I Persiani di Eschilo a Siracusa

Per la LXI edizione delle Rappresentazioni classiche all’INDA di Siracusa, la terza tragedia messa in scena, dal 13 al 28 giugno, è I Persiani di Eschilo. Regia di Alex Ollé, traduzione di Walter Lapini, Scene di Alfons Flores, Costumi Lluc Cassel, Musiche Josep Sanou, Video Johan Rodon. Atossa Anna Bonaiuto, Messaggero Giuseppe Sartori, Spettro di Dario Alessio Boni, Serse Massimo Nicolini. Coro: Marco Maria Casazza, Francesco Biscione, Fabrizio Bordignon, Nicola Bortolotti, Rosario Campisi, Antonello Cossia, Michele Cipriani, Francesco Migliaccio, Giovanni Nardoni, Stefano Quatrosi, Roberto Trifirò, Elena Polic greco, Simonetta Cartia.

Rappresentati nel 472, quando Eschilo aveva già cinquanta anni, I Persiani è uno dei testi tragici più antichi che ci sia pervenuto ed è stato scritto da un reduce, soldato a Salamina e a Maratona che  non ha nessuna intenzione di esaltare la vittoria degli Ateniesi quanto, piuttosto, raccontare la sconfitta. La sconfitta dei persiani ma non solo. Una tragedia storica e non di impianto mitico, non porta in scena il ciclo tebano o quello troiano ma ciò che era davvero accaduto e che il  creatore del dramma tragico aveva vissuto come protagonista.

Eschilo non ama la guerra ma l’ha subita come una dura legge, non odia il nemico, anzi, ne ha pietà, interpreta l’evento con animo non patriottico, ma religioso, rimettendone il merito alla divinità che ha reso possibile la vittoria e ha punito la colpa umana di Serse, la sua tracotanza.

Se qualcosa davvero Eschilo volve esaltare era che la vittoria greca “conferma i valori della società ateniese. La democrazia come modello superiore alla dittatura persiana, anche nella sconfitta” (intervista rilasciata dal regista a Monica Cartia).

Anche se la tragedia è intitolata dal nome del Coro, un gruppo di consiglieri persiani, questo in realtà viene spinto in secondo piano dall’autore che privilegia i personaggi  (già divenuti quattro): la regina Atossa, il Messaggero, lo spettro di Dario, Serse.

Quasi assente l’azione scenica. Il dramma è dato dal racconto, dall’attesa della catastrofe temuta e imminente, dalla costante riflessione sulla Giustizia divina offesa dall’ambizione dissennata di Serse.

Un dramma di parola, un testo costruito  su dialoghi che rappresentano un climax sull’assurdità e la crudeltà della guerra che non ricade mai sui responsabili, ma sulle vere vittime: i soldati destinati a cadere e le loro famiglie.

La potenza delle parole di Eschilo è stata magnificata dall’impostazione spettacolare di Alex Ollé che ha usato strumenti tecnologici moderni per amplificare ogni termine e consentire allo spettatore di guardare dritto negli occhi gli attori mentre pronunciano il loro racconto, la loro attesa, la loro ansia, la loro condanna. Al centro della scena un grande tavolo introno al quale si riunisce il Gran Consiglio (potrebbe essere oggi un G8, un Consiglio dell’Onu, una Commissione EU?), alle spalle uno schermo gigantesco sul quale, in diretta, vengono proiettate le immagini dei personaggi, come fosse una ripresa televisiva di un grande evento dove i cameramen, anch’essi a “bordo” scena, riprendono e mandano in onda.

Non scorrono video alle spalle (come abbiamo già visto a Siracusa altre volte), ma sullo schermo gigante, -che ancora prima che inizi lo spettacolo proietta l’immagine dello spesso pubblico che entra e di siede nella cavea- vediamo una diretta che esalta i volti che scolpiscono le parole con una recitazione solenne ma moderna.

La fisicità plastica che contraddistingue il linguaggio meta-mimico della compagnia La Fura dels Baus è presente in questa regia di Ollé in termini di intensità emotiva e spettacolarizzazione della parola. Non è un linguaggio cinematografico quello che il regista catalano ha portato in scena, piuttosto ha portato il teatro greco di Siracusa, con tutto il suo carico di storia artistica, dentro un meccanismo che si serve di tecniche moderne -quasi un docufilm in alcuni momenti- per non raccontare un evento storico ma un mondo contemporaneo con il suo aberrante sistema di potere. A commento dell’azione e della tensione le musiche originali di Josep Rodon restituiscono un’eco orientale come sottofondo della parola. Evocativo e suggestivo il momento della cerimonia sacra con un coro cantato e solenne.

