al Teatro del Canovaccio, di Catania, andato in scena il 16, 17, 18 gennaio, per la rassegna FRAGORI. Testo di Salvo Musumeci.
Con Stefania Micale, Marco Tringali, Luana Piazza, Concetto Venti e Giovanni Zuccarello, regia e adattamento di Rosario Minardi, scene di Bernardo Perrone, luci di Marco Napoli, aiuto regia Rita Stivale.
Qual è il più grande incubo degli uomini, cioè dei maschi? Sicuramente più del pensiero di perdere l’amore, le amicizie, la madre, il lavoro…ciò che ossessiona il genere maschile è il rischio, anche solo ipotetico, di perdere la loro virilità, di potersi trovare un giorno, o una notte, a non poter offrire una prestazione vigorosa e soddisfacente a causa di un capriccio del loro organo più importante. E quanti uomini, nella loro intimità, sin dall’adolescenza, hanno l’abitudine di rivolgersi al loro membro con un nomignolo e istaurare quotidiani dialoghi come se si trattasse di un fedele compagno?
Su queste tipiche dinamiche del maschio, nel tempo, si sono soffermati e concentrati gli studi di molti medici specialisti e di psicanalisti e anche l’invenzione di tanti artisti, scrittori, registi, poeti. Perché la questione è davvero seria e le cause possono riguardare meccanismi clinici ma anche psicologici, che sollecitano la curiosità creativa di chi cerca di scandagliare l’animo umano. Insomma Un affare serio sul quale si è divertito a giocare Salvo Musumeci nella scrittura della pièce Willy Boy, Un affare serio.
Prendendo spunto da Moravia (l’inquietante romanzo Io e lui) e anche da altri autori che hanno indagato il tema del doppio in ogni individuo (Poe, Stevenson), Musumeci ha immaginato cosa potrebbe succedere a un giovane uomo, un architetto di successo, Paolo, abituato a gestire il sesso come una delle pratiche più importanti della vita, se, improvvisamente, il suo fedele amico cominciasse a non collaborare più.
L’imbarazzo -con la conquista di turno, qui Stefania Micale- e il senso di fallimento portano, in poco tempo Paolo a rimettere in gioco tutte le sue certezze e a dover ricorrere all’intervento di un’analista. Le radici del trauma che hanno determinato questa “situazione”, questo “affare serio” risalgono alla figura del padre -topos freudiano per antonomasia- inconsistente, leggero e sciupafemmine (Concetto Venti), ma anche a quella natura -presente in tutti gli esseri umani- duplice per cui c’è una componente femminile nel maschio, come ne esiste una maschile nella femmina.
Come terapia il medico (un esuberante Giovanni Zuccarello) gli suggerisce di cercare di comprendere e di dare ascolto a questa parte femminile e di denominare il suo membro dispettoso per instaurare un dialogo costante. Così nasce Willy boy, apparentemente un nome da cowboy, cioè un personaggio eroico, forte coraggioso, da epopea, in realtà un organo, ridimensionato nella sua funzione, e quindi piccolino, come suggerisce il suono, l’onomatopea pura che possiamo riconoscere dietro al suono w-i-l-l-y. Paolo dovrà fare fino in fondo i conti con l’altra metà del cielo dentro di lui, un alter ego femminile (in scena Luana Piazza), che si manifesterà in un sogno, per lui un incubo, necessario per dargli consapevolezza e rimozione.
Il meccanismo scenico che si dipana a questo punto, e che la regia di Rosario Minardi ha saputo potenziare, è quello di una commedia brillante basata su ritmo e leggerezza, con battute mordaci e momenti di riflessione, una commedia a metà fra il vaudeville e il teatro surrealista, uno spettacolo che non si limita a intrattenere, ma spinge lo spettatore a riflettere sulle contraddizioni della modernità, sulle maschere sociali e su ciò che resta quando le maschere cadono.
Tutto il cast regge bene la varietà di registri richiesti dal testo: dal grottesco al sospeso, dalla commedia alla riflessione emotiva, al centro Marco Tringali nel ruolo del protagonista, e il suo doppio femminile, Luana Piazza, divertentemente androgina e sensuale. I ruoli sono pensati e scritti in maniera molto efficace: le figure femminili non sono semplici comparse funzionali alla narrazione maschile, ma diventano specchi deformanti e rivelatori: attraverso di loro emerge l’inadeguatezza di Willy, la sua incapacità di instaurare un legame autentico. Le donne, pur muovendosi in dinamiche di attrazione e dipendenza, finiscono per smascherare l’uomo, mettendo in crisi la sua identità e il suo ruolo sociale. Il femminile appare così come forza destabilizzante, capace di incrinare le certezze del protagonista e di condurlo verso un confronto inevitabile con se stesso. Il dialogo tra maschile e femminile è segnato da incomunicabilità e fraintendimenti, ma anche da un sottile gioco ironico che rende evidente quanto entrambi i poli siano prigionieri di modelli imposti. La seduzione diventa un linguaggio vuoto, una recita che sostituisce il sentimento, e l’amore resta sullo sfondo come possibilità mancata. In questo senso, lo spettacolo propone una riflessione amara e attuale: il conflitto tra uomo e donna non nasce solo dal desiderio, ma dalla paura reciproca di mostrarsi vulnerabili.
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