
Gruppo di famiglia in VHS: “Gaia on the beach” per Fabbricateatro
Gruppo di famiglia in VHS: “Gaia on the beach” per Fabbricateatro
Non solo teatro ma testimonianza intima. Un universo familiare scandito per fotogrammi, per strappi di memoria, per musica ed emozioni. «Gaia on the beach» di Alessandra Guglielmino e Sabrina Tellico – nello spazio di Fabbricateatro di Catania – non si lascia rinchiudere nella categoria dell’autobiografia teatrale. La scrittura scenica delle autrici si colloca piuttosto in una zona liminale, oscillando tra testimonianza, performance memoriale e racconto generazionale, nelle quali il dato privato si apre progressivamente a una dimensione collettiva e quindi condivisibile. Lo spettacolo procede per frammenti, prosecuzione e estensione dei vecchi nastri VHS girati dal padre a partire dal 1988, che riaffiorano dalla memoria. Non c’è narrazione lineare, ma una successione di immagini reali ed eventi riproposti sulla scena, di suoni, di canzoni, di oggetti e nomi che compongono un album familiare eccentrico che la regia di Elio Gimbo regola con la massima attenzione, riequilibrando in qualche modo lo iato tra «l’ansia performativa», il «neo-rinascimento» che le pratiche artistiche degli anni ‘80 hanno determinato nei confronti dell’engagement post-Sessantotto. La telecamera paterna, evocata come «emblema dell’infanzia» (di Graziella, di Sara, di Jano, e di tutti gli altri componenti il gruppo-famiglia) diventa così il vero motore drammaturgico: non un semplice oggetto di scena, ma il dispositivo che permette di guardare il passato, insieme di interrogarlo e di lasciarsi interrogare. È da quella scintilla tecnologica e affettiva che prende forma il «big bang» personale della protagonista. In questo universo domestico ritornano luoghi e figure che hanno la consistenza e il sapore del mito: la spiaggia di Agnone Bagni, le vacanze estive, i parenti e gli amici che abitano il paesaggio dell’infanzia fino agli sketch di una carriera di attrice che già prendeva forma e sostanza. Ma ciò che rende efficace il racconto scenico è la sua capacità di trasformare dettagli apparentemente minimi in segni condivisi di un’intera generazione. Sullo sfondo delle canzoni di Celentano e di Rettore, dei Sofficini Findus e dei gelati Alemagna, le feste di paese, i balli lenti, le dinamiche familiari, gli stessi primi amori, diventano coordinate sentimentali riconoscibili, capaci di attivare una memoria che oltrepassa il perimetro individuale. E la forza dello spettacolo risiede soprattutto nella presenza scenica di Sabrina Tellico: l’attrice occupa integralmente (e psichicamente) uno spazio quasi spoglio, segnato soltanto da alcune presenze simboliche e attraverso il suo corpo lo trasforma continuamente: spiaggia, casa di vacanza, giardino, cortile. È un lavoro fortemente fisico, assai impegnativo, in cui la memoria non viene semplicemente raccontata ma incarnata. I (suoi) ricordi acquistano consistenza attraverso il gesto, il movimento, la voce che passa dalla leggerezza dell’evocazione alla densità della confessione e del rammarico. E tuttavia «Gaia on the beach» evita la trappola della nostalgia.

Sabrina Tellico non celebra il suo passato come età dell’oro; lo osserva da adulta, con la consapevolezza di chi conosce già l’affettuosa fragilità di quell’incanto. Lo stupore infantile viene ricostruito e insieme interrogato, filtrato da uno sguardo che ne riconosce la bellezza ma anche la sua irripetibilità. Per questo il momento decisivo coincide con l’irruzione della morte: di una morte in particolare. La scomparsa del nonno, figura-cardine di quell’universo familiare, non è soltanto un lutto privato: rappresenta la frattura che separa definitivamente l’infanzia dall’età adulta. È il passaggio che chiude per sempre il cancello di quel territorio protetto e assoluto che ogni essere umano porta dentro di sé. In questa prospettiva, il racconto personale si fa universale: il nonno non è più soltanto il nonno di Sabrina, ma il simbolo di tutte quelle presenze che hanno custodito la nostra prima idea di mondo. «Gaia on the beach» si rivela allora come un delicato esercizio di archeologia emotiva. Attraverso il recupero di immagini seppiate di piccoli riti quotidiani, Tellico ricostruisce non tanto la cronaca della propria infanzia quanto il valore del sentimento stesso del ricordare. E mostra come la memoria, quando diventa teatro, possa trasformarsi in un luogo di riconoscimento collettivo: una patria perduta che appartiene a tutti e che ciascuno di noi continua, ostinatamente, a cercare.
crediti fotografici: Rita Marta Massaro
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