Se l’obiettivo di Ollé era quello di contestualizzare gli eventi a tutti i costi, ed è chiaro che fosse quello anche per gli inserti (forzature non necessarie nella logica dell’universalità della parola di Eschilo) in cui personaggi moderni raccontano le loro tragedie personali di soldati morti in guerra, mogli e madri che piangono i loro cari, se l’obiettivo era quello, in realtà l’effetto più evidente delle soluzioni sceniche operate è stato più uno straniamento destabilizzante che mette un filtro in quel patto sottinteso tra spettatore e testo scenico. Così pure le manifestazioni di protesta con lo striscione “No alla guerra” e i fumogeni dietro le quinte, distraggono da un testo che è già fortemente politico e morale.

Le parole di Eschilo hanno preso corpo, reale, plastico, tangibile, nelle quattro interpretazioni dei veri protagonisti che si sono confrontati in una vera gara di bravura. Giuseppe Sartori, apprezzato nell’Edipo re e nell’Edipo a Colono di Robert  Carsen, è il messaggero che deve riferire alla regina cosa è realmente successo nella battaglia, come siano morti valorosi condottieri e gli uomini del loro esercito. Nella storia del teatro classico ai messaggeri, o ancelle, è stato affidato sempre un compito arduo e potente per quella scelta (poi codificata da Aristotele) di non portare mai il sangue in scena ma di fare raccontare l’evento nefasto. Nei Persiani, il messaggero ha un carico immenso e complesso, (complessità rispettata, come in tutta la tragedia, dalla traduzione di Walter Lapini), articolato in maniera da fare crescere il pathos e lo smarrimento nella regina che ascolta. Sartori ha assunto tale carico con tecnica impeccabile e postura (anche lui ferito) da soldato schiacciato dall’orrore della guerra.

Anna Bonaiuto torna a Siracusa, dopo la magnifica interpretazione di Clitemnestra nell’Elettra di Sofocle del 2025,  nel ruolo di Atossa, la madre del re colpevole che apprende della follia del figlio e ne assume, quasi ne condivide, la colpa. Come ha sempre dimostrato di saper fare, è austera e impenetrabile, spicca sulla scena come un’immagine di luce sia nella prima parte, vestita di rosso, sia durante il rito sacro in onore di Dario, che nel finale, insieme al figlio ritornato in patria.

Accoglie lo spettro di Dario, lo invoca, e da questo ascolta parole di condanna assoluta. Lo spettro è Alessio Boni, in divisa rossa la cui immagine proiettata sullo schermo diventa sfocata -come se i pixel impazzissero- inafferrabile. Questa la soluzione tecnologica voluta dalla regia per portare in scena uno spirito, un fantasma. Boni è granitico nelle sue certezze contro Serse, è un eroe che non ha perso la sua autorità con la morte, anzi, l’ha colmata di saggezza e declama “Zeus chiede ragione delle insolenze umane ed è un esattore che non fa sconti!”

Il ruolo di Serse è stato affidato a Massimo Nicolini, attore che ormai il pubblico di Siracusa conosce e ama, ma ha dato grande prova di interpretazione tragica anche nei Sette contro Tebe all’interno dell’Amenanos festival di Catania. E’ l’eroe che non è eroe, che deve rispondere del male compiuto e delle sue scelte. Arriva in scena con una tuta mimetica e racconta di come si sentiva invincibile. Ma poi ammette che nessuno è invincibile.

Eschilo ha affidato a lui, il colpevole e al coro (qui molto equilibrato, quasi diventasse un personaggio a sé stante) il finale della tragedia l’esodo.  Il coro esprime la disperazione di un popolo sconfitto, le lacrime del dolore e a questo pianto si unisce Serse.

Questo finale non ha portato al culmine il climax costruito: Serse e Atossa, riconciliati cenano allo stesso tavolo e ascoltano, come ormai inermi, i commenti del coro.

 

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