metamorfosi: e l’esergo da Shoshana Zuboff lo testimonia. Anche gli affetti sono segnati da una inquietudine che non resta in superficie, negli esterni affatto letterari e mai coreografici, ma si fa organica, interiore: un riverbero che cadenza il passo acuminato del dire, segnato da una quête affatto disincantata: «e io, topo d’archivio a rimestare stanze, / ripostigli…». È in questo attrito, in questa esposizione senza riparo, che «Paesaggi della settima decade» si sottrae a ogni lettura consolatoria alludendo non solo all’età anagrafica, ma ad una stagione della coscienza, dello sguardo sul mondo, sui paesaggi interiori, della memoria e del tempo, segnati da assenze, ferite, resistenze: mai descrittivi. Sono attraversamenti, tagli, improvvise emersioni di ciò che è stato spinto ai margini, consegnato all’anonimato. E la voce che li convoca non si pone al centro: arretra, si decentra, si fa canale. L’io, quando compare, è già incrinato, già plurale, già contaminato da altre vite che chiedono attraversamento non solo rappresentazione. Non un libro del compimento pertanto, né del congedo: piuttosto una inesausta pratica di sorveglianza della lingua e dell’esistenza, esercitata quando il tempo, seppur segnato da «lacrime facili», non concede più attenuanti. In Maria Attanasio l’età non è, ripetiamo, cifra biografica ma condizione epistemica: guardare sapendo, ricordare senza indulgenza, nominare, ri-essere. E questa tensione è espressa con uno stile misurato, da una lingua asciutta ma carica di risonanze. Anche la Sicilia, allora, smette di essere luogo e si fa dispositivo: una congegno della testimonianza che lavora per stratificazioni, per sovrapposizioni, per residui verso un’etica della parola. Il dialetto perciò non assolve a una funzione identitaria, né affettiva: diventa piuttosto una lingua portata al limite della sua sopravvivenza, convocata come testimone estremo per dire ciò che resta quando quasi tutto è stato sottratto. Una presenza attraverso la quale la poetessa ci offre l’imago stessa della sua poesia-mater «Quella voce però mi piaceva – riempiva tutta la casa -,/ piano piano usciva da sotto il letto,/ mi ci sedevo accanto, e le cantavo appresso.» E la compostezza di questo dettato, tragico, aridamente vero, mai solenne, funziona da argine contro la dispersione. Ne risulta una poesia che non chiede adesione, ma attenzione, che non promette salvezza, ma esige presenza. Una poesia della persistenza che si muove sul crinale, sapendo che ogni parola, oggi, è già in ritardo e proprio per questo deve farsi necessaria.
Maria Attanasio, «Paesaggi della settima decade (1979-2021)», La Vita felice, Milano, 2025, euro14,00
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