Mario Saccomanno, un poeta fedele alla terra

Mario Saccomanno, un poeta fedele alla terra

È giunta mezzanotte

si spengono i rumori

si spegne anche l’insegna

di quell’ultimo caffè

le strade son deserte

deserte e silenziose

un’ultima carrozza

cigolando se ne va

Domenico Modugno

Può apparire insolito che io apra il discorso su Mario Saccomanno con una citazione che sembra fuori contesto. Domenico Modugno? Chi legge la sua ultima silloge poetica si renderà conto della finezza dellautore, che fin dal titolo ama dispiegare i suoi punti di riferimento intellettuale e poetico: Nietzsche, Pessoa, Ungaretti, Scotellaro, Pavese, Levi, Anders, Rousseau, Cardarelli, Strada, GaberNon sono totalmente sicuro se al giovane Saccomanno, grimaldese del 1993, che è tante cose, innanzitutto poeta, ma anche editore, giornalista, direttore editoriale, pure raffinato interprete e autore di canzoni, possa piacere «Un uomo in frack», che è del 1955. Io penso proprio di sì, non fosse solo che il tema della notte, patria del silenzio e della solitudine, mi sembra connaturata al suo essere: «Un nottivago ha in seno il bisogno/di scernere il passo/dei limpidi assalti/ di umori e pensieri». Ma cosa pensa e scrive il giovane poeta calabrese? Lo possiamo sapere leggendo proprio il suo affascinante e complesso «Rimango fedele alla terra» (Interno Libri Edizioni, pp. 123, 15, 2026), che oso definire opera della raggiunta maturità, dopo le precedenti raccolte «Tanto vero da farsi utopico» e «Lembi edificabili». Lautore ci propone attraverso una architettura compositiva ben delineata una forma di resistenza ai tormenti di questo nostro tempo mancante di riferimenti certi. Nietzsche ci aveva predetto già tanto tempo fa che « Dio è morto», si tratta di riconoscerlo definitivamente e di avviare una profonda riflessione sulla dimensione umana. E di farlo con gli strumenti della poesia. Non è casuale che il poeta abbia scelto per la sua raccolta il nietzschiano «Rimango fedele alla terra», titolo che ci indirizza fin da subito nella sua poetica: vivere il tempo presente intensamente e senza facili scorciatoie consolatorie («non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze» – scriveva il filosofo). Si parte con un «Preludio», che è una auto-presentazione e dunque del progetto dellopera in due atti. «Io sono pressappoco un imbuto,/allasta degli sguardi/venduto come utensile innocuo,/finanche non degno/dello spasmo del giorno()//annuso i contorni di vita/che mi concede questa stretta fenditura //e per nessuno io ho speme di godere/della drastica nobiltà proletaria/che sola sa dare lusura». Ecco così dispiegarsi lAtto primo, composto da «Notturni» con ventuno poesie, «Dissonanze» con quattordici e solo una per «Intermezzo». La titolazione tutta, anche quella dellAtto secondo («Acuti», «Inni» e «Dissolvenza»), deriva significativamente dalla forma musicale, che diviene sostanza allo stesso modo con cui Nietzsche titolava il suo capolavoro «La nascita della tragedia dallo spirito della musica». Poesia e filosofia procedono insieme in un groviglio di versi in cui rime, assonanze e consonanze, ritmo e musicalità sono al servizio del senso di tutto. Il poeta interviene a volte con note fuori testo per meglio instradarci nella foresta apparentemente inestricabile della composizione polisemica. Le poesie, pur tuttavia, non fanno corpo a sé, ma sono pensate come parti di un unico organismo: non potrebbero esistere le une senza le altre. Larchitettura progettuale è fondamentale per tenere a bada contenuto e forma. Daltra parte Mario Saccomanno è poeta e filosofo. In lui convergono le due anime che lo caratterizzano fin dagli esordi, quella sentimentale e quella razionale. In «Notturni», emerge la prima natura del poeta: la notte vissuta intensamente e in solitudine. Saccomanno vi si immerge per permettersi grazie al silenzio quella espansione conoscitiva che la cacofonia di interferenze del giorno non consente: «Sono nato su una rupe/rinunciando poco dopo/alle facili luci solari //ma ho imparato a godere delle stelle,/nei che rischiarano/la schiena seducente della notte,/appigli che rivelano le tracce/che insegue/in ogni ultima sua meta/un viaggiatore () Perciò,/fra i resti delle dimore di più vite/ho steso la fonte del mio credo». In «Dissonanze» la realtà appare inafferrabile, è la presa datto che il mondo vive di contrasti continui a cui è difficile mettere ordine, perché «Mai due spigoli di vita hanno osservato lidentico tramonto». Può sembrare curioso, infine, che dopo la precedente messe di poesie in verso libero, «Intermezzo» sia caratterizzata da una struttura compositiva rigida. Si tratta di ventinove quartine di endecasillabi a rima incrociata che sembrano rimandare a una tradizione poetica desueta. In realtà, è un segnale per ricordar(ci) che ciò che è stato resta sempre con noi e di cui dobbiamo far tesoro per saper vivere delle piccole cose. È lo snodo per il secondo atto, che infatti, si apre con «Acuti», nove poesie dove prevalgono i temi dei disastri ambientali e dei conflitti che affliggono luomo, come lo è anche il male di vivere: «A conta ultimata hai mostrato/che la pietra sa farsi leggera//e che carezzare gli istanti -/tra le folate che ci squassano/ e mutano cenere e oro -//può essere latrio delleterno(A Stefania)». Che il passato non si dimentica lo dichiara il poeta nella «Premessa minima» quando scrive di ciò che gli è più vicino: «Ad alcuni, capaci di segnare in modo irreversibile la postura con cui calpesto il mondo rivolgo versi soprattutto negli Inni». Sono dieci composizioni in cui tende a prevalere un lirismo mai sdolcinato, i cui versi risuonano di affetti verso le radici familiari e comunitarie (lo zio Raffaele, la madre e la sorella, la compagna, il proprio paese, Grimaldi) e su cui aleggia leopardianamente la morte: «Davvero in quel momento/ho percepito il peso/increscioso della morte/e ho capito che c’è su questa terra/un dolore che più di tutti gli altri/non si può rimarginare,// che una madre non dovrebbe/mai veder morire/il proprio figlio. (Alla nonna Elvira)». La lunga «Dissolvenza» chiude definitivamente tutto. Viene a confermarsi la filosofia come cardine, punto luce a cui guardare per indirizzare la propria vita, rinnovandovi la promessa del titolo:«io, negli urti e negli assalti,/fra avvelenati e moribondi/ o in ogni forma di intesa,// rimango fedele alla terra». Segnatevi il nome: Mario Saccomanno, poeta.

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