Le cose possono finire senza concludersi, romanzo di Barbara Mileto, Algra Editore, settembre 2025

Alice la matta. Alice guarda i gatti. Alice e il suo DOC. Alice e Catania.

La storia di questo romanzo, uscito nel mese di settembre per Algra Editore, è la storia di una donna che si ribella. Non al mondo, non alle convenzioni, non alla famiglia o a un matrimonio combinato o a una monacazione forzata. No. Alice si ribella a se stessa e decide di raccontare questa ribellione così, semplicemente, ritrovando i luoghi della sua vita, ripercorrendo strade, incrociando destini e quartieri.

Alice vive a Catania, una città di pietra lavica, ai giorni nostri, in anni recenti segnati dalla pandemia, dalla cosiddetta rinascita e resilienza (come recita la sigla di un piano economico), dalla secolare convivenza di generazioni che si avvicendano e si incontrano.

Il percorso di Alice la spinge avanti e indietro nel tempo e,  in un cammino fatto di scelte difficili e coincidenze, torna verso i luoghi delle origini. Perché in fondo è così: quando abbiamo bisogno di radici, anche le pietre, le strade, i monumenti, soprattutto se questi sono scolpiti nella pietra lavica, servono a dare corpo. In realtà, quando la protagonista decide di cambiare la sua vita,  torna nel luogo da dove proviene ma non fa una strada all’indietro, preferisce ricominciare da lì, da quel punto collocato con precisione urbanistica in un quartiere storico della città: la collina di Montevergine, lì dove si erge sontuosa e austera, misteriosa e accogliente,  la chiesa di San Nicolò L’Arena.

Una chiesa la cui facciata non è stata mai completata e rimane così, da secoli, in alto sulla Piazza Dante, accanto al Monastero dei Benedettini, in cima alla collina solcata dalla via di Sangiuliano, con le imponenti colonne rimaste troncate a metà, quasi tempio classico, quasi fortezza. Un monumento incompiuto e pure finito nel suo significato monumentale e simbolico.

L’edificio che Barbara Mileto, raccontando di Alice, trasforma nel paradigma della sua esistenza, una vita fatta di rapporti troncati, di una scelta consapevole e voluta quasi disperatamente. Perché “le cose possono finire senza concludersi

Intorno ad Alice, la Mileto ha creato un mondo popolato da figure che hanno tutte un peso nella vicenda, tutte. Dai gatti che Alice guarda, ai ragazzini che la scrutano e le conferiscono un senso di appartenenza, ai venditori al mercato delle pulci, al cartomante che legge i tarocchi e la guida nella combinazione dei suoi casi.

C’è una similitudine voluta dalla scrittrice che allinea gli eventi (casualità e causalità) come in flusso combinatorio, che è poi quello di chi interpreta le carte, i tarocchi,  per predire e comprendere ciò che accade e accadrà. Il flusso combinatorio degli eventi in questo romanzo breve si fa flusso combinatorio del racconto che segue la memoria, secondo  una libera associazione di idee,  e l’inserimento di tasselli che sanno di mistero, di ricordo, di un passato sconosciuto. Ci sono dei segnali che compaiono sul nostro cammino, sappiamo interpretarli? Sappiamo seguire l’istinto o la ragione ci costringe e rigettare come coincidenze banali quegli eventi “strani”, occasionali, non cercati?

Alice si racconta e nel racconto compie dei passi, alcuni piccoli, altri enormi, nella sua città. Passeggia, corre, vaga, trasloca, attraversa luoghi e strati di se stessa. Perché lei è affetta da attacchi di panico e allora conta, preferisce DOC, il suo disturbo che le permette di distrarsi dal rischio di non respirare e la costringe a concentrarsi sui gradini, sui passi, sugli archi della Marina… La sua terapia è un’altra sindrome, la sua guarigione sarà se stessa, con le sue radici granitiche come la lava di Catania.

Ci sono delle date che aiutano il lettore lungo questo percorso che vengono indicate non in maniera asettica con il numero del giorno e dell’anno, ma con il verbo essere all’imperfetto: “Era il….” Una dicitura poetica, alla quale se ne affianca, nei frammenti del passato lontano che riaffiora, una ancora più desueta: “Addi….1924”. La scrittura è densa, a volte meditativa a volte descrittiva, carica di un’aggettivazione carica di riferimenti e un’attenzione quasi da illustratore ai piccoli particolari: colori, immagini, luci, personaggi e, nel frattempo, sentimenti.

Quanto ci sia di Barbara Mileto in Alice non è dato sapere e non ha senso chiederselo perché un romanzo è sempre un’altra cosa. Quello che è evidente è il rapporto con la città e la sua forza carismatica, malgrado tutte le contraddizioni.

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