MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE

al Teatro Stabile di Catania, fino al 30 aprile 2026.

Regia di Carlo Sciaccaluga, traduzione di Masolino D’Amico. Con: Luca Lazzareschi (Willy Loman), Pia Lanciotti  (Linda), Andrea Nicolini, Giovanni Arezzo,  Silvia Biancalana, Domenico Bravo, Giovanni Cannata, Michele De Paola, Eletta Del Castillo, Riccardo Livermore, Chiara Sarcona

Scene, Anna Velardo, costumi, Anna Verde, musiche Andrea Nicolini, Leonardo Nicolini, luci Antonio Sposito. Produzione Teatro Biondo di Palermo.

Somewhere over the rainbow                                                                            

Quando nel 1949, Artur Miller presentò per la prima volta a New York, Morte di un commesso viaggiatore, lo definì  “dramma in prosa e un requiem”.

Già nel titolo era presente l’epilogo della vicenda che aveva ben strutturata intorno ai temi fondamentali: la conflittualità tra padre e figlio, la progressiva autodistruzione del vecchio Willy, il commesso viaggiatore, sconvolto dalle ossessioni e dai rimorsi, angosciato dal suo fallimento personale, la responsabilità dei figli e delle loro azioni, il calvario della moglie, Linda che, inutilmente, si oppone alla ribellione dei figli e alla fine del marito.

A questi temi, che sono universali -presenti nella storia del teatro già dalla tragedia greca- Miller aggiunge una contestualizzazione molto precisa e, per lui, molto pregnante: il trionfo del capitalismo in America con la conseguente, drammatica, trasformazione dell’umanità e il capovolgimento dei valori. Il successo inseguito a tutti i costi, lo sprezzante cinismo verso chi resta indietro, l’inseguimento del profitto come metro di giudizio dell’essere umano, tutto ciò ha innescato meccanismi crudeli che annientano gli esseri più fragili e le relazioni umane, soprattutto dentro la famiglia.

C’è, in Miller un intento di denuncia molto forte e molto consapevole, la sua attenzione per il sociale è testimoniata da tutta l’intera produzione e dalla sua vicenda personale: fu processato, negli anni del Maccartismo, nel 1957,  per la sua posizione anticapitalista.

Oggi, a quasi ottant’anni dalla prima rappresentazione,  il dramma di Miller parla la nostra lingua quotidiana e parla di noi, noi, società del XXI secolo, epoca di MAGA e nuovi nazionalismi, di guerre militari ed economiche, di massificazione e profitto,  dove, però, scarseggiano le voci di denuncia così forti; per questo riportare in scena Morte di un commesso viaggiatore, è un atto di assoluto impegno e riflessione sociale, etica, religiosa.

La produzione del Teatro Biondo di Palermo ha guardato nella direzione di recupero di un’opera così importante e ha affidato alla regia di Carlo Sciaccaluga il compito di reinterpretare Miller.

“Oggi, l’opera di Miller non è una reliquia di un’altra epoca, ma lo specchio vivo delle nostre inquietudini contemporanee (…) Morte di un commesso viaggiatore non parla più soltanto dell’America, ma dell’intera umanità globalizzata”. Con queste parole il regista ci illustra la sua chiave di lettura che punta a collocare la vicenda di Willy, della sua famiglia, delle sue sconfitte, della sua morte, in una universalità nella quale tutti ci possiamo riconoscere. A parte qualche elemento scenico (il frigorifero, il bancone del locale, il gioco del baseball) sono pochi i riferimenti precisi all’America degli anni Quaranta. Senza operare alcuna forzatura sul testo (restituito alla sua forza intrinseca dalla traduzione di Masolino D’Amico), questa edizione ha sottolineato aspetti non troppo contestualizzati per sublimare la condizione profondamente umana, eterna, che racconta. L’opera di Miller ha, così, raggiunto una dimensione da dramma classico, da tragedia greca, con un messaggio universale.

A sostenere il peso di un ruolo così drammatico, Luca Lazzareschi,  è Willy,  e Pia Lanciotti è  Linda, la docile moglie e madre. Attorno a loro un cast in speculare sintonia che ha contribuito a restituire la coralità di caratteri che Miller ha costruito.

Michele De Paola nei panni di Biff è un figlio fallito che si dilania tra l’odio e l’amore per il padre, intenso e vibrante nella voce e negli sguardi, accanto a lui Giovanni Cannata, dinamico e superficiale, il fratello che ha un impiego sicuro ma se la spassa con le ragazze e non vuole pensieri. Riccardo Livermore, il cugino Bernard che fa da contraltare ai figli di Willy, lui rampante avvocato di successo con un passato da secchione che adesso “ce l’ha fatta” ha conquistato il suo posto nel mondo, ha vinto.

Personaggi denotatori del disagio e del travaglio di Willy, Charley, Andrea Nicolini, e Zio Ben, Sergio Basile, che appare da fantasma dei ricordi ad accrescere l’inquietudine del commesso viaggiatore.

Giovanni Arezzo, nei panni di Howard Wagner, è il (moderatamente) perfido, cinico, ingrato datore di lavoro di Willy, che ne deciderà il declino definitivo, composto ma affascinante, così convincente da fare quasi dubitare che sia dalla parte giusta con la sua scelta inesorabile in un mondo spietato.

Più di tutti ha colpito l’interpretazione di Pia Lanciotti, lei un’eroina tragica, composta, unica donna in un mondo maschile a maschilista, gioca con la sua bellezza esaltandola e facendola sparire, così come la gioia di vivere. Conserva solo l’amore per il suo uomo, anche quando si è infranto il sogno di avere la casa, la macchina, il frigorifero… e su di lei si conclude il dramma, con il suo pianto finale.

Scenicamente, Miller scrisse questo lavoro giocando sulle dissolvenze temporali tra passato e presente, proiettate dalla mente del protagonista come fotogrammi che si sovrappongono,  dove la nostalgia rievoca momenti di serenità e speranza e il presente riconduce tutto alla percezione del fallimento e del dolore.

Un dramma senza speranza, persino la morte (cercata alla fine da Willy come unica soluzione) viene capitalizzata con il riscatto dell’assicurazione sulla vita.

A dirigere l’ingranaggio (già pensato, già scritto con equilibrio perfetto) il regista Carlo Sciaccaluga, ha calibrato le parti su un asse fissato a metà tra aspetti realistici e concettuali, con l’unico difetto di avere eccessivamente dilatato il ritmo in alcuni momenti. La regia ha fatto ricorso a elementi di scena simbolici (scenografia a cura di Anna Varaldo) e concreti, inserendo nella difficile operazione di messa in scena, delle figure fantoccio, con il volto coperto,  funzionali ai cambi di scena ma anche alla suggestione evocativa, potenziata da scelte musicali (di Andrea Nicolini e Leonardo Nicolini) che sembrano sottolineare l’inesorabilità delle situazioni. Ai frammenti musicali originali si aggiunge la citazione della sognante canzone colonna sonora del film Il Mago di Oz: “Somewhere over the reinbow”, come a chiarire il cuore del messaggio: siamo  tutti individui alienati, non riconoscibili nella catena di montaggio dell’esistenza, e anche il sogno di un altrove (some where…) ci viene negato.

 

 

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