
Tra ironia e disincanto. «L’incoscienza di Badalà», il nuovo romanzo di Vladimir Di Prima
Tra ironia e disincanto. «L’incoscienza di Badalà», il nuovo romanzo di Vladimir Di Prima
Con «L’incoscienza di Badalà» Vladimir Di Prima, film-maker e scrittore catanese, distilla un romanzo che riesce a essere insieme lieve e tagliente, capace di muoversi sul sottile crinale tra ironia e disincanto. L’autore, già attivo nella scena letteraria indipendente, dimostra talento anche su quella cinematografica col suo recente docufilm «Karsa. Un racconto siciliano» (con Marino Bartoletti e Giuseppe Lo Piccolo). In questo ultimo libro, sequel del riuscito «Il buio delle tre» (Arkadia, 2023) costruisce una storia che, incentrata sul sogno della pubblicazione presso una grande casa editrice (nella cornice della recente pandemia), si trasfigura progressivamente in una parabola dai tratti comici e, a volte, apertamente grotteschi, senza però rinunciare a qualche amara riflessione. L’«incoscienza» (o forse la disperazione?) del titolo, «madre di tutti i successi», non va perciò intesa soltanto come leggerezza o superficialità, ma assume un valore programmatico. E’ la forma della cieca ostinazione del protagonista, il siciliano Pinuccio Badalà, che da decenni insegue invano il successo letterario anche quando tutti i segnali sembrano scoraggiarlo. Questa sua incoscienza, in un certo senso, è una specie di protezione: l’incapacità (o il rifiuto) di vedere con lucidità i meccanismi che regolano il mondo editoriale gli permette infatti di continuare a inseguire il proprio obiettivo anche davanti al definitivo disincanto, prima del finale a sorpresa. Altro che «coscienza» problematica e iperanalitica sveviana! Se Zeno è paralizzato da un eccesso di consapevolezza, Pinuccio si muove nella direzione opposta: agisce senza davvero interrogarsi, o forse evitando accuratamente di farlo e, pur esponendosi al ridicolo e allo scherno, quell’incoscienza è proprio ciò che lo mantiene in movimento. Il protagonista, «ostinato, solitario, tragico», si presta dunque a una duplice lettura: da un lato incarna l’ingenuità e la tenacia di chi crede fermamente nel proprio talento; dall’altro, proprio la sua incrollabile fiducia lo espone a una serie di situazioni che sfiorano l’assurdo: le avventure da improvvisato flaneur a Milano (e nella consolidata, contraddittoria e caleidoscopica mitologia meneghina che ne consegue), ora misteriosa ora frenetica e sfrontata – e che culmina nell’incontro con quel Silvio in persona – sono forse la parte del romanzo più amaramente accattivante. È qui che il registro comico e parodistico si insinua nelle situazioni, nelle aspettative sproporzionate, nei piccoli fraintendimenti che si accumulano fino a diventare caricaturali. Eppure, il riso che queste pagine suscitano non è sempre fine a sé stesso. Piuttosto, sembra nascere da una sottile deformazione della realtà, tipica dello stile grottesco dell’autore, in cui le dinamiche del mondo editoriale, nelle quali forse è rimasto lui stesso invischiato – attese vane, scrittori indegni ma di successo, clamorosi voltafaccia dell’ultimo minuto – vengono amplificate fino a rivelare la loro natura talvolta paradossale se non di pura fuffa. Pinuccio Badalà diventa così una sorta di specchio deformante: ciò che in lui appare eccessivo o ridicolo rimanda, in filigrana, all’esperienza frustante di tanti e si fa universale. Di Prima riesce a mantenere un equilibrio delicato non giudicando mai apertamente il suo protagonista ma accompagnandolo con uno sguardo partecipe e con uno stile caleidoscopico, che non perde mai il ritmo. Così, sotto la superficie di una narrazione apparentemente leggera, «L’incoscienza di Badalà» nasconde un’accattivante riflessione metaletteraria di taglio «nazionalcialtronesco» (per dirla alla Labranca) sull’ossessione del riconoscimento e sulle pie illusioni che spesso alimentano la nostra vanità.
«L’incoscienza di Badalà», Vladimir Di Prima, Arkadia Editore, Cagliari, 2025, euro 16,00
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