
«Ave Maria»: un’altra storia attraversa il Giardino di Scidà per la Rassegna RiCostituente 2026
«Ave Maria»: un’altra storia attraversa il Giardino di Scidà per la Rassegna RiCostituente 2026
Il 26 luglio, con Ave Maria entriamo nel cuore del potere mafioso attraverso Maria Incudine, moglie di Giuseppe Incudine detto Pippo. Maria racconta la propria storia ai carusi che ha cresciuto come figli. Quando prende la parola, il finale è già davanti ai nostri occhi: i ragazzi la fronteggiano armati. Il racconto torna indietro, verso le scelte che l’hanno condotta fin lì. Moglie ignara di un affiliato, Maria scopre la cosca. Dopo l’arresto del marito ne assume il comando, costruisce un’autorità capace di superare quella degli uomini che la circondano e arriva a ordinare un omicidio. Il meccanismo più perturbante riguarda il linguaggio con cui Maria rende abitabile la violenza. I carusi diventano figli. La cosca assume il nome di Sacra Famiglia. Il reclutamento prende la forma dell’adozione. L’obbedienza diventa devozione. La vendetta viene pronunciata come giustizia, mentre il latino della liturgia consacra decisioni umane e criminali. Maria esercita il potere come una sacerdotessa. Nomina i figli, stabilisce le appartenenze, assolve, benedice, trasforma la colpa in sacrificio. La violenza entra nel discorso come crimine e ne esce rivestita di necessità morale. Il monologo è firmato da Luciano Modica. Anche la biografia professionale dell’autore porta dentro lo spettacolo un secondo cortocircuito. Luciano Modica lavora come amministratore giudiziario di imprese confiscate alla mafia e consulente tecnico della Procura di Catania. Nel 2014 il Tribunale gli affida la Geotrans, grande impresa di trasporti sequestrata alla famiglia Santapaola-Ercolano. È la famiglia mafiosa legata al bene di via Randazzo, all’assassinio di Giuseppe Fava, alla storia criminale che attraversa il Giardino. Modica entra in Geotrans e trova un’azienda che lavora, camion che viaggiano, persone che difendono il proprio impiego. Decide di mantenerla in vita, mentre il vecchio potere tenta di sottrarle clienti e risorse per dimostrare che, in quella terra, il lavoro può esistere soltanto sotto la protezione mafiosa. I lavoratori compiono allora una scelta. Espongono negli uffici le fotografie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Dopo la confisca definitiva costituiscono una cooperativa e assumono direttamente la gestione dell’impresa. La Geotrans diventa dei suoi lavoratori. Il lavoro sopravvive al padrone mafioso e cambia significato.Questa esperienza attraversa la scrittura di Ave Maria. Modica conosce dall’interno il modo in cui l’organizzazione criminale si presenta come dispensatrice di lavoro, sicurezza e appartenenza. Conosce anche il momento in cui quelle promesse possono essere sottratte al clan e ricostruite come diritti, responsabilità e cooperazione. Il Giardino di Scidà e la Geotrans raccontano, attraverso forme diverse, la stessa possibilità. Un bene e un’impresa vengono tolti al sistema Santapaola-Ercolano. Le persone che li attraversano rifiutano il destino scritto dal potere precedente e ne trasformano la funzione sociale. La proprietà cambia. Cambiano anche i simboli, le relazioni e il racconto collettivo che vi si deposita. Il 26 luglio seguiremo Maria Incudine nel punto in cui la cura diventa possesso, la maternità investitura, la preghiera linguaggio del comando.
«Ave Maria»
Monologo di: Luciano Modica
Regia: Federico Magnano San Lio e Turi Zinna
Interprete: Lydia Giordano
Questa esperienza appartiene alla quinta edizione di D.e-Mo – Democracy and Electronic Movement, che nel 2026 prende il titolo di RiCostituente – Integratore poetico per democrazie affaticate. Il progetto nasce da una domanda che riguarda la vita emotiva della Repubblica: dove riconosciamo oggi le promesse democratiche, quando le istituzioni chiamate a rappresentarle perdono presa sull’immaginario collettivo e la società si frammenta in individui collegati soprattutto da infrastrutture private? Rappresentanza politica e rappresentazione simbolica attraversano la stessa crisi. Entrambe hanno bisogno di una società capace di percepirsi come comunità di cittadini, riconoscere un destino comune, immaginare forme collettive di trasformazione. Quando questa trama si lacera, le istituzioni continuano a esistere nei palazzi, nelle norme, negli apparati. La loro presenza emotiva si affievolisce. La Repubblica smette gradualmente di essere un’esperienza condivisa. D.e-Mo cerca tracce di quell’esperienza nei luoghi, nelle persone e nelle comunità che hanno continuato a produrre memoria, partecipazione, cura, parola pubblica e legami civici. Li mette in relazione. Li dispone in una mappa, seguendo i fili di una trama che spesso esiste prima ancora che qualcuno le attribuisca un nome. L’11 luglio scorso il pubblico è entrato in via Randazzo 27 indossando un paio di cuffie. Una voce lo ha guidato attraverso le stanze dell’abitazione già utilizzata come spazio protetto della latitanza mafiosa. Poi il passaggio verso l’esterno. La luce del giardino, una scatola di RiCostituente, un bugiardino, una piccola quantità di terra affidata a ciascun partecipante. Ci sono luoghi che trasformano uno spettacolo. Le stanze appartenute al sistema di potere che fece uccidere Fava ospitano oggi il giornale nato per proseguirne il lavoro. Il luogo del segreto accoglie parole, inchieste, incontri pubblici. Una proprietà utilizzata dal dominio mafioso viene attraversata da una comunità che custodisce la memoria di chi quel dominio lo aveva raccontato, indicando nomi, relazioni, responsabilità. La confisca ne ha cambiato la titolarità giuridica. Il lavoro de «I Siciliani Giovani» ne ha costruito l’uso civile. Resta un ulteriore passaggio, più difficile da descrivere: attraversare il peso che quel luogo conserva nella psicologia collettiva della città. Il teatro ha aperto il catasto morale e affettivo nascosto dentro quello immobiliare. Ha portato alla superficie vincoli, memorie e ferite depositati nel luogo, orientandoli verso una nuova possibilità pubblica. Le persone che hanno varcato quella soglia sono state riconosciute come testimoni-custodi del Giardino: partecipanti a una comunità temporanea, liberi di attribuire al gesto il proprio significato e chiamati a portarne fuori una traccia.
Prenotazioni tramite form online
Giardino di Scidà | Via Randazzo, 27 | Catania 26 Luglio ore 20:30
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